Le critiche al Comune di Petilia Policastro per aver dedicato un manifesto funebre all’assassino di Lea Garofalo

Rosario Curcio, morto in carcere a Milano pochi giorni fa, era stato tra i responsabili dell'omicidio della collaboratrice di giustizia

Una manifestazione per Lea Garofalo organizzata dall'associazione contro le mafie Libera (Davide Spada/LaPresse)
Una manifestazione per Lea Garofalo organizzata dall'associazione contro le mafie Libera (Davide Spada/LaPresse)
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L’amministrazione del Comune calabrese di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, è stata criticata duramente dalle opposizioni locali per aver fatto esporre un manifesto funebre in cui esprimeva vicinanza alla famiglia di Rosario Curcio, uno degli uomini della ’ndrangheta che nel 2009 uccisero la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, morto lo scorso 29 giugno a Milano dove era detenuto. La scelta del Comune è stata giudicata da molti inopportuna perché Curcio è stato responsabile di uno dei più gravi omicidi compiuti dalla criminalità organizzata, e la sezione crotonese del Partito Democratico ha chiesto le dimissioni del sindaco Simone Saporito, eletto con una lista civica.

Il manifesto dice: «Il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale partecipano al dolore che ha colpito la famiglia Curcio per la perdita del caro congiunto». Saporito ha spiegato che esporre manifesti di cordoglio in occasione dei funerali che si svolgono a Petilia Policastro è una pratica abituale dell’amministrazione comunale: «L’opportunità di fare il manifesto è in effetti opinabile», ha riconosciuto il sindaco, «ma noi abbiamo fatto il manifesto a tutti. Perché a lui no? Davanti alla morte si è tutti uguali. Sarebbe stata una discriminazione al contrario non farlo».

Lea Garofalo, ex moglie del boss della ’ndrangheta Carlo Cosco, è riconosciuta e ricordata come un simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Dopo essere diventata testimone di giustizia fu uccisa dalla ’ndrangheta il 24 novembre 2009, quando aveva 35 anni, in un agguato organizzato dal suo ex marito. Prima di essere uccisa fu torturata, e il suo corpo venne poi bruciato nella frazione monzese di San Fruttuoso. I resti furono ritrovati soltanto nel 2012.

– Ascolta anche: Il podcast Le onorate. Donne dentro e contro la ’ndrangheta

Per il suo omicidio furono condannate all’ergastolo diverse persone del clan Cosco, tra cui l’ex marito di Garofalo, che fu riconosciuto come mandante, e lo stesso Rosario Curcio, i cui funerali si sono svolti lo scorso 11 luglio a Petilia Policastro.

Curcio aveva 46 anni ed era detenuto nel carcere di Opera, a Milano: il 29 giugno aveva tentato il suicidio nella propria cella ed era morto poche ore dopo al Policlinico di Milano. Oltre ad aver partecipato all’omicidio di Garofalo, Curcio era stato riconosciuto come la persona che ne aveva distrutto il cadavere.

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.