Una storia di musica e sopravvivenza, durante l’assedio di Sarajevo
Come un gruppo di ragazzi bosniaci finì a suonare a San Siro, trent’anni fa, nel nuovo podcast del Post
Il 7 e l’8 luglio del 1995 una band di ragazzi bosniaci che durante la guerra suonava negli scantinati e in club raffazzonati di Sarajevo si trovò per una serie di coincidenze a esibirsi sul palco di San Siro, assieme a Vasco Rossi, davanti a decine di migliaia di persone.
Non erano famosi. Non avevano mai pubblicato un disco. Erano poco più che adolescenti, suonavano musica punk, e la loro band si chiamava ‘Sikter’ che in bosniaco significa, grossomodo, “fuori dai coglioni”, o “vai a farti fottere”. Eppure, questi quattro ragazzi ebbero allora un inaspettato momento di notorietà: oltre a Vasco Rossi, finirono a suonare con Bruce Dickinson degli Iron Maiden, con gli U2, con Brian Eno, e il video di un loro singolo era trasmesso dalla MTV britannica.
La storia del concerto a San Siro e di quei ragazzi – Enes Zlatar detto Bure, Esad Bratović detto Eso, Nebojša Šerić detto Šoba, e Faris Arapović – è raccontata nel nuovo podcast del Post, Sikter. Rodolfo Toè, che lo ha scritto e raccontato, cerca non solo di ricostruire la scena musicale e culturale alternativa di Sarajevo durante gli anni dell’assedio, ma anche di spiegare perché era iniziata una guerra in Bosnia Erzegovina e perché Sarajevo venne assediata.
Si parla quindi della Jugoslavia e della sua progressiva dissoluzione, dei rapporti tra i vari gruppi della popolazione della Bosnia Erzegovina, di politica e di nazionalismo. E poi si parla di Sarajevo durante quello che fu l’assedio militare più lungo della storia moderna.
In quegli anni ci fu, tra gli altri, un fotografo italiano che trascorse diverse settimane nella città sotto assedio. Massimo Sciacca passò molto tempo con i giovani musicisti bosniaci, e li fotografò durante i concerti, le prove, in posa di fronte alle rovine: quelle fotografie sono un altro pezzo della storia.
Dal 1992 al 1996, per 1425 giorni, gli abitanti della città vissero in condizioni difficilissime, in case dove mancavano cibo, acqua ed elettricità. In una città dove alle 22 scattava il coprifuoco, che però non impediva alle persone di frequentare i club: semmai, ci restavano dentro fino al mattino, anche perché la musica diventava una specie di rifugio psicologico per sopravvivere in situazioni estreme. E dove poteva capitare che alla fine di un concerto uno dei musicisti mettesse giù la chitarra per indossare l’uniforme e correre al fronte: faceva così Šoba, il bassista dei Sikter, che era arruolato nell’esercito.
Rodolfo Toè è un giornalista del Post che si occupa di esteri; prima, ha vissuto 13 anni a Sarajevo, dove ha scritto di Balcani, ha imparato il bosniaco, e probabilmente mangiato troppi burek. Ha suonato in diverse band, che non sono mai andate da nessuna parte.
Sikter è un podcast del Post in quattro puntate: la prima è già disponibile, mentre le altre usciranno sul sito del Post e su tutte le piattaforme l’8, il 9 e il 10 luglio, sempre alle 8:30. Come tutte le cose gratuite che fa il Post (e sono tante, a partire da tutti gli articoli), anche questo podcast è pagato da chi sceglie di abbonarsi.












