I direttori d’orchestra ne dirigono sempre di più

La nomina del giovane finlandese Klaus Mäkelä alla Chicago Symphony Orchestra è l'ultimo esempio di una tendenza che i critici non apprezzano

Un direttore in abito nero mentre dirige l'orchestra
Il direttore d’orchestra canadese Yannick Nézet-Séguin alla New York Philharmonic, il 14 febbraio 2024 (AP Photo/Bebeto Matthews)
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La Chicago Symphony Orchestra ha recentemente annunciato che il suo prossimo direttore d’orchestra sarà il ventottenne finlandese Klaus Mäkelä, che ha firmato un contratto quinquennale e subentrerà nel 2027 a Riccardo Muti. Fondata nel 1891 e considerata una delle più importanti orchestre statunitensi, la Chicago Symphony Orchestra fu diretta prima di Muti da altri grandi musicisti come gli ungheresi Fritz Reiner e Georg Solti e l’argentino Daniel Barenboim.

Mäkelä lavora stabilmente in altre tre famose orchestre sinfoniche: l’Orchestre de Paris, la Filarmonica di Oslo e l’Orchestra reale del Concertgebouw ad Amsterdam, in cui assumerà il ruolo di direttore principale a partire dal 2027. Ha detto che il Concertgebouw e la Chicago Symphony diventeranno le sue «responsabilità principali», ma che tornerà a lavorare regolarmente a Parigi e Oslo quando possibile.

«Nessun direttore d’orchestra nella storia moderna, nemmeno il tanto pubblicizzato Gustavo Dudamel, è mai salito così rapidamente all’apice della professione», ha commentato sul New Yorker lo stimato critico di musica classica Alex Ross. Ma sulle ragioni dell’ascesa non tutti la pensano allo stesso modo. Alcuni critici, tra cui Ross, ritengono che parte del successo di Mäkelä sia l’effetto di una più ampia tendenza recente dei direttori d’orchestra ad assumere più incarichi contemporaneamente, da una parte, e dei consigli di amministrazione delle orchestre più famose al mondo a cercare questo tipo di direttori d’orchestra «multitasking», dall’altra parte.

In un recente documentario su Mäkelä il regista francese Bruno Monsaingeon lo definisce «molto semplicemente, il più grande direttore d’orchestra del ventunesimo secolo». Il Chicago Tribune ha scritto che Mäkelä era nettamente la prima scelta tra i musicisti dell’orchestra. Il critico statunitense David Hurwitz ha invece attribuito anche all’aspetto estetico, e non soltanto alla bravura e al talento, le ragioni del successo di Mäkelä, da lui definito «il Ken della musica classica [inteso come il compagno di Barbie, ndr]».

Un primo piano di Klaus Mäkelä in giacca e camicia chiare, mentre abbozza un sorriso

Klaus Mäkelä in posa in una sala dell’hotel Mandarin Oriental, a New York, il 20 marzo 2024 (AP Photo/Frank Franklin II)

Ross ha scritto sul New Yorker di essere rimasto impressionato positivamente dalla «tecnica sicura» di Mäkelä, che in parte aveva già apprezzato in passato, ma di non riconoscere ancora in lui una particolare personalità nell’interpretazione. Riguardo ad alcune sinfonie di Jean Sibelius eseguite da Mäkelä con la Filarmonica di Oslo e di due dischi di opere di Igor Stravinskij e Claude Debussy registrati con l’Orchestre de Paris, ha scritto che «i tempi sono scelti in modo sensato, le trame sono modellate con sensibilità, l’insieme è preciso, eppure tutto manca di urgenza». L’interpretazione della composizione di Stravinskij per il balletto La sagra della primavera, in particolare, «è così anonima che non avrebbe mai dovuto essere pubblicata».

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Indipendentemente dalle opinioni sulle qualità artistiche di Mäkelä, l’idea che un direttore d’orchestra possa essere contemporaneamente il direttore principale di due orchestre di altissimo livello come il Concertgebouw e la Chicago Symphony suscita molte perplessità. Secondo Ross è la prova di quanto sia cambiato il mestiere del direttore d’orchestra negli ultimi decenni e di quanto sia diventato comune per i più famosi tra loro – che spesso guadagnano oltre un milione di dollari all’anno – avere due o tre incarichi di grande prestigio nello stesso momento.

