In Myanmar si aspetta il 1° febbraio

«Sono da poco tornato, è inverno ma il clima è dolce come a maggio in Europa, e molti segni raccontano che alla vigilia del terzo anniversario del golpe il consenso del regime militare sembra bassissimo. Ovunque per strada ci sono lunghe code alle pompe di benzina, che è aumentata come il riso, l’olio e i pomodori. Nell’ottobre scorso, nel solo stato Shan, tre eserciti etnici hanno conquistato una quindicina di città, molte al confine con la Cina, sigillando la frontiera. Altre decine sono cadute nello stato del Rakhine, a ovest»

Il direttivo del Governo nazionale della Repubblica dell'Unione del Myanmar, il governo clandestino formatosi dopo il golpe del 1° febbraio 2021. Da sinistra: Duwa Lashi La, presidente operativo, Daw Aung San Suu Kyi, consigliera di Stato, U Win Myint, presidente, Mahn Winn Khaing Thann, primo ministro (dal sito del National Unity Government of the Republic of the Union of Myanmar, NUG)
Il direttivo del Governo nazionale della Repubblica dell'Unione del Myanmar, il governo clandestino formatosi dopo il golpe del 1° febbraio 2021. Da sinistra: Duwa Lashi La, presidente operativo, Daw Aung San Suu Kyi, consigliera di Stato, U Win Myint, presidente, Mahn Winn Khaing Thann, primo ministro (dal sito del National Unity Government of the Republic of the Union of Myanmar, NUG)
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Avevo passato in Myanmar diversi mesi del 2020 mentre in Europa impazzava l’epidemia. Vivevo in un piccolo villaggio della zona bamar, la comunità maggioritaria, e in tanti mesi credevo di aver capito qualcosa di un paese complesso che, dopo decenni di dittature militari, stava rifiorendo sotto la guida di Aung San Suu Kyi. Seppur corresponsabile dell’espulsione di quasi un milione di rohingya – una comunità musulmana dello Stato occidentale del Rakhine – Aung San Suu Kyi aveva ridato una speranza a 50 milioni di persone e aveva stravinto di nuovo le elezioni nel novembre 2020, prima di essere deposta dai militari.

Il 1° febbraio 2021, dopo essere rientrato in Italia, avevo visto in televisione il ritorno dei carri armati nelle strade e dei militari al potere, la repressione durissima e le rivolte pacifiche trasformarsi via via in resistenza armata, che in Myanmar non è una novità. Si tratta di veri eserciti con armi pesanti, blindati e lanciarazzi: le “organizzazioni etniche armate” sono milizie regionali diffuse ovunque, soprattutto nella periferia del paese dove dal 1948 si combatte contro lo stato centrale, identificato proprio con i bamar, cioè con i birmani della fascia centrale, e il Tatmadaw, l’esercito golpista.

Sono da poco tornato in Myanmar, è inverno, ma il clima è dolce come a maggio-giugno in Europa, molti segni raccontano che alla vigilia del 1° febbraio, terzo anniversario del golpe, il consenso del regime militare sembra bassissimo.

Alcuni segni si percepivano anche un anno fa. Mancavo da più di due anni e il primo brivido l’avevo provato all’aeroporto. I voli per Yangon erano quasi deserti e un amico diplomatico mi aveva avvertito: «Non parlare con nessuno, gli aeroporti sono pieni di spioni che guardano chi va e chi viene da Bangkok». Da Bangkok perché la Thailandia, che è una democrazia semi-militare, è tra i pochi stati dell’area ad aver mantenuto buone relazioni con il Myanmar. La durezza della repressione militare, che secondo Acled, un centro studi americano, nel 2023 ha provocato almeno 30mila vittime, dà fastidio a tutti, agli stati dell’area e perfino alla Cina che di solito fa affari con chiunque, ma che per ragioni geografiche ha buone relazioni anche con le autonomie birmane armate che costellano la periferia del Myanmar e tutto il confine con la Repubblica popolare cinese.

