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  • Venerdì 10 ottobre 2025

Ci voleva un dizionario apposta

Per definire le parole legate alle questioni di genere e alla disparità: l'ha pubblicato da poco la casa editrice Settenove

Dizionario di genere, Settenove
Dizionario di genere, Settenove
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“Bionda”, spiega il vocabolario online di Treccani, indica una donna o una ragazza «dai capelli biondi». “Bionda”, dice invece il Dizionario di genere appena uscito per Settenove, «è un eufemismo per stupida» e «non ha la stessa valenza dispregiativa se usato al maschile». Il termine, si spiega ancora in questa nuova pubblicazione, «fa riferimento allo  stereotipo secondo il quale le donne con i capelli biondi sarebbero meno intelligenti, più superficiali e più sessualmente disponibili». Aggiunge che secondo alcuni studi è possibile che le bionde siano ritenute più attraenti proprio perché ritenute meno intelligenti, e che attestazioni legate alla presunta stupidità delle bionde si trovano già sul finire del Settecento.

L’obiettivo del Dizionario di genere è censire e descrivere il maggior numero possibile di fenomeni sociali legati alle questioni di genere e in generale ai meccanismi di disparità, andando oltre il semplice repertorio di definizioni: attraverso le parole vengono infatti raccontate le storie di quelle parole, i contesti politici e sociali in cui emergono e circolano. Ma anche la rete di significati che contengono, le vicende di usi, abusi e ribaltamenti a cui sono legate, i nuovi significati e i nuovi valori che via via hanno assunto e gli effetti che hanno prodotto. Tutto per restituire complessità e profondità alle questioni di genere, spesso banalizzate dal dibattito pubblico o ridotte a slogan. E per creare conoscenza e consapevolezza intorno a una materia incandescente e tutt’altro che teorica.

Il Dizionario di genere raccoglie 2417 parole e locuzioni che vanno da “Abbandono del tetto coniugale” a “Zoombombing”. L’autrice è Marzia Camarda, editor (il suo primo incarico fu al Grande Dizionario Enciclopedico Utet), saggista, esperta di formazione sulle questioni di genere che si occupa di didattica e di editoria scolastica. Spiega che durante uno dei suoi laboratori si rese conto delle difficoltà di alcune colleghe educatrici nello spiegare in classe alcune parole, anche le più semplici come maschilismo e femminismo, che sempre più fanno parte del nostro vocabolario e di cui si dà erroneamente per acquisito il significato.

Da qui l’idea del dizionario, nato da un primo lemmario di cento parole a cui via via se ne sono aggiunte moltissime altre che sono state compilate attraverso un enorme lavoro di ricerca, lettura e studio durato tre anni.

«È stato un lavoro lungo e complesso», dice Camarda, raccontando di aver scelto di affidare alcune voci a una quarantina di esperte e di esperti. La sociolinguista Vera Gheno ha compilato dunque i lemmi “linguaggio” e “schwa”, la pedagogista Alessia Dulbecco “stereotipi di genere”, il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury “diritti umani”, e il ricercatore in Scienza politica Massimo Prearo, “pro Vita” e “ideologia gender”, solo per citarne alcune e alcuni.

Il dizionario è diviso in dodici grandi temi: corpo, identità, lavoro e denaro, sessualità, violenza, tecnologia, diritti, famiglia, linguaggio, psicologia e modelli educativi, e storia. La loro trattazione riguarda strettamente la pertinenza del concetto o del fenomeno con i temi di genere. Per capirci: se il dizionario online di Treccani definisce la “calvizie” come «mancanza totale o parziale di capelli (…) assai frequente nell’uomo anziano, rara invece nella donna», il Dizionario di genere aggiunge che i capelli «sono tradizionalmente indicatori di salute, forza e giovinezza sia nelle donne che negli uomini» e che «sono uno dei pochi ambiti in cui il giudizio estetico sociale esercita pressione anche sugli uomini».

Ci sono parole e locuzioni che una persona si aspetta di trovare dentro un dizionario di questo tipo (“gender pay gap”, per dirne una), ma anche parole e locuzioni che in apparenza sembrano neutre, come “tasche”, “differenza d’età”, “misure”, “statura”, dentro cui si annidano degli stereotipi di cui siamo inconsapevoli o che hanno un portato storico e culturale legato al genere.

Il lemma “bicicletta”, per esempio, dice subito come la bicicletta sia stata un grande strumento di emancipazione, perché per la prima volta ha consentito alle donne di allontanarsi dallo spazio domestico e di muoversi nello spazio pubblico. Si racconta come l’uso della bicicletta da parte delle donne sia stato all’inizio apertamente osteggiato per motivi legati all’abbigliamento o per motivi medici perché si temeva che avrebbe potuto causare sterilità. Si dice come col tempo le biciclette divennero meno costose e si diffusero in tutte le classi sociali, come si diffusero dei club femminili che organizzavano viaggi in compagnia per evitare le  molestie e come furono un mezzo di trasporto strategico per le staffette partigiane durante la Seconda guerra mondiale. E si nominano, infine, le cicliste che fecero la storia, come Alfonsina Strada: l’unica ad aver partecipato al Giro d’Italia, gara per soli uomini, nel 1924.

