Tom Brady nella sua ultima partita in carriera, domenica 23 gennaio contro i Los Angeles Rams (Kevin C. Cox/Getty Images)
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  • martedì 1 Febbraio 2022

Tom Brady, il quarterback più vincente del football americano, si ritira veramente

Dopo giorni di speculazioni ha confermato che smetterà di giocare, a 44 anni e sette Super Bowl vinti

Tom Brady nella sua ultima partita in carriera, domenica 23 gennaio contro i Los Angeles Rams (Kevin C. Cox/Getty Images)

Tom Brady, il quarterback più vincente nella storia del football americano, ha annunciato la fine della sua carriera. La notizia era stata anticipata lo scorso fine settimana da ESPN e subito ripresa dai giornali di mezzo mondo, ma non era stata confermata da Brady, che soltanto martedì lo ha annunciato personalmente tramite i suoi profili social. Tra le altre cose ha scritto: «Ho amato la mia carriera e ora è tempo di dedicare tempo ed energie ad altro».

Due settimane fa Brady aveva concluso la sua ventiduesima stagione in National Football League (NFL), venendo eliminato al secondo turno dei playoff con i Tampa Bay Buccaneers, squadra con cui nella passata stagione aveva vinto il suo settimo Super Bowl in carriera.

Considerato da molti il più grande giocatore di football di sempre, le sue sette vittorie al Super Bowl rappresentano un record che rimarrà imbattuto a lungo: il più vicino giocatore in attività è l’ex compagno di squadra Rob Gronkowski, con quattro titoli. I record e le vittorie di Brady superano sia quelle dei più grandi giocatori del passato, come Joe Montana e Peyton Manning, che quelle ottenute singolarmente da ciascuna delle trentadue squadre del campionato.

Oltre alle sette finali vinte, in ventidue anni di NFL è stato nominato tre volte MVP (miglior giocatore) del campionato e cinque volte MVP delle finali. Ha giocato e vinto con due squadre diverse: dal 2000 al 2019 con i New England Patriots e nelle ultime due stagioni in Florida con i Tampa Bay Buccaneers.

La sua storia, almeno all’inizio, fu diversa da quella tanti altri campioni americani accompagnati da grandi aspettative fin da adolescenti, come accadde per esempio con Michael Jordan e LeBron James. Al draft del 2000 — l’evento in cui le squadre scelgono i migliori giocatori provenienti dalle università — Brady fu scelto infatti alla 199ma chiamata: secondo le valutazioni delle squadre del campionato, quell’anno negli Stati Uniti c’erano 198 giocatori migliori di lui, e tra questi cinque quarterback. Brady dovette aspettare due giorni prima di ricevere una chiamata, quella dei New England Patriots, che comunque lo scelsero come riserva delle riserve: quarto nel suo ruolo in ordine di preferenza.

Il suo problema principale era quello di sembrare uno qualunque. Nel rapporto scritto su di lui in vista di quel draft ormai passato alla storia, gli osservatori furono d’accordo nel definirlo «sveglio e intelligente, con caratteristiche da leader, calmo e misurato in ogni situazione» ma anche «magro e smilzo tanto da sembrare un grissino, senza presenza e forza fisica, con scarsa mobilità e in difficoltà a improvvisare». Le osservazioni fatte su di lui dalle squadre di NFL non erano completamente sbagliate, in effetti. Brady non dimostrava nessuna grande dote atletica.

La sua carriera, e di conseguenza la storia del football moderno, cambiarono il 23 settembre 2001, nello stesso mese in cui, dopo gli attentati al World Trade Center di New York, era cambiata anche la storia degli Stati Uniti. Nella partita di stagione regolare contro i New York Jets, l’allora quarterback titolare dei Patriots, Drew Bledsoe, prese un colpo che gli causò una emorragia interna. Brady lo sostituì: entrò in campo e non lo lasciò mai più. Impiegò una manciata di partite per diventare decisivo e nelle successive dieci, con diciotto touchdown lanciati, portò i Patriots fino alla vittoria del loro primo Super Bowl, a New Orleans contro i St. Louis Rams.

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