Il petrolio del Venezuela è diverso
È "pesante" e più costoso da lavorare, ma il principale limite al suo sfruttamento è lo stato disastroso dell'industria locale

Il fatto che gli Stati Uniti siano intenzionati a gestire le enormi riserve petrolifere del Venezuela, o perlomeno a sfruttarle molto più di ora, è probabilmente l’unica cosa chiara emersa dai piani nebulosi che Donald Trump ha presentato dopo aver attaccato il Venezuela e catturato il suo presidente, Nicolás Maduro, con una complessa operazione militare.
In questi giorni è stata citata spesso una caratteristica piuttosto tecnica del petrolio venezuelano: è un petrolio “pesante”, quindi più costoso e difficile da lavorare. Se n’è parlato in contrapposizione all’entità delle riserve venezuelane, che sono le più ampie al mondo. In sintesi, è vero che il Venezuela ha tantissimo petrolio, ma questo è di una qualità particolare e più difficile da raffinare. L’amministrazione Trump si ferma alla prima parte della frase.
C’è anche un altro grosso ostacolo allo sfruttamento del petrolio venezuelano, ossia il pessimo stato delle infrastrutture locali, che per funzionare al pieno delle loro possibilità avrebbero bisogno di enormi investimenti. A tutto questo ovviamente si aggiunge la caotica situazione politica in Venezuela dopo l’attacco statunitense e la deposizione di Maduro.
Partiamo dalla qualità. Il petrolio venezuelano è molto denso e, come detto, viene definito “pesante”. La classificazione dipende dalla struttura molecolare: significa che il petrolio venezuelano, specie quello nella zona della cintura di Orinoco dove si trovano i giacimenti più vasti, ha molecole che in media pesano di più. L’altra categoria è il petrolio “leggero”, che per esempio è quello degli Stati Uniti.

Una pompa petrolifera sul lago di Maracaibo, in una foto di fine 2023 (AP Photo/Matias Delacroix)
Inoltre il petrolio venezuelano è “naftenico” e “aromatico”: semplificando significa che, oltre a pesare di più, le molecole hanno una struttura più complessa. Queste caratteristiche incidono durante la lavorazione del greggio nelle raffinerie. Semplificando si può immaginare il processo come una diluizione in più fasi, in cui il petrolio pesante va diluito più di quello “leggero”: nelle prime fasi dà meno prodotto e lascia più residui, e richiede di operare a temperature più elevate.
La lavorazione è dunque più costosa, e anche più inquinante per via della temperatura. Il petrolio venezuelano ha un’altra caratteristica che influisce in modo marginale sui costi, ma significativo sull’impatto ambientale: è molto ricco di zolfo, che viene rimosso attraverso trattamenti di depurazione che producono un gas che viene bruciato.
«Per questo il petrolio venezuelano ha una performance produttiva più bassa e vale un po’ meno sul mercato», spiega Flavio Manenti, professore di Impianti chimici al Politecnico di Milano. Manenti aggiunge che di per sé il petrolio “pesante” non è più complicato o costoso da estrarre, e che anzi i giacimenti dell’Orinoco sono molto vicini alla superficie e quindi piuttosto facili da sfruttare.
In questo, il petrolio venezuelano non è unico: per esempio sono solitamente “pesanti” anche quello del Canada e del Messico, che gli Stati Uniti importano. Manenti dice che molte raffinerie sono attrezzate per lavorare sia greggio “pesante” sia “leggero”, spesso miscelandoli, e dice che «se [il petrolio venezuelano] non fosse sanzionato, verrebbe usato da tutti». Quello “pesante” serve a produrre diesel e asfalto, tra le altre cose.

Un graffito che celebra l’industria petrolifera vicino alla sede di Petróleos de Venezuela, a Caracas, in una foto del 2023 (AP Photo/Ariana Cubillos)
Gli Stati Uniti hanno molte raffinerie attrezzate per trattare il petrolio “pesante” sulla costa del Golfo del Messico: furono costruite con quello scopo, ai tempi in cui il Venezuela era uno dei loro principali fornitori di petrolio e i due paesi avevano rapporti amichevoli. Parliamo quindi di un periodo precedente alle nazionalizzazioni degli anni Settanta e soprattutto alla presidenza di Hugo Chávez, nel 1999, quando la produzione petrolifera iniziò a essere compromessa.
La produzione venezuelana di petrolio toccò i massimi negli anni Novanta, con 3-3,5 milioni di barili al giorno. Negli ultimi mesi era stata attorno agli 800mila barili al giorno, prima di diminuire sui 500mila per effetto della campagna di pressione degli Stati Uniti (tra le altre cose hanno sequestrato alcune petroliere della cosiddetta “flotta fantasma“, con cui il Venezuela cercava di aggirare le sanzioni). Questa campagna ha anche fatto saltare le importazioni, da Iran e Cina, dei solventi che servono al Venezuela per lavorare il petrolio “pesante”.
Come anticipato il secondo e principale limite ai piani di Trump sono le pessime infrastrutture presenti nel paese, che fanno in modo che oggi il Venezuela estragga (e quindi venda) poco petrolio rispetto alle riserve di cui dispone: nonostante siano quasi un quinto del totale mondiale, più di quelle dell’Arabia Saudita, la produzione giornaliera è meno dell’uno per cento di quella globale.
L’analista Neil Atkinson, ex direttore della divisione Industria petrolifera dell’Agenzia internazionale dell’energia, spiega che l’industria locale è in «pessime condizioni» e «si è deteriorata» sotto il regime di Chávez prima e Nicolás Maduro poi. Da oltre 25 anni sono mancati gli investimenti e la manutenzione: per rimettere in piedi il settore servirebbero «tonnellate di dollari», dice Atkinson. Più di 10 miliardi all’anno per un decennio, secondo le prime stime.

Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, nel 2018 insieme all’allora vicepresidente e ministro del Petrolio, Tareck El Aissami, arrestato nel 2024 con accuse di corruzione (AP Photo/Ricardo Mazalan)
Atkinson aggiunge che l’azienda statale Petróleos de Venezuela (PDVSA) ha perso molto del suo capitale umano: ai tempi di Chávez (1999-2013) fu sottoposta a licenziamenti massicci e in pratica posta sotto il controllo dell’esercito. Con Maduro altri dei suoi dirigenti e addetti più competenti sono andati all’estero per sfuggire alla repressione e alla gravissima crisi economica. Dal 2014 circa otto milioni di venezuelani sono fuggiti dal paese, la popolazione rimasta è di 28 milioni.
Se dovesse cambiare la situazione politica in Venezuela (cosa su cui al momento è difficile fare ipotesi), una parte dei tecnici espatriati potrebbe decidere di tornare. Lo stato del settore petrolifero, oltreché delle sanzioni statunitensi, è dipeso dalla corruzione endemica nel regime di Maduro: la sua leadership, con l’eccezione di Maduro stesso, peraltro è ancora tutta lì.
Infine non è chiaro se le compagnie petrolifere statunitensi siano disposte a sostenere i costi esorbitanti necessari a modernizzarne le infrastrutture, che contribuirono a costruire prima di essere cacciate durante le nazionalizzazioni di Chávez, e in generale a tornare in Venezuela in una situazione così incerta.
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