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  • Venerdì 5 gennaio 2024

Bisognerebbe evitare di parlare del responsabile di una strage?

Se lo stanno chiedendo diversi giornali cechi dopo l'attacco all'università di Praga, ma in altri paesi se ne discute da tempo e non c'è una risposta facile

Delle persone accendono delle candele davanti alla facoltà di Filosofia dell'Università Carolina a Praga dopo l'attacco del 21 dicembre 2023 (AP Photo/Petr David Josek)
Le candele davanti alla facoltà di Filosofia dell'Università Carolina a Praga dopo l'attacco del 21 dicembre 2023 (AP Photo/Petr David Josek)
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Nei giorni successivi al 21 dicembre moltissimi giornali hanno parlato dell’attacco compiuto all’università di Praga da uno studente che ha ucciso 14 persone a colpi di arma da fuoco. L’attacco, il più grave di questo tipo nella storia recente della Repubblica Ceca, ha aperto un dibattito nazionale su come i giornali dovrebbero raccontare questo tipo di eventi: alcuni giornalisti hanno sostenuto che pubblicare il nome, la foto e le possibili motivazioni del responsabile gli avrebbe dato quello che voleva, ossia una certa notorietà, e ispirato altre persone a compiere gesti simili. Altri invece hanno detto che occuparsi a fondo di questa persona avrebbe reso più informati lettori e lettrici.

Il dibattito riguarda in sostanza la mass shooting contagion, una teoria secondo cui un’eccessiva copertura mediatica di una sparatoria di massa può “contagiare” altre persone e causare un aumento di eventi simili. In altri paesi dove questi attacchi sono molto più frequenti, soprattutto negli Stati Uniti, è una discussione che va avanti da anni, dentro e fuori dai giornali.

Come spesso accade in situazioni di questo tipo, poche ore dopo l’attacco a Praga diversi quotidiani avevano iniziato a pubblicare il nome completo e tutte le informazioni disponibili sul responsabile dell’attacco. Altri giornali si erano invece limitati a pubblicarne il nome proprio, oppure lo avevano omesso riportando solo le notizie strettamente necessarie alla ricostruzione dell’attacco. Anche la polizia aveva chiesto di limitare la diffusione di informazioni sul responsabile dell’attacco – che in quel momento peraltro era soltanto un sospettato – ipotizzando che il suo obiettivo fosse soprattutto ottenere una certa notorietà. Nei giorni successivi la polizia ceca ha aggiunto di aver individuato online otto minacce di attacchi ispirate da quello all’università.

Diversi giornalisti hanno poi scritto degli articoli o dato interviste in cui spiegavano la loro scelta o la linea editoriale del giornale per cui lavoravano.

Già venerdì 22 dicembre il caporedattore del settimanale ceco Reflex, Martin Bartkovský, ha pubblicato un articolo in cui spiegava perché la sua rivista, di orientamento conservatore e considerata a metà fra un quotidiano e un tabloid, avesse deciso di non pubblicare il nome completo e la biografia del responsabile dell’attacco. Reflex si era limitato a raccontare l’attacco e a dare le informazioni considerate di pubblica utilità, come il fatto che secondo la polizia non si era trattato di un attentato terroristico. Bartkovský aveva scritto che andare oltre avrebbe significato legittimare l’autore, col rischio di ispirare altre persone a fare lo stesso.

Un articolo simile scritto dal giornalista Jan Klesla è stato pubblicato pochi giorni dopo anche da Lidové noviny, il principale quotidiano ceco.

In entrambi gli articoli si descrive la decisione di pubblicare informazioni sulla vita dello studente come un modo per i giornali di generare traffico sui propri siti, sfruttando la curiosità morbosa dei lettori per una persona che in quel momento si trovava al centro dell’attenzione. In un’intervista per Radio Prague International Bartkovský ha criticato i suoi colleghi che erano andati nel paese dove era nato e cresciuto lo studente per intervistare i suoi vicini, sostenendo che quella fosse una pratica «dannosa e sbagliata» e finisse solo per dargli visibilità (per i quotidiani italiani è assai comune intervistare parenti, amici e vicini di casa anche di persone sospettate di reati meno gravi).

