C’è un caso attorno a una delle foto più famose di sempre

L’immagine che meglio mostrò gli orrori della guerra in Vietnam è attribuita a un fotografo di Associated Press, ma un nuovo documentario sostiene sia stata scattata da un freelance

(AP Photo/ Nick Ut)
(AP Photo/ Nick Ut)

La fotografia più rappresentativa della guerra in Vietnam si intitola “The Terror of War”, il terrore della guerra, e ha al centro una bambina nuda che scappa da un bombardamento assieme ad altre persone. Fu scattata l’8 giugno del 1972 nel villaggio di Trang Bang, nel sud del paese, ed è sempre stata attribuita a Nick Ut, un fotografo dell’agenzia di stampa statunitense Associated Press che proprio grazie a quest’immagine impressionante ottenne numerosi riconoscimenti.

Secondo un documentario presentato al Sundance Film Festival, tuttavia, quella che è una delle foto più famose al mondo sarebbe stata scattata da un’altra persona: ne è nato un caso piuttosto discusso fatto di lunghe indagini, ricostruzioni divergenti e smentite.

Il documentario si chiama The Stringer, è stato proiettato sabato al noto festival di cinema nello Utah ed è stato girato dal regista statunitense-vietnamita Bao Nguyen, già autore del documentario We Are the World: la notte che ha cambiato il pop. Secondo la sua ricostruzione in realtà la foto sarebbe di Nguyen Thành Nghe, un giovane vietnamita che al tempo lavorava come autista per la tv statunitense NBC e vendeva le proprie foto ad Associated Press come freelance, che in inglese si dice appunto “stringer”.

Ut è a sua volta un cittadino statunitense e vietnamita, al tempo aveva 21 anni e la foto gli valse sia un premio Pulitzer, sia il premio per la miglior foto al prestigioso concorso World Press Photo nel 1973, oltre a una certa fama e a una carriera brillante. Al momento non ha commentato, mentre Associated Press continua a ritenere che la foto sia di Ut. Nghe invece ha sostenuto di aver scattato la foto nel documentario così come al festival, grazie a un interprete: nel film dice di aver «lavorato sodo [per la foto], ma che tutto il riconoscimento andò a quel tizio».

Nick Ut, al centro, prima di incontrare papa Francesco al Vaticano, 11 maggio 2022. Alla sua destra c’è Phan Thi Kim Phúc, la bambina al centro della foto. (AP Photo/ Gregorio Borgia)

La bambina ritratta nella foto si chiama Phan Thi Kim Phúc, all’epoca aveva nove anni e rimase nuda dopo che il napalm sganciato dai cacciabombardieri Douglas A-1 Skyraider dell’aviazione sudvietnamita, alleata degli Stati Uniti, le bruciò i vestiti. Si era nascosta dai bombardamenti a tappeto in un tempio assieme ad altri civili, e mentre scappava assieme ad altri bambini e ad alcuni soldati gridò disperata in un’espressione che simboleggiò le enormi sofferenze subite dal popolo vietnamita massacrato dalle bombe e dai defolianti tossici sganciati dagli americani, che volevano impedire l’instaurazione di un regime rivoluzionario comunista alleato dell’Unione Sovietica.

La foto, che per questo è meglio conosciuta come “Napalm Girl”, divenne un simbolo della guerra in Vietnam e un vanto per l’agenzia Associated Press, che ne ricostruì la storia e la raccontò per decenni.

Il primo ad aver sostenuto che la foto non fosse stata scattata da Ut è stato Carl Robinson, un ex photo editor di Associated Press che al tempo lavorava a Ho Chi Minh. Robinson sostiene che l’allora responsabile delle foto per il Sud est asiatico, Horst Faas, gli avesse ordinato di attribuire la fotografia a Ut anziché a Nghe. È la stessa versione data da diversi testimoni intervistati nel documentario, tra cui il fratello di Nghe, sua figlia e altri ex colleghi di Robinson: in cambio della foto il freelance avrebbe ottenuto 20 dollari e una stampa.

In un’intervista dopo la proiezione al festival Robinson ha spiegato che avrebbe voluto trovare il vero autore della foto per scusarsi con lui prima di compiere 80 anni, a causa del senso di colpa. La ricostruzione del documentario è che Faas gli avesse ordinato di attribuire la foto a Ut perché in quel momento era l’unico fotografo di Associated Press sul posto, o forse perché proprio Faas aveva mandato il fratello di Ut a documentare una missione in cui poi era stato ucciso. Faas è morto nel 2012 e non risulta che abbia mai ammesso una versione diversa da quella nota finora. Tra le persone sentite nel film c’è anche qualcuno che allude al razzismo nei confronti di Nghe.

– Leggi anche: La storia dietro alla foto più famosa della guerra in Vietnam

Il produttore esecutivo del documentario, Gary Knight, ha sostenuto che questa sia «una storia che molte persone nel settore non vogliono che venga raccontata». «Per me, personalmente, il film riguarda la ricerca del freelance», ha detto invece Nguyen, ricordando che «le storie di tantissimi giornalisti vietnamiti e statunitensi-vietnamiti sono state trascurate per decenni».

Le indagini per Stringer sono durate due anni e sono state guidate proprio da Knight, che è responsabile di una non profit che si occupa di sostenere il giornalismo con sede in Francia. Era proprio a lui che Robinson aveva raccontato la sua versione per la prima volta nel 2010. Parlando con il Los Angeles Times, Knight ha detto che la storia di Robinson è stata solo «l’inizio», e che lui e il gruppo di giornalisti coinvolti nelle ricerche erano arrivati alla conclusione che la foto fosse di Nghe intervistando 55 persone, di cui 45 riprese in video; i giornalisti hanno anche consultato un gruppo di esperti forensi secondo cui, in base alle altre foto scattate da Ut quel giorno, lui non si sarebbe potuto trovare nel posto da cui la foto è stata scattata.

Secondo la versione fornita nel documentario, Ut non aveva risposto alle richieste di contatto dei giornalisti. Il suo avvocato, James Hornstein, ha definito «vergognoso» che l’organizzazione di Knight dia visibilità a una persona che «chiaramente aspira a una vendetta da oltre 50 anni». Sempre Hornstein ha diffuso un comunicato in cui Phan Thi Kim Phúc, la donna che compariva nella foto da bambina, dice di essersi rifiutata di partecipare alle ricerche del documentario perché sapeva che si basavano su un racconto falso. A sua volta Associated Press ha mantenuto la propria versione.

Durante la produzione del documentario Associated Press aveva svolto una propria indagine di sei mesi, rivedendo alcune informazioni parziali che erano state condivise dagli investigatori del film ed esaminando negativi, testimonianze e resoconti del tempo. A sua volta l’agenzia aveva poi intervistato diverse persone che al tempo si trovavano a Trang Bang oppure nella sua sede di Ho Chi Minh, dove la foto in questione fu sviluppata e stampata, concludendo di «non aver motivo di credere che la foto fosse stata scattata da nessun altro, se non Ut».

Associated Press dice che nessuna delle persone che possono confermare la sua versione era stata contattata dagli investigatori del documentario, oppure che si erano rifiutate di parlarci perché sarebbero state obbligate a firmare un accordo di riservatezza. Uno dei testimoni citati dall’agenzia sostiene che il gruppo di giornalisti avesse contestato la sua storia e che poi non lo avesse più ricontattato.

In un comunicato successivo all’uscita del film, Associated Press ha chiarito di aver chiesto ripetutamente ai produttori di condividere tutto il materiale raccolto in modo da svolgere le opportune ricerche: la produzione però non aveva accettato di farlo a meno che l’agenzia stessa non firmasse a sua volta un accordo di non divulgazione, e questo le aveva impedito di svolgere analisi complete ed eventualmente di correggere l’attribuzione della foto, cosa che sostiene sarebbe disposta a fare, con le dovute prove. Associated Press ha anche accusato Robinson di non aver messo in dubbio l’attribuzione della foto a Ut né in un documento per l’archivio dell’agenzia del 2005, né nella sua autobiografia del 2019: nel film Robinson dice di rammaricarsi per questa omissione.