Attaccare il Venezuela è “America First”?
Trump è definito un presidente isolazionista, ma le sue azioni non lo sono per niente: c'è una spiegazione

Dall’inizio della sua carriera politica quasi dieci anni fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha quasi sempre mantenuto una retorica isolazionista. Contraria cioè all’intervento degli Stati Uniti nel mondo e alle guerre all’estero, e favorevole invece a concentrarsi sui problemi interni del paese, come dice il suo slogan America First (l’America per prima). Trump ha sempre accusato l’establishment politico tradizionale di aver sprecato risorse ed energie in avventure all’estero e «guerre infinite» che non hanno portato nessun vantaggio al paese.
In un discorso fatto a maggio, Trump ha detto: «Alla fine, i cosiddetti nation builder hanno devastato molte più nazioni di quelle che hanno costruito, e gli interventisti sono intervenuti in società complesse senza capire come funzionassero». I nation builder a cui faceva riferimento Trump sono i politici interventisti della vecchia classe dirigente, convinti che, una volta invasi paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, sarebbe stato possibile costruirli (o meglio ricostruirli) come nazioni stabili e democratiche. Ma in pochi mesi Trump ha smentito i suoi stessi princìpi.
Nell’ultimo anno Trump ha attaccato gruppi radicali in Yemen, Iraq, Siria, Somalia e Nigeria; e a giugno ha bombardato i siti nucleari dell’Iran, un atto già di per sé straordinario.
L’attacco del 3 gennaio in Venezuela è ancora più notevole, perché è praticamente l’atto interventista per eccellenza. Non solo Trump ha attaccato un paese straniero per rovesciarne il governo, ma ha detto anche di voler «controllare» il Venezuela, con progetti non molto dissimili da quelli dei nation builder che ha sempre criticato.
Queste contraddizioni hanno creato anche delle divisioni all’interno del suo movimento, sia dopo l’attacco contro l’Iran sia dopo quello contro il Venezuela. Vari esponenti più radicali hanno criticato Trump per essere tornato indietro alle politiche dei suoi predecessori, e l’hanno accusato di essere un globalista: è il modo in cui nella destra americana viene definita l’élite cosmopolita che ignora i problemi interni del paese.

Trump con un berretto che dice: «Trump aveva ragione su tutto!» (AP Photo/Jacquelyn Martin)
La contraddizione tra le parole e le azioni di Trump è evidente, ma è possibile riconciliarla. Anzitutto bisogna considerare che Trump non ha una vera dottrina. Al contrario di molti suoi predecessori, il cui operato era guidato da alcuni presupposti ideologici ed etici, Trump si affida molto all’imprevedibilità e all’istinto: afferra le opportunità che ha davanti, senza considerare troppo le conseguenze future. Non si chiede se le sue azioni sono giuste o che effetti avranno, ma se sono fattibili e convenienti nell’immediato.
Per questo la sua politica è volutamente contraddittoria: Trump annuncia i dazi e poi li abbassa; comincia una guerra commerciale con la Cina e poi rinuncia; critica gli interventisti e poi interviene all’estero.
Alcuni commentatori hanno poi cominciato a sostenere già mesi fa che l’isolazionismo di Trump sia in gran parte frainteso. Trump non criticava gli interventisti del passato perché era contrario a usare la forza americana all’estero, ma perché era contrario a come lo facevano gli altri, e perché non si fidava dell’establishment di sicurezza degli Stati Uniti, che riteneva schierato contro di lui.
Questo vale anche per l’elettorato conservatore. Secondo un sondaggio fatto a giugno dal Ronald Reagan Institute, la maggioranza degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero «essere una guida a livello internazionale». Tra questi ci sono il 65 per cento dei Democratici, il 69 per cento dei Repubblicani e, sorprendentemente, il 73 per cento dei Repubblicani trumpiani. Sembra che, quando è Trump a guidare gli Stati Uniti, i suoi sostenitori non abbiano problemi ad appoggiare l’interventismo all’estero.
Questo atteggiamento favorevole è dovuto anche al fatto che Trump ha inquadrato buona parte dei suoi interventi all’estero come azioni di pacificazione, in cui applica quella che lui stesso ha definito «pace attraverso la forza»: mostrarsi aggressivi, belligeranti e pronti all’attacco per irretire i propri nemici, e raggiungere così la pace. Questa teoria ha fondamenti abbastanza traballanti (la pace raggiunta attraverso le minacce non è necessariamente una pace duratura), ma almeno nell’immediato contribuisce a conferire a Trump un’immagine di forza e sicurezza agli occhi di parte del suo elettorato.
Trump stesso ha sempre abbracciato queste contraddizioni, rifiutandosi di essere etichettato come un isolazionista o un interventista. Negli scorsi mesi i giornalisti gli hanno chiesto più volte se le sue azioni all’estero fossero coerenti con la sua dottrina America First. Lo hanno fatto anche in questi giorni, dopo l’attacco in Venezuela. Lui ha sempre risposto: «Lo decido io che cosa significa America First».
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