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  • Venerdì 6 giugno 2025

Perché Trump se l’è presa con gli studenti cinesi di Harvard

Dice che la prestigiosa università è diventata una «scuola di partito» per il regime comunista: c'è qualcosina di vero e molto di falso

Studenti di Harvard durante una protesta contro le politiche anti COVID del governo di Xi Jinping, nel 2022
Studenti di Harvard durante una protesta contro le politiche anti COVID del governo di Xi Jinping, nel 2022 (AP Photo/Josh Reynolds)
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Nel comunicato in cui chiede di revocare i visti di ingresso negli Stati Uniti agli studenti stranieri, l’amministrazione di Donald Trump ha definito l’Università di Harvard una «scuola di partito» per i membri del Partito Comunista Cinese. Di fatto, Trump ha accusato l’università di connivenza con il Partito Comunista, di aver contribuito a formare migliaia di funzionari cinesi e di aver ricevuto centinaia di milioni di dollari dalla Cina.

Messa così, sembra che la prestigiosa Università di Harvard abbia avuto un rapporto di complicità con il Partito Comunista Cinese, e che abbia contribuito alla formazione della sua classe dirigente a discapito degli interessi nazionali degli Stati Uniti. Le cose stanno diversamente: è vero che il rapporto tra Harvard e la Cina è molto stretto da decenni, ma lo è soprattutto per ragioni economiche e di prestigio dell’università, e non di vicinanza politica. Inoltre questo stretto rapporto era visto con favore dalla politica statunitense fino a che, circa un decennio fa, la competizione con la Cina ha cominciato a farsi più serrata.

La revoca dei visti per gli studenti stranieri è la più recente mossa dell’amministrazione contro Harvard, con cui Trump è in lotta ormai da settimane; l’università ha fatto ricorso, e un giudice ha bloccato temporaneamente la misura. Gli argomenti anti cinesi usati da Trump nel suo comunicato sono interessanti anche perché sembrano ripresi da un articolo uscito sul Wall Street Journal pochi giorni fa, in cui si definiva Harvard come appunto una «scuola di partito» per i funzionari cinesi.

Questa definizione circola in Cina ormai da anni, e descrive effettivamente il grande afflusso di studenti cinesi nell’università, e in particolare di studenti vicini alla dirigenza del Partito Comunista, o figli di importanti dirigenti. Xi Mingze, la figlia del presidente cinese Xi Jinping, ha frequentato Harvard all’inizio degli anni Dieci, quando il padre era vicepresidente: partecipava alle lezioni sotto falso nome, e soltanto la dirigenza dell’università e pochissime altre persone sapevano chi fosse davvero.

Ha studiato a Harvard Liu He, l’ex capo negoziatore cinese sulle questioni commerciali, così come l’ex vicepresidente Li Yuanchao, soltanto per citarne alcuni. A questi nomi noti si affiancano centinaia di funzionari di medio e alto livello del Partito, oltre a sindaci e amministratori locali che hanno frequentato soprattutto la Kennedy School of Government, una scuola di specializzazione dell’università che offre corsi post laurea in politiche pubbliche e amministrazione.

Se si conta tutta l’Università di Harvard, oggi gli studenti cinesi sono poco meno di 1.400, e costituiscono di gran lunga la nazionalità non statunitense più ampia (ovviamente soltanto una minoranza di questi ha legami con il Partito Comunista). Gli studenti stranieri a Harvard sono poco meno di 6.800.

Il campus di HArvard in una foto del 2017

Il campus di Harvard in una foto del 2017 (AP Photo/Charles Krupa)

Per lungo tempo Harvard ha coltivato i rapporti con la Cina. I primi studenti cinesi cominciarono ad arrivare all’università già negli anni Ottanta, e da allora il loro numero è cresciuto costantemente. Negli anni Harvard ha aperto corsi pensati apposta per gli studenti cinesi, ha fatto accordi e partnership con importanti università della Cina e in generale cercato di attrarre quanti più studenti cinesi possibile.

Fino a circa un decennio fa questo atteggiamento positivo di Harvard (e di molte altre università degli Stati Uniti) nei confronti della Cina era visto con favore dalla politica americana: al tempo gli Stati Uniti vedevano negli scambi culturali con la Cina un vantaggio e uno strumento di integrazione. L’idea era che più persone cinesi fossero state educate nelle università americane, più facile sarebbe stata l’integrazione tra i due paesi e maggiore sarebbe stata l’influenza statunitense sulla Cina. Il fatto che molti membri della leadership comunista frequentassero Harvard e altre università degli Stati Uniti, in questo senso, era visto come un vantaggio: era ritenuto un modo per educare ai valori occidentali la classe dirigente di uno dei paesi più importanti del mondo.

In quello stesso periodo anche i dirigenti del Partito Comunista Cinese erano ben disposti a mandare a Harvard e nelle altre prestigiose università americane i propri figli o i giovani membri più promettenti del Partito: per loro era un modo di garantire alle nuove generazioni la migliore istruzione possibile.

In questo senso, una parte consistente della dirigenza cinese si è formata a Harvard non perché l’università avesse una particolare connivenza con il regime o un’adesione ideologica, ma perché gli alti funzionari volevano garantirsi un posto in una delle università più prestigiose del mondo – e ovviamente perché erano disposti a pagare bene per ottenerlo.

Lo stesso è sempre valso per la classe dirigente di tantissimi paesi. Tra gli ex studenti della Kennedy School of Government, per esempio, ci sono moltissimi capi di stato e di governo internazionali: tre ex presidenti messicani, gli ex presidenti di Cile, Colombia e Taiwan, gli attuali primi ministri di Singapore e della Grecia, soltanto per citarne alcuni.

Ma le cose sono cambiate negli ultimi dieci anni: la competizione economica e politica tra Stati Uniti e Cina si è fatta più agguerrita, e gli Stati Uniti hanno cominciato a scoraggiare sempre di più gli scambi accademici e culturali. La grande presenza di studenti cinesi nelle università americane ha smesso di essere vista come un vantaggio, ed ha iniziato a sembrare una possibile vulnerabilità. Oggi gli studenti che provengono dalla Cina sono guardati con sospetto dall’amministrazione Trump, indipendentemente dai loro legami con il Partito Comunista.