Il lemma “assorbente” spiega che il tema della reperibilità di dispositivi per contenere il flusso mestruale riguarda e nei secoli ha riguardato miliardi di donne. Si dice che alla fine del Settecento Benjamin Franklin ideò degli assorbenti usa e getta per contenere il sanguinamento dei soldati feriti, e che nel 1888 fu l’azienda Johnson & Johnson a commercializzarli destinandoli alle donne. Ne viene descritta l’evoluzione, specificando però che molte donne continuarono e continuano a realizzarli con materiali di recupero perché il costo di quelli industriali era ed è inaccessibile: «Il fatto di non poter avere accesso agli assorbenti limita le ragazze e le donne negli spostamenti nello  spazio pubblico, riduce la frequenza scolastica e ostacola l’autonomia delle donne e la loro partecipazione alle attività sociali».

Camarda spiega che nel dizionario trovano posto anche alcuni fenomeni storici come il “progetto Lebensborn”, il “madamato”, le “case Magdalene”, le “madri costituenti” o il “mabruchismo”, sebbene una prospettiva storica sia presente anche all’interno di altre voci. Spiega poi di aver cercato di evitare «il più possibile e per quanto possibile, l’occidentocentrismo: per mostrare che il nostro modello non è l’unico possibile». Sono dunque citate parole meno note nell’uso comune che riguardano fenomeni e usanze di popolazioni di diversi paesi nel mondo, o sono raccontate intere popolazioni, come quella Moso dello Yunnan, in Cina, che è organizzata in modo matriarcale e che ha trovato un modello alternativo alla monogamia.

Sono presenti molti neologismi e una grande quantità di lemmi nella forma inglese e in quella italiana per chiarirne, dove sussistano, le differenze d’uso e di significato e per mettere ordine nella coesistenza di formule.

Ma un criterio che sta molto a cuore a Camarda riguarda la struttura stessa del dizionario, che è stato pensato per garantire circolarità, attraverso un fitto sistema di rimandi e riferimenti interni che si trovano sia nel corpo della trattazione, sia al piede di ogni singolo lemma: «In questo dizionario non c’è nemmeno una singola parola che non sia connessa ad altre: perché i fenomeni sociali e i concetti non si danno mai in isolamento, sono parte di una rete di significati».

Il lemma “genere”, per esempio, non può essere pienamente compreso senza tenere conto del concetto di “normalità”, della distinzione tra “sesso” e “identità di genere” e del concetto di “intersezionalità”. E il lemma “prostituzione” non poteva non tenere conto del livello attuale della discussione e della varietà di posizioni tra diversi femminismi: da un lato, spiega Camarda, «non si potevano evitare i temi legati alla mercificazione e agli abusi che riguardano la prostituzione, ma nemmeno il fatto che una parte significativa di persone rivendica la fornitura di servizi sessuali in cambio di denaro come un lavoro che necessita di riconoscimento per evitare ulteriore marginalizzazione. Abbiamo dunque scelto di non prendere posizione, di inserire voci come “prostituzione”, “scambio economico-sessuale”, “sex work”, “case chiuse”, “sfruttamento della prostituzione”, insomma una molteplicità di parole e locuzioni in rimando tra loro che ci permettono di non costruire intorno a questo tema una posizione superficiale, ma di considerarne la molteplicità di aspetti».

L’obiettivo, prosegue l’autrice, «non è insomma solo far trovare a chi legge ciò che sta cercando, ma soprattutto mettere a disposizione e far esplorare concetti nuovi. Quando prendo in mano un dizionario classico e cerco, ad esempio, “apotropaico”, leggo, capisco che cosa significa e poi lo chiudo. Il valore didattico del nostro progetto è invece aiutare le persone a scoprire tante altre cose, ad approfondire, a trovare quello che non sapevano nemmeno esistesse».

Le premesse su cui si basa il lavoro di Camarda e di Settenove sono quindi la consapevolezza, innanzitutto, che le parole ci collocano dentro lo spazio sociale in un modo che non è mai neutro, ma sempre storicamente e culturalmente situato. Il dizionario è dunque intenzionalmente anche uno strumento politico: come spiegato nella lunga introduzione di Francesca Romana Recchia Luciani, docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere all’Università di Bari Aldo Moro, il dizionario «offre le parole per nominare le oppressioni, ma anche le pratiche di resistenza, i gesti quotidiani di sovversione, le alternative possibili».

«Quando parlo di “dizionario di genere”», spiega Camarda, «accadono due cose. Le persone pensano che si tratti di un dizionario sul linguaggio, ma non lo è: è un dizionario che parla di fenomeni sociali usando il linguaggio. Dopodiché quando si parla di genere si sottintende quasi sempre la parola “femminile”, come se gli uomini non avessero genere. Se è vero che storicamente le donne e le identità non binarie hanno subìto e in massima parte subiscono discriminazioni e disuguaglianze, è altrettanto vero che un cambiamento radicale è possibile solo con la partecipazione del maggior numero possibile di persone a un ripensamento collettivo dei modelli che abbiamo ereditato: le persone spesso ripropongono stereotipi e disparità non con intenzione, ma per inconsapevolezza».

Il dizionario è stato dunque pensato per chiunque voglia orientarsi meglio nei discorsi contemporanei sul genere: studenti e docenti, insegnanti, attiviste e attivisti, professionisti e professioniste della cultura e dei media, dell’informazione e della comunicazione, del diritto e della medicina, ma anche persone semplicemente curiose. Non occorrono competenze pregresse, per consultarlo: ogni voce è pensata per essere accessibile e molto chiara, parte dai fatti, da dati e conoscenze perché è solo da queste basi, conclude Camarda, «che si può cominciare a ragionare intorno alle cose e a formarsi delle opinioni».