I modi in cui abbiamo disegnato i Neanderthal dicono più cose di noi che di loro

Nel tempo le rappresentazioni della specie estinta di ominini hanno subito l'influenza di fattori culturali, politici e sociali, oltre che scientifici

Una famiglia di Neanderthal all'ingresso di una grotta
Una famiglia di Neanderthal in un dipinto del 1920 del paleoartista statunitense Charles Robert Knight (American Museum of Natural History/Wikimedia)
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I primi fossili di ominini riconosciuti come resti di una specie diversa dagli esseri umani moderni furono trovati nel 1856 nella valle di Neander (Neandertal, in tedesco), in una cava a circa 12 chilometri da Düsseldorf, in Germania. Da allora la rappresentazione grafica di questa specie, vissuta in un periodo compreso più o meno tra 600mila e 40mila anni fa, è cambiata più volte nel corso del tempo. Ma a influenzare il modo in cui ci siamo immaginati gli individui di Homo neanderthalensis sono state di volta in volta non soltanto le informazioni ricavate da nuovi ritrovamenti e le innovazioni nella ricerca paleoantropologica, ma anche determinate interpretazioni del mondo e convinzioni sull’evoluzione della specie umana.

L’influenza di fattori molto variabili sulla rappresentazione del corpo dei Neanderthal emerse fin da subito nei decenni successivi alla scoperta dei fossili nella valle di Neander. Nel 1870, sulla base di quella scoperta, il divulgatore scientifico francese Louis Figuier pubblicò a Londra il libro Primitive Man, in cui i Neanderthal erano descritti e raffigurati come esseri umani fisicamente indistinguibili dagli Homo sapiens, se non per le pellicce che indossavano e le clave e gli strumenti in pietra che impugnavano.

Un gruppo di Neanderthal si difende dall'attacco di un orso. sullo sfondo si intravede una coppia di mammut

Un’illustrazione nel libro di Louis Figuier del 1870 Primitive Man (Gutenberg.org)

Più o meno nello stesso periodo e sulla base degli stessi fossili altri studiosi disegnarono i Neanderthal in un modo completamente diverso. Nel 1857, un anno dopo la scoperta, lo studioso che per primo aveva osservato i resti trovati nella valle di Neander – Johann Carl Fuhlrott, un insegnante di scuola – li aveva consegnati al paleoantropologo tedesco Hermann Schaaffhausen. Influenzati dalla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin, il cui libro L’origine delle specie era stato pubblicato nel 1859, Fuhlrott e Schaaffhausen sostennero che quei resti appartenessero a una specie di esseri umani non ancora evoluta e non civilizzata: una sorta di selvaggi abitanti delle caverne.

Altri fossili di Neanderthal scoperti nel 1886 dall’archeologo Marcel de Puydt e dal geologo Max Lohest nella grotta di Spy, nella regione belga della Vallonia, rafforzarono le convinzioni di Schaaffhausen. In un’illustrazione contenuta nel suo libro del 1888 Der Neanderthaler Fund (“Il ritrovamento nella valle di Neander”) i Neanderthal hanno la mascella sporgente, ampie arcate sopracciliari e un volto quasi completamente ricoperto di peluria.

La testa di un Neanderthal vista di profilo

Un’illustrazione nel libro di Hermann Schaaffhausen del 1888 Der Neanderthaler Fund (Pressbooks.lib.vt.edu)

Come ha scritto sulla rivista Sapiens l’archeologa Cindy Hsin-yee Huang, quando si osservano le ricostruzioni dei Neanderthal e le illustrazioni scientifiche in generale è necessario collocarle nei rispettivi contesti storici. Questo approccio permette di comprendere come le opinioni politiche e sociali influenzino quei disegni, e di conseguenza di capire che quei disegni «dicono a volte più sui loro autori che non sui soggetti».

Schaaffhasuen fu un sostenitore del darwinismo sociale, la corrente di pensiero secondo cui le comunità umane devono essere studiate secondo i principi darwiniani del predominio e della selezione naturale della specie più forte. Credeva quindi che le varie specie di esseri umani rappresentassero fasi diverse dell’evoluzione umana in una progressione lineare: ragione per cui il Neanderthal di Schaaffhausen era più simile a un gorilla che a un essere umano moderno. Per Figuier, che era invece un creazionista, i Neanderthal erano esseri umani biologicamente moderni – manifestazione in Terra del Dio biblico – ma vissuti durante una sorta di infanzia dell’umanità, non ancora civilizzata.

