Abbiamo scoperto 396 forti di età romana grazie a foto satellitari della Guerra fredda

Si trovano fra Turchia, Iraq e Siria, e mettono in discussione quello che sapevamo sui confini orientali dell'Impero

Giovedì sulla rivista Antiquity un gruppo di scienziati coordinati dall’archeologo Jesse Casana dell’università di Dartmouth, negli Stati Uniti, ha pubblicato uno studio in cui annuncia di avere scoperto 396 strutture di età romana di cui prima non si aveva notizia grazie all’analisi di migliaia di foto scattate da un satellite militare statunitense durante la Guerra fredda.

Per praticità Casana chiama queste strutture “forti” perché erano fortificate, cioè avevano delle mura che proteggevano i loro ambienti interni. I forti esaminati nello studio sono stati trovati esaminando un territorio che si estende per circa 300mila chilometri quadrati fra le odierne Siria, Iraq e Turchia, in quello che nel periodo di massima espansione dell’Impero romano – quindi il Secondo secolo d.C. – era la sua frontiera più orientale. Non è possibile avere la certezza che tutte le 396 strutture siano effettivamente dei forti di età romana, prima di averle scavate. Ma Casana, che è uno studioso molto noto per le sue analisi satellitari, dice di avere individuato precisi modelli architettonici che si ritrovano quasi identici in tutti i forti della regione.

L’area su cui si è concentrato lo studio è forse la meno studiata dagli archeologi che si occupano di età romana: sia perché meno accessibile rispetto a gran parte degli ex territori dell’Impero, che si trovano soprattutto in Europa, sia perché diverse strutture e insediamenti si trovano in aree desertiche, quindi estremamente difficili da raggiungere. Anche per queste ragioni la conoscenza di come si viveva da quelle parti in età romana è piuttosto scarsa.

Lo studio di Casana potrebbe mettere in discussione, per esempio, quello che sappiamo su come l’Impero concepiva i suoi confini nella parte orientale: in base alle sue scoperte Casana ritiene che i forti non facessero parte di un sistema difensivo, cioè di una specie di frontiera rigida, come invece pensano ancora oggi diversi storici dell’Impero.

Con un quadratino e un cerchietto sono indicate le strutture individuate da Casana: con una piccole croce, quelle già note da una precedente rilevazione aerea (Anqituity)

L’Impero romano conquistò gran parte dell’attuale Siria e Iraq sotto l’imperatore Traiano, fra il 115 e il 116 d.C, ma l’area divenne una provincia organizzata e connessa col resto dell’Impero, denominata Mesopotamia, soltanto con Settimio Severo, verso la fine del Secondo secolo d.C. Rimase sotto l’influenza romana praticamente fino alla formazione dei regni islamici, nel Settimo secolo.

Per molto tempo l’area è rimasta quasi inaccessibile per gli studiosi della storia occidentale, tranne per alcuni scavi isolati. Molte delle conoscenze archeologiche sul periodo romano si devono ancora oggi a Antoine Poidebard, un archeologo e sacerdote gesuita che fra il 1925 e il 1932 sorvolò la regione con un aereo biplano scattando migliaia di foto a quelle che riteneva strutture di età romana.

Da alcuni anni però il governo degli Stati Uniti ha desecretato decine di migliaia di immagini scattate dai suoi programmi satellitari CORONA e HEXAGON fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta: e nell’enorme archivio di immagini disponibili in alta definizione, Casana e il suo gruppo hanno individuato e analizzato quelle che mostravano l’antica Mesopotamia.

Una prima analisi, si legge nello studio, aveva portato a identificare circa 4.500 siti che potevano ospitare un forte di età romana: «A quel punto abbiamo iniziato un lavoro sistematico dividendo l’area di studio in quadranti da 5 chilometri per 5, e indagando manualmente ogni quadrante». «Ogni sito è stato poi classificato in base a criteri morfologici come la sua forma, la presenza di accumuli di materiale, i pattern di erosione del suolo e la presenza di strutture architettoniche». Da questa analisi sono emerse 396 nuove strutture che Casana e il suo gruppo di ricerca ritengono di poter identificare con un alto grado di certezza come forti di età romana.

La forma più comune individuata dallo studio è quella di una struttura quadrata, dai lati di lunghezza compresa fra 50 e 80 metri. «Spesso si tratta di edifici isolati, lontani da altre strutture archeologiche evidenti, e situati di frequente in ambienti marginali con scarse tracce di altri insediamenti antichi e moderni», si legge nello studio.

Esempi di strutture romane quadrate con lati da 50-70 metri (Antiquity)

Nello studio sono state scoperte anche strutture più grandi, con lati lunghi fino a 200 metri, nessuna delle quali era nota finora.

Esempi di strutture romane quadrate con lati superiori ai 200 metri (Antiquity)

La concentrazione dei forti in alcune zone precise ha permesso a Casana di fare alcune ipotesi sulla presenza romana nella regione. Per esempio ha confermato l’importanza della strada costruita dall’imperatore Diocleziano intorno al 298 d.C. per collegare Raqqa e Damasco, nell’odierna Siria: lo studio ha individuato alcuni forti vicino al tracciato dell’antica strada. Ma la maggior parte delle strutture individuate è stata trovata in aree in cui finora non c’erano molte tracce della presenza romana: soprattutto sull’odierno confine fra Siria e Turchia, e nella regione desertica dell’Iraq orientale.

La distribuzione dei forti in aree così lontane dalle città, e l’assenza di una linea di confine precisa, ha fatto pensare a Casana e al suo gruppo di lavoro che queste strutture «non funzionassero come un muro di confine, con una serie di torri e accampamenti fortificati costruiti per bloccare le incursioni dei Persiani o prevenire attacchi da parte di tribù nomadi».

Casana sostiene invece che questi forti fossero stati costruiti soprattutto per ragioni commerciali e amministrative, e solo in parte militari. «Sulla base del ripensamento delle frontiere romane come punti di scambio culturale piuttosto che come barriere, portato avanti da alcuni studiosi, possiamo immaginare che anche i forti nel deserto siriano permettessero spostamenti sicuri attraverso la regione, e rappresentassero posti per dare da bere ai cammelli e al proprio gregge, oltre che luoghi dove i viaggiatori potevano fermarsi per mangiare, bere e dormire. E che quindi avessero un ruolo chiave nel mettere in contatto l’est e l’ovest del mondo di allora».