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  • Giovedì 8 febbraio 2024

I giornali indipendenti che raccontano la vita delle donne afghane

Come Rukhshana Media e Zan Times, che hanno sede all'estero ma impiegano giornaliste locali, tra moltissimi rischi

Una donna afghana tesse un tappeto in una fabbrica di Kabul (AP Photo/Ebrahim Noroozi)
Una donna afghana tesse un tappeto in una fabbrica di Kabul (AP Photo/Ebrahim Noroozi)
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Da quando i talebani hanno riconquistato l’Afghanistan nell’agosto del 2021, i diritti e le libertà delle donne sono stati progressivamente eliminati o ridotti. Possono lavorare in pochissimi settori e non possono studiare dopo i 12 anni, né guidare, frequentare diversi luoghi pubblici o percorrere lunghe distanze senza un uomo che le accompagni. Quando si muovono in pubblico sono obbligate a indossare il burqa, un indumento che copre tutto il corpo, volto compreso. A raccontare quello che succede alle donne e alle minoranze in un paese controllato da un governo fondamentalista sono rimaste pochissime giornaliste, che vivono a loro volta in condizioni di estrema precarietà, sono costrette quasi sempre a lavorare in incognito e rischiano quotidianamente di essere molestate o attaccate.

I loro articoli vengono pubblicati soprattutto su giornali specializzati, fondati e gestiti da giornaliste afghane che vivono e lavorano fuori dal paese: uno è Zan Times, fondato nell’agosto del 2022 dalla ricercatrice Zahra Nader, che sta completando un dottorato di ricerca in Studi di genere alla York University di Toronto, in Canada. Un altro è Rukhshana Media, agenzia di stampa dichiaratamente femminista fondata nel 2020 dalla giornalista afghana Zahra Joya, che si è rifugiata a Londra su invito dell’ambasciata inglese in Afghanistan pochi mesi prima che i talebani riconquistassero il paese.

Joya è nata nel 1992 nella provincia di Bamyan, meno di 200 chilometri a ovest della capitale Kabul e poco distante dal sito archeologico dove nel 2001 i talebani fecero esplodere due enormi statue di Buddha costruite tra il terzo e il quinto secolo dopo Cristo. Aveva 5 anni quando i talebani presero per la prima volta il potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, mettendo presto al bando l’istruzione per le ragazze: in un’intervista con l’attrice Angelina Jolie nel 2022 ha raccontato che da piccola si vestiva da ragazzo e fingeva di chiamarsi Mohammed per poter andare a scuola insieme a un giovane zio. Dopo l’invasione statunitense del 2001 terminò la scuola e si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, rendendosi presto conto di essere più interessata al giornalismo che al diritto.

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Decise quindi di fondare Rukhshana Media con i propri risparmi, organizzando poi di tanto in tanto raccolte fondi online per tenerla aperta. Inizialmente, l’obiettivo era quello di dare maggiore prominenza a storie legate all’oppressione delle donne nel paese, a partire da violenze sessuali, matrimoni forzati e altre discriminazioni di genere: nell’agosto del 2021, pochi giorni prima che i talebani prendessero il potere, la redazione curò anche una serie di articoli in collaborazione con il Guardian per raccontare cosa stesse accadendo nel paese e che ripercussioni avesse sulle donne.

Il nome stesso dell’agenzia di stampa è ispirato alla storia di Rukhshana, una ragazza di 19 anni che fu lapidata dai talebani nel 2019 per essere fuggita con un uomo dopo che la sua famiglia aveva combinato per lei un matrimonio che non voleva. «Vedendo tutta quell’ingiustizia attorno a me, ho pensato che bisognava fare qualcosa, bisognava raccontare quella storia, criticare quello che stava succedendo, immortalare l’accaduto», ha detto Joya in una recente intervista.

