La Turchia sta cambiando completamente la sua politica economica

Dopo le elezioni Erdogan ha abbandonato le misure controproducenti e bizzarre degli ultimi anni, ma per qualche risultato ci vorrà tempo

(AP Photo/Francisco Seco)
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Sono passati sei mesi dalla rielezione di Recep Tayyip Erdogan come presidente della Turchia, e da allora la sua politica economica è notevolmente cambiata. Dopo anni di decisioni controverse ed economicamente scriteriate per mantenere il consenso, che avevano provocato un gravissimo aumento dell’inflazione e un forte deprezzamento della lira turca, ha impostato un percorso totalmente opposto che sta gradualmente portando verso una normalizzazione dell’economia.

Le politiche intraprese in questi mesi hanno tre obiettivi: fermare la fortissima inflazione e il deprezzamento della lira turca, ricostituire le riserve valutarie che la banca centrale ha usato per sostenere in passato le scelte di Erdogan, e ridurre l’enorme deficit commerciale del paese. Quest’inversione di tendenza necessaria potrà avere l’effetto di rallentare in parte l’economia, dopo la crescita fortissima degli ultimi anni.

Negli scorsi anni Erdogan aveva promosso misure che avevano spinto a ogni costo la crescita economica, ma che avevano portato a enormi contraccolpi: soprattutto a causa della sua insistenza sul tenere bassi i tassi d’interesse, in controtendenza con la gran parte delle economie del mondo, oggi l’inflazione è altissima, la povertà è dilagante e gli investitori internazionali hanno perso fiducia nell’economia turca. Dopo le elezioni ha fatto due nomine che hanno avuto un grosso ruolo nel cambio delle politiche economiche: quella del nuovo ministro dell’Economia Mehmet Simsek e della nuova banchiera centrale Hafize Gaye Erkan, entrambi economisti con idee piuttosto tradizionali e molto stimati a livello internazionale.

La priorità del governo è ora fermare l’inflazione, che in alcuni momenti è arrivata all’80 per cento e che ora è intorno al 60 per cento. Significa che i prezzi sono quasi raddoppiati nel tempo, mettendo in notevole difficoltà la popolazione. Rincari del genere hanno avuto un impatto soprattutto sui più poveri, ma anche sulla classe medio alta: per esempio la presidente della banca centrale ha recentemente dichiarato che è dovuta tornare a vivere con i suoi genitori perché faticava a permettersi una casa da sola.

Questo rende l’idea dell’urgenza di combattere l’inflazione in Turchia. E per farlo la banca centrale ha deciso una serie di consistenti e rapidi aumenti dei tassi di interesse di riferimento: in sei mesi li ha fatti salire da meno del 10 per cento fino al 40 per cento.

Tasso di interesse di riferimento della banca centrale turca. Fonte: Trading Economics

Dal 2021, mentre tutto il resto del mondo aumentava i tassi d’interesse per contrastare l’inflazione, Erdogan infatti aveva costretto la banca centrale turca a tagliarli, per stimolare la crescita economica. Tagliare i tassi è esattamente il contrario di quello che secondo la teoria economica andrebbe fatto in un momento di alta inflazione, perché significa di fatto lasciarla incontrollata e consentire che aumenti ulteriormente.

L’aumento dei tassi significa che il paese sta abbandonando l’esperimento di Erdogan per tornare a politiche economiche più tradizionali. «Siamo sulla strada giusta. Ci sono prove evidenti che la fiducia stia tornando. Ma dobbiamo essere pazienti, è ancora una sfida», ha detto recentemente il ministro dell’Economia Simsek al Financial Times.

La politica di rialzo dei tassi ci mette tempo per produrre effetti. L’inflazione annuale è ancora altissima: a novembre i prezzi erano più alti del 62 per cento rispetto a un anno prima. Tuttavia se si osservano gli aumenti mensili, ossia come vanno i prezzi rispetto al mese immediatamente precedente, l’inflazione sembra in calo: a luglio i prezzi crescevano del 9 per cento rispetto a giugno, mentre a novembre solo del 3 rispetto a ottobre.

Secondo la maggior parte degli analisti i tassi di interesse dovranno aumentare ancora per far scendere ulteriormente l’inflazione. L’effetto collaterale di questa politica è che si mette a repentaglio la crescita economica e per questo a livello politico è piuttosto impopolare e criticata.

Il lavoro della banchiera centrale è dunque piuttosto delicato. E non soltanto perché si trova a gestire la politica monetaria di un paese dalla situazione economica estremamente compromessa, ma anche perché Erdogan ha notoriamente un rapporto piuttosto burrascoso con i banchieri centrali: dal 2020 a oggi ne ha sostituiti quattro, principalmente a causa dei contrasti sulla necessità o meno di alzare i tassi d’interesse.

Sebbene Erdogan stia sostenendo pubblicamente le nuove politiche, molti investitori e analisti rimangono comunque scettici su quanto il presidente lascerà spazio di manovra a Erkan e a Simsek. All’inizio del prossimo anno ci sono una serie di importanti elezioni locali, tra cui quelle a Istanbul e Ankara, che potrebbero condizionare le scelte di politica economica.

Finora però le cose sembrano procedere, anche perché la politica monetaria attuale si sta rivelando positiva soprattutto per l’andamento della lira turca, la valuta locale che negli ultimi anni ha perso tantissimo valore rispetto al dollaro e alle altre valute forti proprio a causa di queste decisioni di politica monetaria controintuitive. Solo nei primi sei mesi dell’anno la lira turca aveva perso quasi il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro. Da giugno ha continuato a deprezzarsi, ma molto più lentamente, segno che gli investitori internazionali hanno più fiducia sull’appropriatezza delle scelte attuali di politica monetaria.

A sostegno della lira c’è anche il fatto che nel frattempo la banca centrale è anche impegnata a ricostruire le riserve di valuta estera, ossia le scorte di moneta estera che ogni banca centrale detiene a fini precauzionali: negli ultimi anni le scelte scriteriate di Erdogan hanno fatto deprezzare la lira turca e la banca centrale è dovuta intervenire sui mercati valutari per sostenerne il valore, prosciugando le sue riserve. Se non lo avesse fatto la valuta sarebbe crollata ancora di più.

Il ministro dell’Economia Simsek ha poi impostato alcune politiche per incentivare esportazioni e investimenti, che devono diventare fondamentali per sostenere la crescita e che devono servire a compensare un possibile calo dei consumi interni, a causa dell’inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse.