Anche nelle biblioteche italiane potrebbero esserci libri con l’arsenico
Oltre a quelli già trovati in altri paesi: uno molto sospetto è nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Firenze, ma non è pericoloso

Un’edizione inglese di The Uncommercial Traveller di Charles Dickens in possesso della Biblioteca Nazionale di Firenze potrebbe contenere arsenico: una sostanza tossica che, per via del suo colore verde acceso, dalla fine del Settecento fu impiegata per tingere copertine e rilegature di libri. La copertina di The Uncommercial Traveller è effettivamente verde, ma fa soprattutto parte di un elenco di più di 200 edizioni messo a punto dal Poison Book Project, una ricerca dell’Università del Delaware, per rintracciare libri contenenti sostanze tossiche.
Confrontando l’elenco con il catalogo del Servizio bibliotecario nazionale italiano, il Post ha verificato che almeno una decina delle edizioni segnalate dal Poison Book Project fa parte del patrimonio di libri nazionale: non è quindi da escludere che copie contenenti arsenico siano presenti e consultabili nelle biblioteche italiane. Dell’arsenico nei libri si era scritto la scorsa primavera, quando alcune biblioteche europee tra cui la Biblioteca Nazionale di Francia, a Parigi, avevano condotto delle ricerche nel proprio catalogo e in alcuni casi tolto i libri dai propri scaffali. Lo scorso ottobre anche The Uncommercial Traveller è stato sigillato a scopo precauzionale, anche se i rischi legati alla manipolazione di libri contenenti arsenico sono piuttosto limitati e non ne precludono la consultazione.
In realtà parte dei libri italiani nell’elenco del Poison Book Project – abbiamo verificato contattando alcune delle biblioteche che li possiedono – non ha, o non ha più, rilegature di colore verde. In passato era comune che uno stesso titolo di una stessa edizione fosse rilegato in modi diversi o che una rilegatura rovinata fosse sostituita negli anni. «Le legatorie ricevevano i testi senza legatura», spiega Luca Cena della libreria antiquaria di Torino White Lands Rare Books, piuttosto conosciuta per il suo profilo divulgativo su Instagram e TikTok: «Decidevano poi in seguito quante edizioni fare con legature più pregiate e quante invece con legature più economiche così da poter fornire entrambe le esigenze di mercato».
Il libro di Dickens nell’edizione stampata a Londra da Chapman and Hall nel 1866 però è indubbiamente verde. E altri libri simili potrebbero ancora essere trovati nelle biblioteche italiane.
L’esistenza di vecchi libri contenenti arsenico è relativamente nota dal 2018, quando due studiosi dell’Università della Danimarca meridionale raccontarono di aver trovato un po’ per caso questa sostanza nelle rilegature di tre libri realizzati tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Da allora quei tre libri sono mantenuti isolati dagli altri della biblioteca in modo che non possano contaminarli; inoltre sono etichettati con un avviso sulla loro potenziale pericolosità e possono essere maneggiati solo indossando dei guanti da laboratorio.
I tre libri trovati in Danimarca furono probabilmente rilegati con una pergamena tinta di verde in Germania all’inizio del Seicento e sono piuttosto rari. Sono invece più diffusi i libri contenenti arsenico prodotti nei due secoli successivi. Nel 1775 il chimico tedesco svedese Carl Wilhelm Scheele creò un pigmento di colore giallo-verde brillante, conosciuto come “verde Scheele” e poi migliorato nella formula “verde Parigi”, usando l’arsenico. Nei decenni che seguirono e per gran parte dell’Ottocento questo colore fu usato anche su scala industriale per produrre stoffe, tappezzerie e altri rivestimenti di uso quotidiano, fino a che non venne abbandonato per una serie di casi di avvelenamento. La maggior parte dei libri nell’elenco del Poison Book Project risale a questo periodo e fu stampata tra Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti.
È il caso del primo libro contenente arsenico scoperto da Melissa Tedone, ideatrice e capa del progetto. Nel 2019 Tedone dirigeva il laboratorio di restauro di Winterthur, una casa-museo del Delaware, e si stava occupando di un libro pubblicato a Londra nel 1857 che doveva essere esposto in una mostra sugli acquari vittoriani: il libro aveva una copertina verde brillante molto danneggiata e mentre Tedone lavorava per ripararla notò che i pigmenti della rilegatura avevano caratteristiche bizzarre. Le venne in mente un libro sul fatto che l’arsenico era un elemento comune nella carta da parati ottocentesca e decise di condurre un’analisi chimica: scoprì che nel libro ce n’era moltissimo.