In passato, prima di arrivare a dirigere grandi orchestre, di solito i giovani direttori facevano gavetta per anni nelle città in cui risiedevano. All’età di Mäkelä il famoso compositore newyorkese Leonard Bernstein – la cui vita è raccontata nel recente film di Bradley Cooper Maestro – dirigeva concerti della New York City Symphony (della famosa New York Philharmonic era ancora soltanto direttore assistente). Il tedesco Wilhelm Furtwängler, rivale di Arturo Toscanini, lavorava a Lubecca, e il connazionale Otto Klemperer a Wuppertal, nel distretto di Barmen.

Anche storici direttori della Chicago Symphony ebbero carriere di questo tipo. Reiner, direttore principale a Chicago negli anni Cinquanta, aveva cominciato a lavorare negli Stati Uniti a 33 anni, a Cincinnati. Solti, direttore a Chicago negli anni Settanta e Ottanta, aveva cominciato a Budapest come maestro accompagnatore (répétiteur), l’assistente che accompagna al pianoforte i cantanti solisti durante le prove.

Secondo Ross la Filarmonica di Oslo sarebbe stata la sede più appropriata per Mäkelä per affinare le sue abilità, come successo per esempio al direttore d’orchestra lettone Mariss Jansons, arrivato a Oslo nel 1979 da San Pietroburgo (all’epoca Leningrado) all’età di 30 anni. Ci rimase per più di vent’anni, registrando decine di dischi memorabili di musica sinfonica, e arrivò a dirigere il Concertgebouw nel 2004, a 61 anni, dopo essere passato prima dalla Pittsburgh Symphony.

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Non è tanto una questione di età, ha scritto Ross, citando esempi virtuosi di assunzioni di direttori musicali tra i 20 e i 30 anni alla Los Angeles Philharmonic Orchestra (Zubin Mehta, Esa-Pekka Salonen e lo stesso Dudamel). Ma anche i più giovani direttori di grandi orchestre di sempre – come l’olandese Willem Mengelberg, che nel 1895 diventò direttore del Concertgebouw a 24 anni – si erano comunque formati lavorando stabilmente in ensemble con un gruppo di musicisti. E in generale i più importanti accoppiamenti tra direttori e orchestre sono sempre stati esclusivi, ha aggiunto Ross citando George Szell e l’Orchestra di Cleveland, Leopold Stokowski e l’Orchestra di Filadelfia, e Bernstein e la New York Philharmonic.

La tendenza attuale è praticamente l’opposto. Il lettone Andris Nelsons dirige sia la Boston Symphony Orchestra che l’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia. Il direttore canadese Yannick Nézet-Séguin lavora all’Orchestra di Filadelfia, al Metropolitan a New York e all’Orchestre Métropolitain a Montréal. Non sorprende che i suoi concerti siano spesso cancellati, ha scritto Ross, facendo poi notare quanto sia ironico che un altro direttore d’orchestra – l’inglese Daniel Harding, che ha diretto l’Orchestre National de France, l’Orchestra Sinfonica della Radio Svedese e la Wiener Philharmoniker di Vienna – abbia preso persino un brevetto da pilota di voli commerciali per la compagnia aerea Air France.

Il pubblico abbonato alle più importanti orchestre statunitensi si è ormai abituato a direttori che arrivano dall’estero e trascorrono nelle città soltanto due o tre settimane a stagione, durante le quali soggiornano in albergo e partecipano a eventi e cene con i donatori. Questo loro stile di vita è incompatibile con la costruzione di «un vero legame con la città e le sue comunità culturali», ha scritto Ross, che si è infine soffermato su una certa inclinazione condivisa dei direttori d’orchestra a utilizzare la metafora «intrinsecamente odiosa» del matrimonio quando parlano del loro lavoro.

Nel 2017, riferendosi alla sua attività con la City of Birmingham Symphony Orchestra, Nelsons disse che la relazione con l’orchestra «dopo tutto, è un po’ come un matrimonio». Nel 2023 Mäkelä disse di aver vissuto «una seconda luna di miele» con l’orchestra, parlando della nuova stagione all’Orchestre de Paris. «È sicuramente giunto il momento di ridurre la poligamia nel mondo della musica», ha concluso Ross.