Il governo vuole mettere una tassa di due euro sui pacchi sotto i 150 euro

È una proposta inserita nella legge di bilancio il cui scopo non è chiaro: serve più che altro a racimolare un po' di soldi

(Nicolò Campo/LaPresse)
(Nicolò Campo/LaPresse)
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Tra gli emendamenti al disegno di legge di bilancio attualmente in discussione in parlamento il governo ne ha presentato uno che prevede l’introduzione di una tassa di due euro su qualsiasi pacco spedito dal valore inferiore ai 150 euro che arriva in Italia da fuori l’Unione Europea. Il testo dell’emendamento prevede per ora un discrimine per la provenienza, ma è probabile che questo sia in contrasto con le norme doganali europee e dovrà essere cambiato, col risultato che se vuole introdurre questa tassa il governo dovrà applicarla indipendentemente dalla provenienza: quindi sia su quelli dall’estero che su quelli che partono dall’Unione Europea e dall’Italia.

È una tassa che, se venisse approvata, colpirebbe soprattutto i piccoli acquisti online, quelli più diffusi, e al momento dovrebbe aggiungersi a quella di tre euro (imposta sulla stessa tipologia di merce) che è stata approvata venerdì dall’Unione Europea e che entrerà in vigore a partire da luglio del 2026. La misura italiana infatti non c’entra niente con questo provvedimento, ma potrebbe avere un effetto simile: aumentare il costo delle piccole spedizioni, anche se non è ancora chiaro chi dovrà pagarla, se il consumatore finale, l’azienda che vende o lo spedizioniere. Non è nemmeno chiaro se sia compatibile con la normativa relativa al mercato comune europeo.

Le misure europee hanno l’obiettivo evidente e dichiarato di ostacolare gli acquisti di prodotti dalla Cina – problematici per moltissime ragioni oltre a quella della concorrenza, come il loro impatto ambientale e sociale – e di compensarne gli oneri per l’amministrazione. Lo scopo di quella italiana invece non è chiaro, perché alla fine rischia di colpire anche i pacchi che partono dall’Italia: il governo italiano non può infatti imporre una tassa solo sulle importazioni, perché sarebbe equivalente a un dazio, e i dazi sono di sola ed esclusiva competenza europea. Da qui la necessità di colpire tutte le spedizioni.

La realtà è che questa tassa serve al governo per racimolare soldi e compensare la cancellazione di un’altra tassa, quella sui dividendi finanziari delle aziende, che era stata prevista nella prima versione della legge di bilancio e molto criticata: è stata tolta e per compensare il mancato gettito il governo ha proposto questa tassa sui pacchi e il raddoppio della cosiddetta “Tobin tax”, la tassa sulle transazioni finanziarie (dallo 0,2 allo 0,4 per cento).

A questo punto dei lavori sulla legge di bilancio i margini di manovra sono molto stretti: se si toglie una tassa se ne deve mettere un’altra che raccolga gli stessi soldi; se si introduce una nuova spesa si deve rinunciare a un’altra di pari ammontare. Con questa tassa sulle spedizioni il governo conta di recuperare tra i 150 e i 200 milioni di euro l’anno.

In ogni caso la tassa di due euro è un emendamento a un disegno di legge che deve essere ancora approvato. È possibile che da qui all’approvazione della legge di bilancio, che deve avvenire entro la fine dell’anno, qualcosa cambi, anche se a questo punto è abbastanza improbabile: la misura fa parte di un pacchetto di emendamenti proposto dal governo proprio nelle ultime fasi della discussione in commissione Bilancio, che nei prossimi giorni chiuderà i lavori e passerà l’esame del testo all’aula, dove ha molte meno probabilità di subire variazioni.

La legge di bilancio è uno dei provvedimenti più importanti dell’anno, perché stabilisce come varierà il bilancio dello stato nell’anno successivo, cioè come cambieranno la spesa pubblica e le tasse. La presenta il governo in parlamento, che poi la discute e la deve approvare ogni anno entro il 31 dicembre.

– Leggi anche: A cosa servono le misure inutili nella legge di bilancio