Un anno fa all’aeroporto gli scaffali del duty free erano mezzi vuoti. «Può comprare tre stecche al prezzo di una», mi aveva detto un gentilissimo birmano. Ma mentre stavo per decidere di farmi del male, me lo aveva sconsigliato… «Sa, sono qui da molto tempo e potrebbero non essere di qualità». È stata la prima informazione sullo scarso consenso di cui godeva la giunta: persino chi lavorava sotto l’occhio diretto dei militari ne boicottava il commercio. Il dato si è confermato strada facendo. Nel 2020 la birra più venduta era la Myanmar, prodotta da un consorzio tra un’azienda birmana legata ai militari e una società giapponese, che si è poi ritirata dall’affare. La si beveva malvolentieri anche prima del golpe, ma restava la più diffusa. Nell’inverno 2023, invece, sembrava sparita dai ristoranti e non veniva proposta nei negozi, oppure ti rispondevano: «È finita». Per me era stata la conferma che il boicottaggio di cui avevo letto in Italia c’era davvero e stava funzionando.

La birra Myanmar (via Wikimedia)

Secondo un rapporto del gruppo di ricercatori SAC-M, già nel settembre 2022 la giunta aveva un controllo stabile solo su 72 dei 330 distretti del paese, il 17 per cento su per giù del territorio. Una percentuale che scendeva sotto il 10 per cento nelle aree periferiche. Pochi mesi dopo, nelle zone sotto controllo del Tatmadaw, non era necessario fare domande per notare l’assenza di consenso. Appena si parlava del più e del meno saltava fuori la giunta: «Non mandiamo più i figli a scuola perché gli insegnanti in sciopero sono stati sostituiti dai militari», mi aveva detto una giovane mamma. E un agronomo mi aveva confermato: «Sono fiorite le scuole private perché nessuno vuole più mandare i figli a scuola. Desiderano farli studiare soprattutto inglese». Si respirava voglia di scappare, insomma.

Ma aver passato un mese nella zona controllata da Tatmadaw, che corrisponde a buona parte del territorio bamar – la comunità più numerosa e quella, per intenderci, da cui proviene Aung San Suu Kyi – mi aveva offerto solo un’angolazione parziale, che si è allargata quando sono entrato in una delle zone liberate, cioè in una delle aree periferiche dove la resistenza ha preso il quasi totale controllo del territorio. L’occasione si è presentata nella primavera del 2023 dopo mesi di contatti con il National Unity Government (Nug), il governo clandestino formatosi subito dopo il golpe e l’arresto di Suu Kyi. L’appuntamento era ad Aizawl, capitale del Mizoram indiano, uno stato dell’India orientale abitato da popolazioni che si potrebbero definire “birmane”. Si chiamano Mizo, ma sono come i Chin birmani al di là del confine, che è poroso proprio per la fratellanza fra questi due popoli. Proprio tra i Chin si è creata una delle organizzazioni armate che combattono l’esercito birmano.

Con tre giornalisti italiani abbiamo condiviso due jeep e il rischio di passare illegalmente il confine, marcato da un fiume quasi in secca che lo rendeva attraversabile anche in macchina. Nell’unico posto di blocco indiano che abbiamo incontrato c’erano solo soldati distratti che, senza guardare, ci hanno fatto segno di passare. Nei primi giorni siamo stati ospiti in un’enorme caserma dell’esercito Chin, dove abbiamo incontrato capi militari, esponenti politici del Fronte di liberazione Chin e un paio di disertori. Poi ci siamo addentrati nel paese profondo, abbiamo visto villaggi incendiati e bombardati da Tatmadaw, svuotati dalla gente che si era rifugiata nella giungla. Le bombe non avevano risparmiato nemmeno le chiese delle zone in cui la popolazione è in maggioranza cristiana.

In un ospedale senza più medicine abbiamo chiacchierato con il sindaco di un villaggio: «Non abbiamo più elettricità, il governo ha tagliato tutti i fondi… ci va bene se non ci ha ancora bombardati». Senza energia non c’è modo di tirare su l’acqua dai pozzi per bere e irrigare. Non arrivavano aiuti, tanto meno dalla comunità internazionale, e l’esercito Chin, pur proteggendo la popolazione, non era molto più di un governo formale. La sensazione era che rimettere assieme in uno Stato federale un paese tanto disomogeneo sarebbe stato molto difficile, anche se, come continuavano a dirci quelli che stavano col governo clandestino, la nuova Costituzione sarebbe stata scritta assieme alle minoranze e ci sarebbe stata libertà per tutti. Assicuravano: «Saremo un governo inclusivo». I Chin ci avrebbero creduto?

