Il deposito di Eni a Calenzano forse inquinava più del dovuto

Lo dice una consulenza tecnica sulle acque vicine allo stabilimento in provincia di Firenze, dove a dicembre c'è stata un'esplosione

Fotografia dall'alto del deposito di Eni a Calenzano in cui si vede il sito dell'esplosione di dicembre
Fotografia dall'alto del deposito di Eni a Calenzano, agli atti delle indagini sull'esplosione di dicembre (ANSA, NPK)
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I corsi d’acqua intorno al deposito di benzina, gasolio e cherosene di Eni a Calenzano, in provincia di Firenze, dove lo scorso dicembre cinque persone morirono per un’esplosione, sono contaminati da idrocarburi in concentrazioni fino a sei volte superiori a quelle previste dalle autorizzazioni per lo stabilimento. Lo dice una consulenza tecnica eseguita dal geologo Giovanni Balestri per conto della procura di Prato, che sta indagando sull’esplosione. La consulenza ipotizza che in passato i gestori del deposito scaricassero abitualmente acque contaminate in un fosso non isolato dalla falda acquifera sottostante.

L’obiettivo del lavoro di Balestri era verificare se nel deposito, che è tuttora sotto sequestro, fossero rispettate le regole di gestione ambientale e se l’esplosione avesse causato una diffusione di sostanze dannose nei dintorni, per valutare eventualmente la necessità di una bonifica.

Un articolo del Corriere Fiorentino, che riassume e spiega il contenuto della consulenza, dice che alcune analisi fatte il 13 febbraio hanno riscontrato la presenza di idrocarburi nelle acque superficiali del torrente Garille e del fosso Tomerello. Il torrente però è l’unico corso d’acqua in cui il deposito è autorizzato a sversare le proprie acque reflue, previa depurazione in un impianto interno: infatti l’alveo e le sponde del Garille (o Chiosina) sono cementate e dunque isolate rispetto al suolo sottostante, e quindi alle acque sotterranee. Al contrario il Tomerello (Tomarello), che si allunga parallelamente al Garille, non è cementato. Al momento non si sa se l’inquinamento abbia raggiunto la falda acquifera.

Nella sua consulenza tecnica il geologo Balestri dice che le acque reflue dell’impianto di Eni potevano essere riversate nel fosso invece che nel torrente cementato attraverso una valvola azionabile manualmente: questo tipo di scarico è irregolare e i risultati delle analisi chimiche delle acque suggeriscono che sia stato usato più volte in passato. Secondo Balestri l’autorizzazione con cui nel 2015 era stata approvata la gestione delle acque dello stabilimento era stata «superficiale» e il sistema per controllare il sistema di depurazione «deve essere ammodernato».

Un’altra conclusione della consulenza tecnica è che il deposito non è attrezzato per fronteggiare il rischio idraulico presente nell’area di Calenzano (che è uno dei comuni interessati dalle piogge intense e dagli allagamenti di metà marzo) perché non ha barriere che impediscano l’ingresso di acque alluvionali. Infine, anche la pavimentazione dello stabilimento non è ottimale: presenta «numerose fratture riempite di terra e vegetazione» e quindi non è impermeabile rispetto al suolo sottostante.

Il deposito di Calenzano è uno stabilimento dove sono stoccati benzina, gasolio e cherosene che arrivano dalla raffineria di Eni a Livorno tramite due oleodotti. Dopodiché il carburante viene distribuito da lì attraverso le autocisterne. Rispetto a quanto emerso dalla consulenza tecnica di Balestri, Eni fa sapere che sta collaborando con l’autorità giudiziaria «per fare chiarezza su ogni aspetto coinvolto nelle indagini in corso» senza aggiungere altro.