Altri giornalisti hanno invece sostenuto che pubblicare notizie legate alla strage e sulla storia e sulla personalità del responsabile rientrasse nel diritto (e dovere) di cronaca dei giornalisti, informasse i lettori e contribuisse a stimolare un dibattito pubblico. Si è parlato molto, ad esempio, del fatto che il responsabile fosse uno studente con voti alti e non avesse precedenti penali; ma anche che nella sua casa fossero state ritrovate otto armi da fuoco, tutte acquistate legalmente.

Tutto questo ha portato all’apertura di un dibattito politico sull’uso delle armi nel paese e sulla necessità di rendere più stringenti i criteri per possederne una, dato che in Repubblica Ceca è molto facile acquistare armi, e che il governo attuale ha rilassato di recente le norme per comprarle e possederle.

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I giornalisti che hanno deciso di non pubblicare troppe informazioni sull’accaduto hanno anche motivato la loro scelta facendo riferimento a come il tema venga trattato e studiato negli Stati Uniti, dove se ne discute da più di dieci anni. L’articolo di Klesla si apre ad esempio con una citazione dal direttore dell’FBI James Comey dopo una nota sparatoria in una discoteca a Orlando nel 2016, negli Stati Uniti, dove furono uccise 49 persone. Riferendosi al responsabile, Comey disse: «non useremo il suo nome, poiché parte di ciò che motiva queste persone malate a fare queste cose è un’idea contorta di fama o notorietà».

La teoria a cui si fa riferimento in questo caso è quella della mass shooting contagion, che sostiene appunto che dare troppe informazioni sull’identità e le motivazioni del responsabile di una sparatoria aumenti il rischio che altre persone si ispirino a lui per compiere attacchi simili. Secondo questa teoria, in casi come questi sarebbe meglio dare a lettori e lettrici soltanto le informazioni strettamente necessarie: per esempio se la persona responsabile del fatto sia ancora in circolazione, e concentrarsi su altri elementi – come le persone attaccate – lasciando che sia la polizia a occuparsi del responsabile.

Che una grande esposizione mediatica di un attacco armato ispiri altre persone a replicarlo sembra abbastanza evidente: succede spesso che le persone che compiono attacchi del genere citino responsabili di stragi precedenti. Anche il responsabile dell’attacco a Praga ha scritto su Telegram dei messaggi in cui elogiava due adolescenti russi che avevano compiuto delle sparatorie di massa nelle loro scuole.

Il modo in cui certi eventi o comportamenti possano influenzare altre persone o spingerle a fare lo stesso è un meccanismo che nelle scienze sociali viene studiato dalla fine dell’Ottocento, ma la possibilità che questo sia un fattore nella proliferazione delle sparatorie di massa è una teoria molto più recente. Negli Stati Uniti se ne è iniziato a parlare dopo la sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook a Newtown, in Connecticut, il 14 dicembre 2012, in cui un ragazzo di vent’anni uccise 27 persone, fra cui 20 bambini, e poi si suicidò prima che arrivasse la polizia.

Durante le indagini si scoprì che il responsabile dell’attacco era ossessionato dagli omicidi di massa e in particolare da quello compiuto nel 1999 al liceo di Columbine, in Colorado. Il “massacro di Columbine” fu il primo evento di questo tipo a ricevere un’attenzione mediatica nazionale: i giornali pubblicarono moltissime informazioni sui due liceali che avevano compiuto l’attacco, ed è stato più volte citato come l’evento che ha ispirato le modalità di molte sparatorie di massa avvenute negli anni successivi nei licei statunitensi.

Un’analisi pubblicata nel 2015 sul magazine Mother Jones identificò 21 persone che avevano compiuto sparatorie di massa e avevano detto di essersi ispirate esplicitamente a quella di Columbine.

Nel 2016, dopo una serie di sparatorie di massa negli Stati Uniti, fra cui proprio quella di Orlando, e diversi attacchi terroristici in Europa, specialmente in Francia, moltissimi giornali si occuparono della teoria del contagio: il New York Times e il Washington Post riportarono diversi studi che erano stati condotti in quegli anni, contribuendo a rendere popolare questa teoria.

