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  • Mercoledì 12 luglio 2023

La Thailandia sarà guidata da un riformatore?

Il progressista Pita Limjaroenrat ha vinto le elezioni di maggio e ora potrebbe diventare primo ministro, ma non è detto che la giunta militare lo permetterà

Pita Limjaroenrat durante un comizio a Bangkok (Lauren DeCicca/Getty Images)
Pita Limjaroenrat durante un comizio a Bangkok (Lauren DeCicca/Getty Images)
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Aggiornamento: Alla prima votazione il parlamento thailandese ha bocciato la candidatura di Pita Limjaroenrat, che ha ottenuto solo 323 voti, a fronte dei 375 necessari. Una seconda votazione si svolgerà il 19 luglio.

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Giovedì il parlamento della Thailandia si è riunito in seduta comune per eleggere il nuovo primo ministro del paese dopo le elezioni di maggio. In teoria il risultato dovrebbe essere scontato: le elezioni sono state vinte in maniera netta da Pita Limjaroenrat, il candidato riformista del partito Kao Klai (Andiamo Avanti), che ha ottenuto il 38 per cento dei voti, posizionandosi molto avanti rispetto al secondo partito più votato, il Pheu Thai, che ha ottenuto il 28 per cento.

In realtà c’è un rischio piuttosto alto che Pita (è chiamato così sia dai thailandesi sia dai media) non riesca a essere eletto, pur avendo vinto le elezioni: la sua coalizione ha sì ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato, i cui membri sono scelti dalla giunta militare attualmente al potere in Thailandia. I senatori potrebbero impedire a Pita di diventare primo ministro opponendosi alla volontà popolare, e questo potrebbe provocare nuove proteste. Contro Pita è stata inoltre appena aperta un’indagine per conflitto di interessi, che secondo i suoi sostenitori sarebbe politicamente motivata.

Pita Limjaroenrat è un ex manager di 42 anni progressista e molto carismatico. Il suo partito, Andiamo Avanti, ha un programma basato sulle riforme politiche ed economiche e sulla riduzione delle grosse disuguaglianze presenti in Thailandia, e si colloca all’opposizione della giunta militare attualmente al potere. Il suo eccezionale successo elettorale è stato una sorpresa un po’ per tutti: prima del voto, si riteneva che Andiamo Avanti sarebbe arrivato secondo, se non addirittura terzo. Invece Pita ha superato ogni aspettativa, e il suo successo è stato trasversale: è stato votato un po’ in tutte le regioni della Thailandia e da quasi tutte le classi sociali.

Il secondo partito più votato è stato un altro partito di opposizione, il Pheu Thai, che è un partito di centrodestra guidato dalla famiglia Shinawatra, la più importante dinastia politica degli ultimi vent’anni in Thailandia: ha preso il 28 per cento. Il partito che rappresentava la giunta militare al potere, e che aveva come candidato l’attuale primo ministro ed ex generale Prayuth Chan-ocha, è arrivato soltanto terzo, con poco più del 12 per cento dei voti.

Le elezioni sono state libere e senza grossi brogli, e dopo il voto Pita ha costruito un’ampia coalizione di otto partiti che comprende anche il Pheu Thai: assieme, il primo e il secondo partito più votato del paese con i loro alleati hanno 312 dei 500 seggi della Camera dei rappresentanti thailandese, una maggioranza piuttosto netta. Gli altri 188 seggi sono occupati da vari partiti, la maggioranza dei quali è vicina alla giunta militare.

Ma c’è un problema: nel 2017, per garantire il proprio potere, la giunta militare aveva fatto approvare una nuova Costituzione in base alla quale la composizione del Senato thailandese veniva in pratica decisa dalla giunta stessa. I senatori sono 250, e secondo la Costituzione per essere nominato primo ministro un candidato deve ottenere la maggioranza nel voto combinato di Camera (500 seggi) e Senato (250 seggi).

Pita ha dunque bisogno di 376 voti per diventare primo ministro, mentre attualmente dispone soltanto di 312. Questo significa che deve riuscire a convincere almeno 65 tra senatori e deputati dei partiti a lui avversi.

Non sarà facile, perché ci sono alcune differenze fondamentali tra Pita e i suoi alleati da una parte e i deputati e senatori vicini alla giunta militare dall’altra. La differenza più importante riguarda il rapporto con la monarchia thailandese, che ha un ruolo ancora molto attivo nella vita politica e soprattutto economica del paese: si stima che il re sia la persona più ricca della Thailandia. La monarchia è protetta dalla cosiddetta legge sulla lesa maestà, che corrisponde all’articolo 112 del Codice di procedura penale e prevede pene severissime – anni, se non decenni di carcere – a chiunque critichi la monarchia e offenda la figura del re.

Contro questa legge e contro le ingiustizie della società thailandese nel 2020 ci furono enormi proteste, guidate soprattutto dalla parte più giovane della società, che chiedeva una profonda riforma della monarchia. Benché in Thailandia la figura del re sia ancora piuttosto popolare, una parte crescente della popolazione ha cominciato a considerare la monarchia e i suoi enormi interessi economici come un freno alle riforme e alla crescita del paese, e come una delle ragioni delle gravi disuguaglianze economiche e sociali.

Pita e Andiamo Avanti hanno fatto campagna elettorale contro la legge sulla lesa maestà, e una volta al governo vorrebbero riformarla profondamente riducendo di molto le pene. Gli alleati del Pheu Thai sono timidamente concordi con la riforma della lesa maestà, ma i partiti vicini alla giunta militare si oppongono con fermezza: sia perché ritengono che ogni tentativo di indebolire la monarchia sia un colpo contro l’ordine sociale, sia perché il loro elettorato è spesso coinvolto negli interessi economici del vecchio regime del paese.

Martedì, inoltre, la Commissione elettorale del paese ha aperto un’indagine contro Pita per conflitto d’interessi. Secondo la Commissione Pita avrebbe posseduto delle quote di un’azienda mediatica e in questo modo avrebbe violato il regolamento elettorale. La Corte costituzionale dovrà decidere sul caso, e potrebbe togliere a Pita il suo seggio elettorale. Questo non gli impedirebbe di candidarsi come primo ministro, ma sarebbe comunque un problema per Andiamo Avanti. Secondo i sostenitori di Pita, la decisione della Commissione elettorale è politicamente motivata, e si aggiunge a numerose inchieste giudiziarie aperte contro Andiamo Avanti negli ultimi anni.

Se Pita non riuscisse a farsi eleggere primo ministro dal parlamento ci sono tendenzialmente due possibilità. La prima è che le votazioni proseguano finché Pita non troverà la maggioranza: se il voto di giovedì non dovesse ottenere risultati, ne è già previsto un altro il 19 luglio. Questo potrebbe portare anche a un paralisi politica prolungata. La seconda possibilità è che il Pheu Thai decida di sfilarsi dalla coalizione con Andiamo Avanti e cerchi di proporre un proprio candidato come primo ministro, consapevole del fatto che i deputati e senatori vicini alla giunta sarebbero più inclini a votare per un partito più vicino all’establishment.

In ogni caso, se Pita non sarà eletto ci sono discrete possibilità che ci saranno manifestazioni e proteste contro il regime. L’ultima volta, nel 2020, la giunta militare le represse con la violenza.