Non è chiaro in quale periodo della storia della specie la linea evolutiva dei Neanderthal si discostò da quella degli esseri umani moderni, ma uno studio del 2019 ipotizza che l’ultimo antenato comune possa essere esistito circa 800mila anni fa. Prima della loro estinzione, avvenuta più o meno 40mila anni fa, i Neanderthal popolarono per centinaia di migliaia di anni una zona che si estendeva dall’Europa occidentale al Medio Oriente e fino alla Siberia, incluse molte zone fredde evitate dagli Homo sapiens, meno robusti. Gli studi suggeriscono tuttavia che sotto diversi aspetti le due specie – che peraltro convissero, negli ultimi millenni di esistenza dei Neanderthal – si somigliassero molto: entrambe utilizzavano strumenti in pietra, e gli individui collaboravano e si prendevano cura gli uni degli altri.

Le rappresentazioni dei Neanderthal hanno sempre attirato molte attenzioni e avuto grande centralità non soltanto per il loro valore descrittivo, secondo Huang, ma soprattutto perché di volta in volta servivano come pietra di paragone per gli esseri umani. Una scoperta nel 1908 ampliò notevolmente le conoscenze sui Neanderthal, ma non ridusse le divergenze tra gli studiosi che provarono a rappresentarli. In una grotta nel comune francese di La Chapelle-aux-Saints tre preti cattolici trovarono per la prima volta non dei resti ma uno scheletro quasi completo di un maschio adulto di Homo neanderthalensis.

La completezza del reperto archeologico permise di chiarire molti dubbi esistenti e rese molto più difficile da sostenere l’ipotesi di alcuni studiosi che i Neanderthal fossero anatomicamente più simili agli animali non umani che a quelli umani. Ciononostante le ricostruzioni continuarono a variare molto a seconda delle supposizioni e delle conoscenze dei paleontologi.

Il paleoantropologo francese e direttore dell’Istituto di paleontologia umana di Parigi Marcellin Boule, che aveva ricevuto lo scheletro direttamente dai preti, immaginò il Neanderthal di La Chapelle-aux-Saints come una specie di uomo-scimmia vissuto 20mila anni fa. Il pittore ceco František Kupka si basò sull’interpretazione di Boule per un disegno pubblicato il 27 febbraio 1909 sulla rivista Illustrated London News, in cui un individuo di Neanderthal impugna una mazza in una mano e una pietra nell’altra.

Come spiegato dagli antropologi Gianfranco Biondi e Olga Rickards nel libro Umani da sei milioni di anni, il principale errore di Boule fu aver considerato la posizione del foro occipitale nella base cranica del reperto di La Chapelle-aux-Saints arretrata rispetto a quella degli esseri umani viventi. Questa valutazione lo portò a immaginare che i Neanderthal non avessero una postura perfettamente eretta, ma testa e tronco proiettati in avanti e gambe piegate: una combinazione di caratteristiche scimmiesche, più compatibili con il suo pregiudizio secondo cui prevalessero nei Neanderthal «le funzioni puramente vegetative o bestiali sulle funzioni cerebrali».

L’interpretazione di Boule ispirò altri disegni, in particolare dell’illustratore ceco Zdeněk Burian, che replicavano sostanzialmente gli stessi errori e pregiudizi già presenti nel disegno di Kupka.

In disaccordo con Boule ma sulla base dello stesso reperto, il paleoantropologo inglese Arthur Keith descrisse i Neanderthal come una specie dall’anatomia pressoché identica a quella degli esseri umani moderni, benché vissuta molto tempo prima, 500mila anni fa. Anche la sua interpretazione, illustrata dall’artista anglo-francese Amédée Forestier in un altro disegno pubblicato nel 1911 sull’Illustrated London News, fu profondamente influenzata dalle sue idee. Sostenitore del razzismo scientifico, cioè il tentativo di giustificare scientificamente l’inferiorità o la superiorità di alcuni gruppi umani rispetto ad altri, Keith riteneva che l’umanità avesse avuto origine in Europa e pertanto diede ai Neanderthal l’aspetto di moderni esseri umani europei, a petto nudo e con la barba incolta.

Gli studi successivi dimostrarono che Boule si era avvicinato più di Keith alla corretta datazione del reperto di La Chapelle-aux-Saints (circa 60mila anni fa), ma l’approccio di Keith alla rappresentazione dei Neanderthal – per alcuni aspetti simile a quello “creazionista” di Figuier – diventò il più comune, pur essendo non meno condizionato da pregiudizi.

Nonostante le apparenti divergenze, ha scritto Huang, entrambe le prospettive mostravano l’influenza del successo dell’imperialismo e dell’ideologia della razza. Nella prima metà del Novecento i Neanderthal diventarono uno strumento per promuovere la convinzione che gruppi biologicamente distinti potessero essere organizzati secondo una gerarchia, in cui le popolazioni che occupavano il posto più in basso erano considerate evolutivamente più vicine alle scimmie che ad altre popolazioni umane. E se i Neanderthal non erano immaginati come scimmieschi ma piuttosto come antenati “nobili” dell’umanità, allora non potevano che avere un aspetto simile a quello della moderna popolazione europea.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’inclinazione a includere i Neanderthal nella storia dell’umanità fu rafforzata da nuove analisi del reperto di La Chapelle-aux-Saints. Nel 1957 il paleontologo statunitense William L. Straus Jr. e l’anatomista inglese Alexander Cave riesaminarono e contestarono l’analisi di Boule. «Se potesse reincarnarsi ed entrasse nella metropolitana di New York – purché lavato, rasato e vestito con abiti moderni – non è detto che attirerebbe l’attenzione molto più di altri frequentatori della metropolitana», scrissero Straus e Cave cercando di descrivere un tipico Neanderthal.