La studiosa di statistica Sherry Towers sosteneva che si potesse calcolare con esattezza la probabilità di una nuova sparatoria di massa basandosi sulla copertura mediatica di un caso precedente. Altri studi invece arrivarono alla conclusione che questo fenomeno non potesse essere quantificato con esattezza e che fosse difficile provare un diretto nesso causale.

È vero che le sparatorie di massa negli Stati Uniti negli ultimi anni sono aumentate, come è vero che ci sono stati dei casi in cui i responsabili hanno detto di essersi ispirati a episodi precedenti, ma è anche vero che la maggior parte degli episodi violenti di questo tipo non riceve molta attenzione mediatica: le stragi in famiglia o quelle legate alla criminalità avvengono continuamente ma ricevono spesso poca attenzione da parte dei giornali. In più, le motivazioni che portano una persona a compiere un gesto così estremo sono parecchie e dare troppa importanza al ruolo dei media porta forse a una banalizzazione di un fenomeno complesso.

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Tuttavia, la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che attacchi compiuti in luoghi pubblici con molti morti e che hanno ricevuto un’ampia copertura mediatica abbiano prodotto delle azioni simili.

In questi studi il nesso risulta ancora più chiaro quando gli attacchi sono basati su una precisa ideologia, come ad esempio quella “incel”: una teoria popolare in alcune comunità online che afferma la supremazia maschile e accusa le donne di non rispettare il proprio ruolo privando gli uomini di un loro presunto diritto ad avere rapporti sessuali. A queste idee hanno fatto esplicito riferimento come motivazioni dei loro attacchi i responsabili delle sparatorie a Isla Vista, in California, nel 2014, e a Toronto, in Canada, nel 2018.

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Una particolare attenzione è stata posta sulla pubblicazione totale o parziale delle lettere e dei “manifesti” dei responsabili di questi attacchi: nel 2007 uno studente uccise 32 persone nel campus dell’università Virginia Tech, negli Stati Uniti, e poi si suicidò, ma prima di cominciare l’attacco inviò al canale televisivo NBC News un “manifesto” di 23 pagine, dei video e delle foto in cui spiegava le ragioni del suo attacco. Questi materiali furono ampiamente condivisi e discussi dai media statunitensi e si pensa che abbiano contribuito alla proliferazione delle sparatorie di massa. A essere contestata non fu solo la loro diffusione ma anche il fatto che si fosse scelto di definire “manifesto” il suo testo, che era piuttosto delirante e conteneva diverse frasi prive di senso.

Questo termine viene usato ancora oggi per descrivere i messaggi diffusi online dai responsabili di questi attacchi, ma secondo molti dovrebbe essere accantonato per evitare che l’accostamento a veri manifesti politici o artistici possa legittimarli.

Dopo la diffusione della teoria del contagio nacquero diverse iniziative che chiedevano esplicitamente ai media di non diffondere il nome e le motivazioni dei responsabili di questi attacchi per evitare fenomeni di imitazione. La più famosa è la campagna Don’t Name Them del Centro di formazione avanzata per la risposta rapida delle forze dell’ordine (ALERRT).

La limitazione della diffusione di questo materiale però è diventata più complessa a causa dell’aumento dell’uso di internet e dei social media. Nel 2022 un diciottenne uccise dieci persone afroamericane a Buffalo, negli Stati Uniti, e iniziò l’attacco mentre era in diretta su Twitch. La piattaforma chiuse la diretta dopo 2 minuti, ma pochi giorni prima l’attentatore aveva pubblicato online un testo di 180 pagine e un diario di 672 pagine in cui esponeva le sue idee razziste e suprematiste. Nei giorni successivi all’attacco l’FBI disse che la diffusione di quel video e di quei testi avrebbe potuto ispirare degli episodi di emulazione e chiese di non diffonderli: a lungo però sono stati disponibili online, soprattutto su certi forum e piattaforme poco controllate.