Com’è andato l’unico dibattito tra i leader politici

Dopo quello di ieri a Cernobbio potrebbero non essercene altri: si è notata molto la differenza di vedute fra Meloni e Salvini

(ANSA/MATTEO BAZZI)
(ANSA/MATTEO BAZZI)
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Domenica intorno all’ora di pranzo i leader dei principali partiti politici italiani hanno partecipato a un dibattito ospitato dal Forum Ambrosetti, un evento privato annuale organizzato a Cernobbio, in provincia di Como, dalla società di consulenza The European House – Ambrosetti a cui partecipano decine di politici, manager, economisti e imprenditori. Dato che i leader non hanno trovato un accordo per confrontarsi pubblicamente in un dibattito televisivo, quella di domenica è stata probabilmente l’unica occasione per condividere lo stesso palco da qui al 25 settembre, giorno delle elezioni politiche.

L’osservazione più condivisa fra chi ha seguito il dibattito è stata la distanza fra i discorsi di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e il segretario della Lega Matteo Salvini. Salvini ha infatti parlato quasi solo della necessità di rimuovere le sanzioni europee decise contro la Russia per via dell’invasione dell’Ucraina, e dell’urgenza di contrastare la crisi economica aumentando il deficit del bilancio dello stato. Sulla Russia Meloni ha invece fatto un discorso molto atlantista, cioè in linea con la posizione dell’Occidente e della NATO, e ribadito la priorità, condivisa anche dall’attuale governo guidato da Mario Draghi, di una politica prudente sul debito pubblico.

Oltre a Meloni e Salvini al dibattito hanno partecipato il segretario del PD Enrico Letta, il presidente del M5S Giuseppe Conte, il leader di Azione, Carlo Calenda, e il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. Ciascun leader aveva a disposizione dieci minuti per tenere un breve discorso, seguito da una domanda del moderatore, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana. Il video dell’incontro è stato reso pubblico in serata dal Forum Ambrosetti.

Il primo a parlare è stato Calenda, che secondo i giornalisti presenti è stato anche il più applaudito. «Trova le corde giuste per arrivare alla platea, che desidera concretezza e rimpiange Draghi», commenta Repubblica. Ha ricordato gli sgravi alle industrie che promosse da ministro dello Sviluppo economico fra 2016 e 2018, e sostenuto che in Italia «non esiste un pericolo fascismo ma un pericolo anarchia: non si riesce a fare niente. Mancano 11 termovalorizzatori e ogni volta è una battaglia, mancano tre rigassificatori e ogni volta è una battaglia: quello che dobbiamo fare, e che Draghi aveva cominciato a fare, è rimettere insieme il paese, non dividerlo fra buoni e cattivi».

Anche Letta ha ricordato che il PD ha sostenuto convintamente il governo Draghi e ha proposto un aumento del credito di imposta per le aziende che consumano più energia, per ridurre le bollette altissime di questi mesi. È normale che i leader politici adattino i propri argomenti a seconda del contesto, e non è un caso che a Cernobbio Letta abbia parlato di questioni care agli imprenditori: soltanto il giorno prima, in un’intervista al quotidiano di sinistra il Manifesto, si era invece concentrato su argomenti apprezzati dall’elettorato più progressista. Tra le altre cose, aveva detto che «la stagione del blairismo è consegnata alla storia. In tutta Europa credo che siano rimasti solo Renzi e Calenda ad agitarlo come un feticcio ideologico».

Conte invece, unico leader collegato da remoto, ha tenuto il discorso meno applaudito, rivendicando una serie di misure tradizionalmente poco gradite agli imprenditori come reddito di cittadinanza, cashback e norme più serrate contro l’evasione fiscale.

Meloni e Salvini hanno parlato uno dopo l’altra. Il discorso di Meloni è stato tutto incentrato sulla necessità che l’Italia e l’Europa trovino soluzioni per arginare l’aggressività di Russia e Cina dal punto di vista della politica estera ed economica. A un certo punto Meloni ha citato persino il presidente francese Emmanuel Macron – che in passato ha criticato moltissimo – e auspicato di rimanere allineati il più possibile all’Occidente e all’Europa nella guerra fra Russia e Ucraina.

«Se domani l’Italia si sfila dai suoi alleati e si gira dall’altra parte, per l’Ucraina non cambia niente, per noi cambia moltissimo. Una nazione seria che voglia difendere i suoi interessi deve avere una sua postura credibile», ha detto Meloni. Poco dopo, con lo stesso tono prudente, ha aggiunto: «Non faccio promesse che non posso mantenere, bisogna considerare i conti pubblici». Meloni ha insomma proseguito nei suoi sforzi di mostrarsi una leader moderata e istituzionale, che ormai proseguono dall’inizio della campagna elettorale.

Salvini ha preso la parola subito dopo e ha tenuto un discorso che andava esattamente nella direzione opposta. Fin dall’inizio della guerra in Ucraina la Lega di Matteo Salvini è stata il partito più scettico sul tenere una posizione dura contro la Russia. Mostrando una serie di slide – che contenevano soprattutto titoli di giornale – Salvini ha sostenuto la controversa tesi che le sanzioni contro la Russia stiano danneggiando soprattutto i paesi europei e l’Italia, e ribadito che a suo parere il prossimo governo dovrebbe indebitarsi per decine di miliardi di euro per ridurre i costi delle bollette. Salvini ha anche riproposto il suo progetto di estendere la cosiddetta “flat tax” approvata durante il primo governo di Giuseppe Conte, senza però specificare con quali fondi finanziarla.

L’ultimo a parlare è stato Tajani, che ha fatto un discorso un po’ generico e più breve degli altri proponendo un rilancio dell’industria italiana, più vicino a Meloni sulle sanzioni alla Russia ma senza criticare esplicitamente Salvini.