Il litigio tra Regno Unito e Grecia sui marmi del Partenone

È una storia che va avanti da più di 200 anni e che ha causato l’annullamento di un incontro tra i primi ministri dei due paesi

(AP Photo/Matt Dunham, File)
(AP Photo/Matt Dunham, File)
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Lunedì sera il primo ministro britannico Rishi Sunak ha annullato l’incontro che era previsto a Londra il giorno successivo (oggi) con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il motivo è una disputa che va avanti da più di due anni tra Regno Unito e Grecia e che riguarda i marmi del Partenone, custoditi da oltre due secoli al British Museum di Londra dopo che furono staccati dal celebre tempio di Atene.

Mentre il Regno Unito sostiene che i marmi siano stati regolarmente acquistati 220 anni fa dal conte di Elgin, ai tempi ambasciatore britannico nell’Impero Ottomano, i greci ritengono che si tratti di un tesoro saccheggiato, e che in quanto tale dovrebbe essere restituito.

Sunak ha deciso di annullare l’incontro dopo un’intervista data domenica da Mitsotakis alla giornalista della BBC Laura Kuenssberg, in cui il primo ministro greco era tornato a parlare pubblicamente delle trattative per la restituzione dei marmi e aveva mostrato una certa insofferenza per il rallentamento dei negoziati. «Non abbiamo fatto i progressi sperati, ma sono un uomo paziente. Del resto abbiamo aspettato per centinaia di anni, quindi non posso fare altro che portare avanti le trattative». Mitsotakis aveva aggiunto che quella dei marmi non è una questione di «proprietà», ma di «unificazione»: «È come se ti dicessi di tagliare la Gioconda a metà, e di esporla per metà al Louvre e per metà al British Museum. Pensi che i tuoi spettatori ne apprezzerebbero comunque la bellezza? Ebbene, questo è esattamente ciò che è successo con i marmi del Partenone».

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Una fonte vicina al governo britannico ha detto alla BBC che i toni e le parole di Mitsotakis hanno «reso impossibile» lo svolgimento dell’incontro, e che «la nostra posizione è chiara: i marmi di Elgin fanno parte della collezione permanente del British Museum». Mitsotakis ha invece scritto in una nota di essere «costernato» per l’annullamento dell’incontro, sottolineando che la riunione non avrebbe riguardato soltanto la restituzione dei marmi, ma anche le «grandi sfide dell’attualità internazionale: Gaza, Ucraina, crisi climatica, migrazione».

Negli ultimi mesi i colloqui sembravano procedere abbastanza bene, soprattutto per via dell’atteggiamento aperturista del Regno Unito. Diversi articoli pubblicati da testate generalmente affidabili come Bloomberg avevano parlato di una trattativa vicina alla conclusione e relativa a un prestito a breve termine. Questa versione era stata però smentita dal New York Times, che aveva riportato delle informazioni provenienti da due fonti anonime vicine alle due parti del negoziato e aveva suggerito che un accordo fosse ancora lontano.

Chiamiamo “marmi del Partenone” i gruppi scultorei e i fregi che un tempo si trovavano nel principale tempio dell’Acropoli di Atene, e che ancora oggi sono considerati tra i maggiori capolavori artistici prodotti dall’umanità. Prima del passaggio di Elgin nell’Ottocento erano stati su quel tempio fin dal Quinto secolo avanti Cristo, nella fattispecie sui due frontoni e sui quattro lati del tempio dell’Acropoli. I frontoni erano decorati ciascuno con una ventina di statue molto realistiche e dettagliate, che all’epoca dovevano costituire uno spettacolo ancora più notevole.

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I primi a tentare di saccheggiare il Partenone furono i veneziani, nel Seicento. In quel periodo la Grecia era un dominio dell’Impero Ottomano. Lo era anche a fine Settecento, quando Elgin venne nominato ambasciatore presso il Sultano di Costantinopoli. Da ambasciatore intraprese un viaggio in Grecia con l’obiettivo di studiare e acquisire le opere della Grecia antica, scontrandosi inizialmente con il vice-console francese Louis-François-Sébastien Fauvel. Quando Fauvel e altri francesi vennero arrestati dai turchi, Elgin si fece dare dalle autorità turche il permesso di effettuare sopralluoghi sull’Acropoli di Atene, con lo scopo di fare rilievi, disegni e calchi.

Poi nel 1803 riuscì a ottenere dal Sultano stesso un permesso che lo autorizzava a prelevare qualsiasi scultura o iscrizione dall’Acropoli, purché non mettesse a rischio le strutture della rocca.

Non si sa se Elgin agì su incarico del governo britannico o per iniziativa personale. Quello che si sa è che fu molto probabilmente agevolato da una “posizione dominante”, perché in quel periodo l’Impero Ottomano contava sul Regno Unito per proteggersi dalla Francia, ed era incline a fare concessioni. Qui sta la complicazione: tecnicamente ha ragione il British Museum a dire che l’acquisizione fu regolare, tuttavia la Grecia ritiene che Elgin abbia abusato della sua posizione, rivendicando tra le altre cose il fatto di non essere stata all’epoca una nazione autonoma.

Abusando della sua posizione oppure no, Elgin trasferì via nave più di 60 casse con dentro i gruppi scultorei e i fregi del Partenone. Li fece arrivare a Londra e nel 1816 li vendette alle autorità, che li esposero al British Museum.