Quando il complottismo si chiamava dietrologia

«Negli ultimi anni il mondo si è popolato di esseri umani convinti che la politica nasconda la verità alla gente comune. A volte ottengono persino la maggioranza alle elezioni, ma vengono sempre definiti con termini derisori o denigratori. Eppure, per lo meno a noi italiani, la storia dovrebbe aver insegnato che può essere utile in alcuni casi prenderli sul serio»

Un burattinaio, 22 dicembre 1913 (Topical Press Agency/Getty Images)
Un burattinaio, 22 dicembre 1913 (Topical Press Agency/Getty Images)
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Nell’Italia del secolo scorso il complottismo si chiamava dietrologia. Ci si può fare un’idea della storia dell’uso dei due termini grazie a Google Ngram Viewer, il servizio di Google che misura le occorrenze delle parole nei libri pubblicati in una data lingua (il corpus dei dati si basa sui libri digitalizzati fino al 2019).

Si individua chiaramente il momento del sorpasso: il 2015, l’anno delle campagne elettorali della Brexit e dell’elezione di Donald Trump. È in quel momento che dopo quarant’anni di dominio della dietrologia, il complottismo si prende la scena. Il grafico mostra l’evidente declino nell’ultimo decennio di una parola che potrebbe sembrare ormai un relitto del Novecento.

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Eppure il termine con la sua patina vintage sopravvive ancora oggi, anche se è usato di rado. Viene ritirato fuori periodicamente a proposito delle ultime ipotesi sul caso Moro, o in contesti più originali: «Tutte le dietrologie sono ridicole», ha affermato Pier Silvio Berlusconi dopo il caso Giambruno. Proprio tutte? Vale la pena provare a rispondere dall’inizio di questa storia, quindi dal 1974, l’anno in cui qualcuno per la prima volta scrisse la parola “dietrologia”: l’anno delle stragi di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna.

A coniare il neologismo fu il giornalista Luca Goldoni: troviamo la prima occorrenza in un articolo per la terza pagina del Corriere della Sera, pubblicato il 10 aprile 1974 (ripreso poi nel libro È successo qualcosa? Storie e preistorie di un anno). Goldoni irrideva la tendenza, che sembrava diventare più insistente proprio in quel periodo, per cui gli italiani avevano preso a domandarsi per ogni circostanza «che cosa c’è dietro?». Lo scrittore a sua volta si chiedeva «se oggi in Italia tutto non sia finito dietro e non ci sia più niente davanti» (corsivi miei). Il termine non ebbe un successo immediato, per qualche tempo si inabissò.

Tornò in superficie quattro anni dopo, l’8 ottobre 1978, pochi mesi dopo la morte di Aldo Moro. Sulle pagine del Giornale, l’allora parlamentare liberale Egidio Sterpa – in gioventù repubblichino, nell’ultima fase della sua vita berlusconiano – commentava la scoperta, avvenuta otto giorni prima a Milano, di covi delle Brigate Rosse in cui erano stati rinvenuti documenti riguardanti il sequestro Moro. L’articolo si intitola proprio La dietrologia. Scriveva Sterpa:

«La “dietrologia” nazionale continua ad imperversare. (Dietrologia – lo chiariamo per il lettore è la mania di voler vedere sempre e a tutti i costi dietro un fatto, un intrigo, una manovra, insomma fatti inconfessabili). Ora anche il duro colpo inferto dai carabinieri all’organizzazione delle Brigate Rosse con la scoperta dei covi a Milano, il sequestro di importanti documenti e la cattura di nove terroristi, è qualcosa che deve servire ad ogni costo per vedervi segreti e misteri del “Palazzo”. S’è così accesa una polemica, in parte in malafede, in parte strumentale, solo in casi rari ispirata al bisogno di chiarezza … Si parla di “omissis” a proposito del dossier sul caso Moro rinvenuto nel covo milanese. Si arriva a dire che quel materiale trovato può già essere stato manipolato … Una ridda di voci inquietanti sta allagando di nuovo la vita politica italiana… C’è davvero un segreto di Stato dietro questa faccenda dell’“Archivio” delle Brigate rosse? (…) A questo punto ci chiediamo che senso ha tanta “dietrologia”».

Il linguista Ghino Ghinassi, autore di uno degli studi più accurati sulla storia della parola, ha osservato come «uno dei focolai di diffusione più importanti e vivaci è stato probabilmente l’ambiente del Giornale». Un superspreader dell’espressione fu proprio Indro Montanelli: la adottò pressoché immediatamente e da allora non la abbandonò più. Solo due esempi: il 12 maggio 1984, a proposito della relazione della prima Commissione Moro, Montanelli accusò Leonardo Sciascia (Sciascia!) di «arzigògoli dietrologici». Oppure, nello stesso anno, il 18 dicembre scrisse: «Questo giornale non ha mai preso sul serio i golpe di cui, per anni, la stampa sensazionalista e dietrologa ha agitato e ogni tanto seguita ad agitare il fantasma» – e qui forse vale la pena notare che lo stesso Montanelli nei primi anni Cinquanta si era adoperato perché gli Usa organizzassero un colpo di stato in Italia in caso di vittoria elettorale comunista.

Il grafico di Ngram mostra anche come la storia della dietrologia sia inevitabilmente intrecciata alla storia del caso Moro. Il picco nell’uso dell’espressione si registra nel 1991, quindi poco dopo il 9 ottobre 1990, giorno in cui in via Monte Nevoso a Milano il muratore Giovanni Bernardo, demolendo un mobiletto di legno sotto il davanzale di una finestra in un appartamento che era stato un covo delle Brigate Rosse, tirò giù un’intercapedine creata con un pannello di gesso. Che cosa c’era dietro? Una borsa contenente, tra le altre cose, una cartelletta di color marrone sigillata da nastro adesivo, all’interno della quale si trovavano quattrocentodiciannove pagine fotocopiate di un dattiloscritto: il memoriale di Aldo Moro. Quel documento mostrava come i sospetti di omissis e manipolazioni ritenuti insensati dodici anni prima fossero di fatto fondati.

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Qualche giorno dopo, il 17 ottobre, il presidente del consiglio Giulio Andreotti, rivelò che in Italia operava dal 1956 una struttura militare segreta legata ai servizi segreti americani, con esplicite funzioni anticomuniste, si trattava della cosiddetta “operazione Gladio”. Lo storico Carlo Ginzburg commentò così quei fatti nel suo libro del 1991, Il giudice e lo storico: «In Italia il termine “complotto” viene usato da un decennio circa in contesti per lo più negativi: quasi sempre si parla di complotti per sostenere che non esistono, o che esistono solo nella fantasia sbrigliata dei “dietrologi” (un termine, di conio più recente, dalle connotazioni ancora più chiaramente negative). Ora, non c’è dubbio che a proposito di complotti e “dietrologie” sia stata scritta, sempre e dovunque, una gran quantità di sciocchezze, talvolta con conseguenze funeste. Eppure non si può negare che i complotti esistono».

In effetti i primi passi della dietrologia sembrano mostrare uno schema: sin dalle origini l’etichetta viene usata per denigrare chi avanza dei dubbi, anche se a volte, col tempo, quei dubbi si rivelano fondati. Dietro le stragi di piazza della Loggia e dell’Italicus c’erano i neofascisti, dietro le mancanze nei documenti del caso Moro c’erano i servizi segreti, dietro certi ambienti ultraconservatori c’erano aspiranti golpisti. Insomma, a volte succede che dietro certi fatti ci siano davvero intrighi, manovre, altri fatti inconfessabili. Non è una “mania”, come la chiamava Sterpa, è la storia d’Italia.

Lo schema non cambia molto anche con “complottismo”, che è un conio ancora più recente, anche se di “complotti” in Italia si parla almeno dal 1679 (Dizionario De Mauro). “Complotto” è un francesismo che all’inizio era semplicemente sinonimo di “folla”, poi venne usato al posto di “congiura” o “cospirazione”, si diffuse negli anni Venti del Novecento attraverso l’espressione “complotto giudaico” e dilagò al tempo della guerra fredda, come ha ricostruito Gianluca Lauta per il Magazine Treccani.

Della parola “complottismo”, invece, prima degli anni Ottanta non ci sono occorrenze, assicurano gli storici della lingua italiana (ho consultato lo stesso Lauta e Michele Cortelazzo, uno degli autori del Nuovo Dizionario Etimologico della Lingua Italiana Zanichelli). Troviamo una delle prime attestazioni nel 1982, in una corrispondenza da Londra firmata Mario Ciriello pubblicata dalla Stampa il 14 luglio, a proposito di un altro dei Grandi misteri della storia d’Italia: la morte del banchiere Roberto Calvi, avvenuta meno di un mese prima: «Lungi dall’indebolirsi, la teoria del suicidio sembra essersi rafforzata: non pochi sostengono: “La dietrologia e il complottismo italiano hanno dato per sicuro fin dall’inizio l’uccisione di Calvi. Ciò ha creato un’atmosfera che ha permesso anche a voci autorevoli di lanciare le supposizioni più straordinarie”». Il giornalista usa “dietrologia” e “complottismo” come sinonimi. Lo schema è lo stesso: dietrologi e complottisti sono accusati di sostenere una tesi implausibile, anche se con il tempo quell’ipotesi di complotto troverà conferme: Calvi fu ucciso, non sappiamo da chi. Un altro dettaglio: dietrologia e complottismo vengono presentate come tipiche italiane.

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E in effetti a lungo la dietrologia è sembrata solo una specialità locale: per anni il discorso politico italiano all’estero è apparso oscuro e impenetrabile anche per via dell’uso indiscriminato del termine. «Parola intraducibile e sconosciuta in qualsiasi altra lingua ma parte integrante delle idee ricevute in Italia. È intraducibile perché manca, in altre culture, la convinzione che la condotta politica è, sempre e dovunque, roba da retrobottega, convinzione che porta come conseguenza la credenza che nella politica quel che si vede, quel che si legge, quel che si sente dire non è, non può essere, la verità, ma che dietro, sotto, sopra, accanto, al di là – comunque su un terzo livello, velato agli occhi dell’uomo della strada, sta la verità vera», scriveva nel 2001 lo storico della letteratura italiana Joseph Farrell nel suo saggio La pietà, la carità e il sequestro Moro (in L’uomo solo. L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, a cura di Valter Vecellio).