Oggi l’agenzia ha base a Londra, pubblica articoli in inglese e in persiano e ha 20 dipendenti, tra cui 10 giornalisti (quasi tutte donne) che lavorano per loro dall’Afghanistan, tenendo segreta la propria identità. Racconta soprattutto le progressive restrizioni che sono imposte alle donne, ma condivide anche alcune storie di resistenza dal basso, come quella di un’insegnante che continua a offrire lezioni alle ragazze afghane a cui è stato impedito di andare a scuola con una serie di video su YouTube, o quella del gruppo di donne che si riunisce in luoghi poco affollati per fare esercizio fisico all’aperto insieme, sfidando la polizia religiosa.

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La rivista digitale Zan Times è invece stata fondata dopo il ritorno al potere dei talebani, nell’agosto del 2022, per «dare voce alle ragazze e alle donne rimaste nel paese». La fondatrice, la trentaquattrenne Zahra Nader, lavorava in Afghanistan come giornalista freelance, collaborando tra gli altri anche con il New York Times, e si era trasferita in Canada per un dottorato di ricerca anni prima che l’Afghanistan fosse riconquistato. Come Joya, anche lei ha aperto il giornale con i propri risparmi, e per mesi ha lavorato gratuitamente: ora dipende soprattutto da donazioni, borse di studio e bandi per progetti giornalistici.

La maggior parte dei lettori sono donne afghane, sia nel paese che all’estero. «Un piccolo gruppo di giornaliste in Afghanistan raccoglie informazioni sul posto. È molto pericoloso per loro lavorare, anche perché trattano argomenti di cui i talebani non vogliono che si parli: la comunità LGBTQ+, i diritti umani, la violenza domestica o i matrimoni infantili», spiega. «I nostri colleghi sul campo devono stare estremamente attenti: scrivono sotto pseudonimo ed escono di casa solo dopo averci consultati. Le donne non si conoscono tra loro e hanno contatti solo con noi colleghi che stiamo all’estero».

Negli ultimi anni il numero di donne che fanno le giornaliste in Afghanistan è nettamente diminuito: secondo i calcoli dell’organizzazione non governativa per la libertà di stampa Reporter senza frontiere, che risalgono all’agosto del 2022, in 11 delle 34 province che compongono il paese non c’è più neanche una donna a fare questo lavoro. Nell’arco di un anno, tra l’agosto del 2021 e quello del 2022, il numero di giornaliste nel paese è sceso da 2.756 a 656 persone, in larga parte impiegate a Kabul.

La stessa Nader ha recentemente pubblicato un lungo articolo in cui racconta le storie di varie giornaliste che continuano a fare il loro lavoro nonostante le redazioni non vogliano più pagarle per non attirare l’attenzione e gli attacchi dei talebani, che preferiscono avere a che fare esclusivamente con giornalisti uomini. Delle 32 giornaliste intervistate da Nader, sei hanno detto di essere state licenziate perché donne, sei hanno perso il lavoro a causa della chiusura del loro giornale, e altre sei non hanno più potuto lavorare perché le limitazioni imposte dal governo lo rendevano impossibile. Le rimanenti hanno raccontato casi frequenti di minacce, molestie sessuali, pressioni perché lascino il lavoro, censura e grandi difficoltà nell’accesso alle fonti.

Una di loro, che lavorava in una radio per l’equivalente di 220 euro al mese (17mila afghani, la valuta del paese) prima che il suo salario fosse completamente azzerato, le ha raccontato di aver deciso di continuare a lavorare anche gratuitamente perché «è comunque meglio di stare a casa a piangere». Alla forte instabilità economica, che richiede di poter dipendere dal salario di altri membri della propria famiglia, si aggiungono i pericoli specifici legati al fatto di essere donne che si muovono in spazi che i talebani non vorrebbero che occupassero: la stessa giornalista ha raccontato che ogni volta che viene vista da un talebano con un microfono o una telecamera «viene fermata e interrogata». «Non riescono a tollerare il fatto che una donna possa lavorare come giornalista, mi vedono come una delinquente», ha detto.

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