Le volte in cui gli Stati Uniti hanno comprato uno stato
È successo nell'Ottocento e ci avevano già provato anche con la Groenlandia: oggi però sarebbe una cosa diversa

Tra le varie opzioni presentate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per prendere il controllo della Groenlandia c’è anche quella di comprarla. Trump ne aveva parlato già varie volte in passato, anche durante il suo primo mandato, suscitando l’indignazione dei groenlandesi e l’ironia dei danesi (la Groenlandia è un’enorme isola che fa parte del Regno di Danimarca, seppure con ampie autonomie di governo). Nelle ultime settimane è tornato insistentemente sul tema, portando anche i suoi alleati europei a prendere timidamente posizione contro di lui.
La legittimità di questa opzione sarebbe sicuramente contestata, per vari motivi. Il principale sta in uno dei principi fondanti del diritto internazionale, sancito tra gli altri anche dal trattato istitutivo delle Nazioni Unite: l’autodeterminazione dei popoli. Secondo questo principio, ogni popolo ha diritto di scegliere la propria forma di governo e di essere libero da dominazioni esterne. È un principio e non sempre viene rispettato, anzi, spesso viene superato da atti di aggressione che poi sono difficili da sanzionare. Ma un atto di compravendita sarebbe una cosa diversa.
Prima di tutto, dato che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca, per acquistarla gli Stati Uniti dovrebbero accordarsi con il governo danese, che si è sempre detto contrario. E anche se non fosse così il governo della Danimarca non potrebbe deciderlo autonomamente, ma dovrebbe passare dall’approvazione dei circa 60mila groenlandesi, che per la legge internazionale sono i titolari del diritto di autodeterminazione. I sondaggi dicono che l’85 per cento di loro è contrario a questa eventualità, l’8 per cento indeciso e il 6 per cento è favorevole.

Il vicepresidente statunitense JD Vance durante una visita dello scorso marzo alla base militare statunitense di Pituffik, in Groenlandia (Jim Watson/Pool via AP)
L’idea di comprare un territorio però non è del tutto inedita, anzi, in passato era piuttosto comune. Nel Diciannovesimo secolo e fino alla prima metà del Ventesimo furono molti i territori comprati e venduti sulla base di accordi bilaterali o di trattati internazionali, in seguito a dispute per il loro controllo o come concessione al termine di guerre più ampie. Gli Stati Uniti hanno comprato alcuni dei territori che oggi fanno parte del paese.
Per esempio, nel 1803 comprarono per 15 milioni di dollari un enorme territorio che faceva parte delle colonie francesi, e che oggi include parti di 15 stati statunitensi tra cui la Louisiana (l’accordo è noto proprio come Louisiana Purchase, cioè acquisto della Louisiana). Nel 1819 fecero lo stesso con la Spagna, acquisendo parti di quelli che oggi sono l’Alabama, la Louisiana, il Mississippi e la Florida; nel 1848, al termine della guerra con il Messico per il controllo di alcuni territori di confine, si accordarono con il governo messicano per acquisire ampie porzioni di territorio messicano in cambio di denaro. Queste oggi includono parti di California, Nevada, Utah, Arizona, Colorado, New Mexico e Wyoming.
Nel 1867 gli Stati Uniti comprarono anche l’Alaska, pagando 7,2 milioni di dollari alla Russia: lo zar Pietro il Grande aveva provato a colonizzarla, ma aveva fallito per mancanza di mezzi. Anche le Filippine, che per più di 300 anni furono una colonia spagnola, vennero cedute per 20 milioni di dollari agli Stati Uniti al termine della guerra ispano-americana, nel 1898. I filippini successivamente si ribellarono all’occupazione e al dominio coloniale, ottenendo l’indipendenza nel 1946.
L’ultimo esempio, e l’unico che risale al Ventesimo secolo, è quello delle Isole Vergini, un arcipelago nel mar dei Caraibi che include le isole di Saint Croix, Saint John, Saint Thomas e molte altre isole minori. Gli Stati Uniti le acquistarono proprio dalla Danimarca nel 1917 per 25 milioni di dollari, nel tentativo di espandere la loro influenza nella regione caraibica.
Sono tutti accordi precedenti alle due Guerre mondiali e soprattutto alla Seconda, considerata un punto di svolta nel diritto internazionale. Sono anche precedenti alla Carta delle Nazioni Unite, firmata nel 1945.
Al di là di Trump, l’idea di comprare la Groenlandia non è nuova per gli Stati Uniti. In un rapporto del dipartimento di Stato del 1868 Robert J. Walker, un funzionario che aveva collaborato all’accordo per l’Alaska concluso con la Russia un anno prima, scriveva per esempio che era nell’interesse politico ed economico degli Stati Uniti perseguire un accordo simile per la Groenlandia (e l’Islanda). Questo per via, tra le altre cose, delle sue ampie risorse minerarie, tema presente ancora oggi con le dovute differenze. All’epoca però non venne formalizzata nessuna offerta.
Fu solo molti anni dopo che si crearono le condizioni per farlo. Durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti ottennero il permesso di entrare con il proprio esercito in Groenlandia dall’ambasciatore danese a Washington, che cercava un modo di difendere l’isola dal governo nazista della Danimarca appena occupata. La Groenlandia era in una posizione geografica molto comoda per controllare il traffico sottomarino nel nord dell’Atlantico e gli accessi all’America del Nord.
Così a guerra finita, nel 1946, l’allora presidente degli Stati Uniti Harry Truman cercò di portare la presenza statunitense sull’isola a un livello successivo: secondo alcune inchieste giornalistiche (la trattativa è rimasta segreta fino agli anni Novanta) gli Stati Uniti proposero al regno danese 100 milioni di dollari per acquistare la Groenlandia. Anche allora, la Danimarca rifiutò.
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