Negli ultimi anni la storia si è preoccupata di colmare questo divario. Il mondo si è popolato di esseri umani convinti che la politica nasconda la verità alla gente comune, che però non vengono più chiamati dietrologi ma complottisti. A volte ottengono persino la maggioranza alle elezioni, ma l’etichetta viene sempre usata allo stesso modo: per lo più con intento derisorio o denigratorio. Eppure, per lo meno a noi italiani, la storia dovrebbe aver insegnato che può essere utile in alcuni casi prenderli sul serio.

Anche per questo è utile distinguere, come proposto da Wu Ming 1, tra ipotesi di complotto (specifiche, confutabili, limitate nel tempo) e fantasie di complotto (universali, inconfutabili, eterne). Quando sono reali i complotti e le congiure sono l’espressione delle difficoltà del potere politico di far passare aspirazioni e tensioni attraverso i normali canali della democrazia rappresentativa.

«Il complotto non è che un caso estremo, quasi caricaturale, di un fenomeno molto più complesso: il tentativo di trasformare (o manipolare) la società», scriveva ancora Carlo Ginzburg in Storia notturna (1989). E sappiamo che alla fabbricazione e alla scoperta dei complotti sono delegate istituzioni apposite: i servizi segreti. La storia d’Italia è stata segnata per più di vent’anni da stragi, depistaggi, dossier, ricatti: «Uno storico che cercasse di decifrare questa vicenda rinunciando pregiudizialmente a qualsiasi atteggiamento “dietrologico” farebbe poca strada – se con “dietrologia” s’intende una sobria diffidenza interpretativa che non si accontenti di restare alla superficie degli eventi e dei testi», aggiungeva Ginzburg nel 1991.

Una storica che questa strada la fa, per esempio, è Benedetta Tobagi, che nel suo saggio Segreti e lacune. Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo nota come «a causa di usi e abusi sui media e nella pubblicistica, termini come “occulto” oppure “indicibile” godano di cattiva stampa. Sarebbe invece necessario recuperarli e poterli utilizzare in modo circostanziato, chiarendone il significato e le implicazioni. In relazione a politica e potere, infatti, non sono espressioni meramente suggestive, ma fanno riferimento a concetti e problematiche specifiche, spesso trascurate o trattate con diffidenza in ambito storiografico, dove facilmente vengono bollate con la lettera scarlatta della “dietrologia” o del “complotto”».

Per esempio, Tobagi ricorda che la magistrata che più a lungo aveva indagato sulla P2 invitava a considerare il potere occulto «non una dietrologica ricostruzione di una misteriosa centrale decisionale, ma l’assetto di fatto di una nuova dislocazione dei poteri reali». Insomma, più che ridere delle dietrologie e dei complottismi dovremmo studiarli: «La capacità di ricostruire e analizzare con spirito critico, metodo e serietà le azioni e le narrazioni del potere politico ed economico resta il miglior antidoto al diffondersi di paranoie complottiste», scrive Tobagi. Essere consapevoli della dimensione occulta e indicibile del potere serve proprio a contrastare le proliferazioni incontrollate di fantasie di complotto.

Queste, infatti, non si mettono a circolare per caso. Di recente il filosofo spagnolo Daniel Innerarity nel suo La società dell’ignoranza. Sapere e potere nell’epoca dell’incertezza ha osservato che è proprio quando la battaglia politica si gioca sul terreno della conoscenza che emerge un «eccentrico rifiuto del sapere». Un atteggiamento che oggi si esprime sotto forma di disinformazione, negazionismo o appunto teorie del complotto. Fenomeni tipici di una società come la nostra, in cui il sapere è sia la principale fonte di innovazione tecnologica e crescita economica sia la prima risorsa della politica. Fenomeni tipici di una società opaca, in cui certe informazioni determinanti sono a disposizione di pochi, e istituzioni come i servizi segreti hanno un ruolo determinante.

Quando qualcuno si prende troppo potere ci si può aspettare che qualcun altro faccia resistenza. Anche per questo capita che le teorie della cospirazione e le cosiddette “verità alternative” diventino particolarmente virulente. È così che va a finire quando l’asimmetria tra chi sa e chi non sa si fa più forte. In altre parole: le fantasie di complotto proliferano quando uno squilibrio di potere coincide con uno squilibrio di conoscenza. E forse questa è la risposta per chi si chiede che cosa c’è stato e c’è dietro la dietrologia.

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Antonio Sgobba
Antonio Sgobba

Giornalista e scrittore. Lavora in Rai a Milano. Il suo ultimo libro è Sei scettico? Una filosofia antica per i tempi moderni (Einaudi, 2023)

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