La loro interpretazione ispirò disegni completamente diversi da quelli di Kupka e Burian. In particolare ispirò il paleoartista e naturalista statunitense Jay Howard Matternes, che illustrò in diverse pubblicazioni tra gli anni Cinquanta e Sessanta molti primi mammiferi dell’Oligocene, del Miocene e del Pliocene. Eppure, come scritto dall’archeologa Julia Drell, nonostante il generale cambiamento di prospettiva nella rappresentazione dei Neanderthal «Burian non cambiò mai il suo approccio fino alla morte, nel 1981».

Un altro cambiamento significativo nella percezione dei Neanderthal si verificò nel 1971, quando l’archeologo statunitense Ralph Solecki analizzò i fossili del sito archeologico di Shanidar, in Iraq, scoperto poco più di una decina di anni prima. In una grotta erano stati trovati i resti di un uomo, due donne e un neonato di Neanderthal, e sul suolo le tracce del polline di molti fiori. Solecki le considerò una prova del fatto che i Neanderthal si prendessero cura dei parenti malati e seppellissero i loro morti deponendo fiori sulle tombe. «Sebbene il loro corpo fosse arcaico, lo spirito era moderno», scrisse Solecki.

In realtà, come chiarito da studi più recenti, ci sono molte incertezze riguardo alle presunte pratiche funerarie dei Neanderthal. È possibile che il polline fosse stato trasportato da animali roditori scavatori, per esempio, o che fosse semplicemente percolato nel terreno. Diversi antropologi ritengono che ciò che Solecki e altri scambiarono per sepolcri fossero tumulazioni necessarie a impedire che il fetore della decomposizione attirasse animali e rendesse insicuri gli accampamenti.

L’interpretazione di Solecki ebbe comunque un impatto profondo sulla percezione dei Neanderthal a partire dagli anni Settanta. Un libro pubblicato nei Paesi Bassi nel 1973 conteneva diverse illustrazioni in cui i Neanderthal celebravano feste e funerali. In un’illustrazione pubblicata sul National Geographic nel numero di novembre del 1985 comunicano tra loro mentre macellano uno stambecco e costruiscono strumenti.

Come scritto da Biondi e Rickards, indipendentemente dalle conclusioni sull’origine del polline, altre scoperte nel sito archeologico di Shanidar dimostrarono che i Neanderthal erano in possesso di avanzate qualità psico-intellettuali e vivevano in società dalla struttura complessa, che permettevano loro di procurarsi il cibo attraverso la caccia di gruppo e di accudire i malati. Uno scheletro aveva tracce di artrite e di mutilazioni e fratture subite in vita, «a tal punto invalidanti che solo la solidarietà del gruppo può aver consentito a quell’individuo di sopravvivere».

Dagli anni Settanta in poi acquisì inoltre sempre più centralità nelle rappresentazioni dei Neanderthal il ruolo delle donne, spesso mostrate in primo piano rispetto agli uomini, sullo sfondo. Disegnarle come personaggi centrali andava contro le rappresentazioni convenzionali delle donne paleolitiche, solitamente mostrate mentre accudivano i bambini ai margini della scena, e gli uomini in primo piano cacciavano e costruivano strumenti di pietra. Questa nuova sensibilità, ha scritto Huang, rifletteva le critiche femministe agli approcci alla ricerca incentrati sugli uomini.

Ancora oggi, secondo Huang, le forze sociali e politiche influenzano le interpretazioni dei Neanderthal. Le ricostruzioni contemporanee nei musei e nella cultura pop tendono a concentrarsi su caratteristiche come la carnagione chiara e la capigliatura rossiccia, per effetto delle scoperte nel campo della ricerca genetica tra l’inizio e la metà degli anni Duemila. La carnagione chiara è ancora oggi prevalente nelle illustrazioni, nonostante studi basati sul DNA dei Neanderthal abbiano ipotizzato che almeno alcuni individui avessero la carnagione più scura, occhi marroni e capelli rosso intenso.

Una ricostruzione di tre donne di specie diverse, floresiensis, sapiens e neanderthalensis, una di fianco all'altra

Da sinistra a destra, una ricostruzione di Homo floresiensis, Homo sapiens e Homo neanderthalensis al Musee des Confluences, un museo di scienza e antropologia a Lione, in Francia, il 18 dicembre 2014 (AP Photo/Laurent Cipriani)