«È plausibile ritenere che l’arsenico fosse più comune in altre nazioni, come Regno Unito, Germania e Francia, dove l’industria dei coloranti era più sviluppata», dice Alessandro Sidoti, responsabile del laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: «La letteratura, come il libro Bitten by Witch Fever di Lucinda Hawksley, evidenzia l’uso diffuso di pigmenti tossici in questi paesi, suggerendo che la moda per il wallpaper decorato a base di arsenico fosse meno pronunciata in Italia, dove forse si utilizzavano alternative meno tossiche. Ma ovviamente necessiterebbe di una ricerca un po’ più approfondita».
Un altro libro che rientra nell’elenco del Poison Book Project è stato trovato da Cena, che lo ha mostrato in un video diffuso su Instagram a settembre. È un’edizione di Plants of the Holy Land, un libro di botanica pubblicato a Philadelphia nel 1861: «Ho avuto prima il sospetto a causa del colore. Poi facendo una ricerca mi sono accorto che un altro esemplare ma con legatura diversa (decori in oro e a secco con l’indicazione del titolo al piatto anteriore) era stato identificato tra quelli contenenti arsenico». Cena ha spedito il libro nel Delaware per farlo analizzare e avere una conferma.
La Biblioteca Nazionale di Firenze, che possiede più di 8 milioni di libri, per ora non ha avviato campagne di analisi su larga scala per verificare quanti libri ipoteticamente contenenti arsenico ci siano nella sua collezione, ma segue le ricerche in corso. Nel caso in cui i bibliotecari dovessero sospettare di altri libri, li sigilleranno «in buste di materiale plastico, su cui apporre opportuni avvisi di cautela». A giugno la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che insieme a quella di Firenze raccoglie tutte le pubblicazioni italiane, si stava attivando per verificare se i volumi elencati nel Poison Book Project e presenti nelle sue collezioni avessero ancora le coperte verdi originali, per eventualmente isolarle con delle sovracoperte o degli involucri di plastica.
Finora l’Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro (ICPAL), un ente legato al ministero della Cultura che studia i componenti materiali dei libri antichi e i metodi per conservarli, non è mai stato coinvolto in progetti di ricerca per identificare e trovare libri contenenti arsenico o altre sostanze tossiche. Negli interventi di restauro di cui si è occupato in anni recenti non è mai emersa la presenza di tali sostanze nelle rilegature dei libri, mentre in alcuni casi è stata rintracciata negli «elementi decorativi del testo scritto». Non si può comunque escludere che ce ne siano perché sia minerali a base di arsenico che il piombo o il mercurio erano usati per produrre pigmenti.
La direzione dell’Istituto spiega: «Oltre al verde di Parigi (acetato arsenico di rame) individuato nelle legature del XIX secolo oggetto del Poison Book Project, pigmenti come orpimento (solfuro di arsenico di colorazione gialla) e cinabro (solfuro di mercurio di colorazione rossa) sono stati ampiamente utilizzati e potevano essere talvolta impiegati sia nelle decorazioni delle carte dei volumi (tingibordo, capilettere e miniature) che negli elementi delle legature (tra i quali le coperte)». L’arsenico è comunque la più tossica di queste sostanze.
I libri che contengono o potrebbero contenere arsenico sono tutti antichi e non fanno parte di quelli che vengono consultati e prestati più spesso nelle biblioteche, inoltre un contatto limitato con le rilegature in questione non comporta grossi rischi. Come ha detto Cena nel suo video dedicato a questo tema: «Sono dei libri, non si mangiano». Tuttavia se li si maneggia a mani nude una piccola quantità di arsenico potrebbe passare sulle mani, per questo le biblioteche che li hanno trovati – molte sono in Germania, come la biblioteca di Bielefeld e quella universitaria di Lipsia – li hanno isolati e ne hanno vietato il prestito se ammesso.
Tedone, per cui l’interesse per questi libri non è legato ai possibili rischi ma a ciò che rappresentano per la storia e la cultura dei materiali, ha spiegato al Washington Post che basta conservare i libri in buste di plastica per evitare che il pigmento tossico si sparga e, in caso di consultazione, indossare guanti in nitrile e disporre il libro su una superficie dura che poi si possa pulire. I rischi aumentano, spiega un articolo scientifico da poco pubblicato di Tedone e due sue colleghe, nel caso in cui un evento alluvionale danneggi i libri. In ogni caso «ci sono cose più pericolose sotto il lavello della cucina», ha detto Tedone.