Sono tornato in Myanmar pochi mesi fa, alla fine del 2023, e quella che l’anno scorso era considerata una zona franca strettamente controllata da Tatmadaw è diventata pericolosa anche di giorno. La strada che collega Yangon e Mandalay, utilizzata un anno fa, oggi è a rischio. A Mandalay, la seconda città birmana, ci si arriva in aereo senza problemi, ma appena più a nord la guerra avanza.

L’aeroporto mi regala come sempre una notizia: il tipo di un ufficio di cambio senza insegne mi chiede se sono interessato. Fino all’anno scorso avevo sempre cambiato al mercato nero, ma adesso perché non provare? So che si possono spuntare dai 3.600 ai 3.900 kyat per un euro rispetto al cambio ufficiale a 2.400. Me ne offrono 3.500 e mi evito il rischio di un pacco. Cambio. Soldi, un sorriso, nessuna ricevuta. È il primo segnale del collasso anche economico della giunta, il cui consenso è rosicchiato dal carovita che segue al deprezzamento della moneta. Ovunque per strada ci sono lunghe code alle pompe di benzina, che è aumentata come il riso, l’olio e i pomodori. Non è solo l’effetto dell’isolamento, delle sanzioni e dell’inefficienza del regime, ma anche dell’“Operazione 1027”, la vera novità politico-militare che ha impresso una svolta alla guerra civile.

Nell’ottobre scorso, nel solo stato Shan, nel nord del Myanmar, tre eserciti etnici – la cosiddetta Brotherhood Alliance – hanno conquistato una quindicina di città, molte delle quali al confine con la Cina, sigillando la frontiera. Altre decine sono cadute, insieme ai loro avamposti militari, nello stato del Rakhine, a ovest. Ma soprattutto sono crollate due città simbolo: Paletwa, strategica per raggiungere l’India, e ancora di più Laukkai, capitale del Kokang, nel nord dello Shan, dove migliaia di soldati del Tatmadaw si sono arresi. La reazione del capo della giunta, Min Aung Hlaing, è stata durissima: a gennaio, negli stessi giorni in cui ha graziato migliaia di prigionieri per celebrare il 76° anniversario dell’indipendenza dal Regno Unito, ha condannato a morte quattro generali ritenuti responsabili della caduta del Kokang e rinchiuso in carcere, con condanne all’ergastolo, altri militari di grado inferiore accusati di tradimento.

– Leggi anche: La giunta militare del Myanmar ha graziato quasi 10mila prigionieri

A Yangon si aspetta il prossimo 1° febbraio. Molti sono convinti che succederà qualcosa. Si parla di un ridimensionamento del generale Min Aung Hlaing, sostituito dal suo vice Soe Win, che prenderebbe il comando del Tatmadaw per rilanciare la guerra dopo aver preso tempo firmando un accordo con i ribelli per il cessate il fuoco. Ma sono speculazioni. Il cambio della guardia, però, è stato appena chiesto da un gruppo di monaci buddisti ultranazionalisti capeggiati da Pauk Ko Taw, che per parlare ha scelto Pyin Oo Lwin, un’ex stazione coloniale britannica oggi sede dell’accademia militare dove vengono addestrati gli alti gradi di Tatmadaw, che qualche settimana fa la resistenza ha umiliato conquistando un villaggio a soli 30 chilometri.

Quanto a me, l’ultima immagine che mi resta è quella di Wei, una ragazza birmana che gestisce un piccolo ristorante famigliare in cui sono andato a mangiare quasi tutti i giorni durante la mia ultima permanenza qui. Viene per salutarmi alla partenza dell’autobus, ma il dannato autista ha talmente fretta di partire che è passato dal mio alberghetto mezz’ora prima del dovuto. E così, mentre già sono salito sull’autobus, la vedo arrivare in motorino e fermarsi con un’espressione triste e interrogativa. E io, dannazione, che son già dentro alla cabina, riesco solo a fare ciao con la mano. Mi resta dentro un senso di spaesamento e impotenza che mi pare la cifra del mio ritorno nel dramma di questo paese.

– Leggi anche: L’esercito del Myanmar ha firmato un cessate il fuoco con alcuni gruppi ribelli, con la mediazione della Cina

Anonimo
Anonimo

Questo articolo non è firmato e le testimonianze sono anonime per motivi di sicurezza delle persone intervistate e per l’incolumità stessa di chi ha scritto. Che continua a viaggiare in Myanmar.

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