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  • Sabato 3 gennaio 2026

Come siamo arrivati all’attacco in Venezuela

La campagna di pressione di Trump contro il regime di Maduro va avanti da mesi: capiamo cos'è successo finora, e perché

Soldati intorno al palazzo presidenziale di Miraflores, a Caracas, il 3 gennaio 2026 (AP Photo/Cristian Hernandez)
Soldati intorno al palazzo presidenziale di Miraflores, a Caracas, il 3 gennaio 2026 (AP Photo/Cristian Hernandez)
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L’attacco degli Stati Uniti in Venezuela nella notte tra venerdì e sabato è il culmine di un’operazione di pressione militare, economica e politica che va avanti da mesi. Gli Stati Uniti avevano l’obiettivo di rovesciare il regime di Nicolás Maduro, il presidente del paese che governa in modo autoritario. Donald Trump ha detto che è stato «catturato» e portato via dal Venezuela, e non è chiaro cosa succederà.

Le pressioni sono cominciate a settembre, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare piccole imbarcazioni al largo del Venezuela, che secondo l’intelligence statunitense trasportavano droga. In questi mesi le imbarcazioni colpite sono state 35, e le persone uccise più di 110. Gli attacchi sono stati definiti illegali da molti esperti, e hanno un’utilità relativa nella lotta al narcotraffico, visto che il grosso della droga che arriva negli Stati Uniti passa via terra dal Messico, e non via mare dal Venezuela. Per questo, gli attacchi sono stati interpretati come un primo modo dell’amministrazione Trump per destabilizzare il regime di Maduro.

Sempre in autunno gli Stati Uniti hanno cominciato ad ammassare navi da guerra al largo del Venezuela (Trump l’ha definita «un’enorme armata»). Le navi comprendono una portaerei (cioè l’imbarcazione più potente e sofisticata al mondo), decine di navi d’attacco, da cargo e per le operazioni speciali. Secondo l’esercito statunitense sono dispiegati al largo del Venezuela più di 15mila soldati, tra marinai e militari.

Queste forze non sono sufficienti a portare avanti un’invasione di terra del Venezuela, come aveva detto in autunno Maduro, ma più che abbastanza per l’attacco di sabato.

A dicembre la marina statunitense al largo del Venezuela ha anche cominciato ad abbordare e sequestrare le petroliere in entrata e in uscita dai porti venezuelani. Questo è un grave problema per l’economia del Venezuela, che è un paese produttore di petrolio e la cui economia dipende completamente dalle esportazioni petrolifere.

Alla pressione militare, l’amministrazione Trump ha aggiunto la pressione economica: oltre all’embargo sul petrolio gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro il Venezuela, e isolato il paese.

– Leggi anche: Il petrolio del Venezuela, al centro di tutto

Ad agosto gli Stati Uniti avevano anche aumentato a 50 milioni di dollari la ricompensa per chi avesse offerto informazioni utili all’arresto di Maduro, che è ricercato negli Stati Uniti per contrabbando di droga. Trump aveva anche dato ordine alla CIA, l’agenzia statunitense di intelligence per l’estero, di fare operazioni sotto copertura in territorio venezuelano. Non sono emerse però notizie su quali operazioni siano state eventualmente compiute.

A fine dicembre gli Stati Uniti hanno cominciato i primi bombardamenti con droni contro alcuni porti del Venezuela: sono state tuttavia azioni decisamente più limitate dell’attacco di sabato.

Nicolás Maduro a dicembre 2025 (AP Photo/Ariana Cubillos)

Nicolás Maduro a dicembre 2025 (AP Photo/Ariana Cubillos)

Non è del tutto chiaro perché Trump si sia concentrato così tanto contro il Venezuela. Il regime venezuelano è da decenni ostile agli Stati Uniti, ma non ha mai costituito una minaccia diretta alla sicurezza americana.

L’amministrazione finora ha parlato soprattutto della necessità di contrastare il traffico di droga che arriva dal Venezuela: «Le droghe, moltissime droghe arrivano dal Venezuela», ha detto a novembre Trump. Ma la lotta al narcotraffico è ritenuta poco più che una scusa, vista la sua marginalità.

Un’altra ipotesi è che gli Stati Uniti vogliano garantirsi l’accesso alle riserve petrolifere del Venezuela, che è il paese che ne ha di più al mondo. Gli Stati Uniti però non hanno bisogno del petrolio venezuelano, perché sono indipendenti dal punto di vista energetico.

C’è anche la possibilità che per Trump rovesciare il regime di Maduro – e magari mettere al suo posto un governo democratico ma amico, guidato per esempio dalla capa dell’opposizione María Corina Machado – sarebbe un modo di ribadire la forza degli Stati Uniti nel continente americano. Sarebbe anche un modo per rafforzare la coalizione di governi latinoamericani vicini all’attuale amministrazione, che attualmente comprende quello di Javier Milei in Argentina e di Nayib Bukele in El Salvador.