Una delle tante baracche presenti nella Piana di Gioia Tauro (Foto MEDU/Valerio Muscella)
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  • giovedì 27 Gennaio 2022

L’insostenibile situazione nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria

Da mesi l'insediamento dove vivono i braccianti stranieri è abbandonato a se stesso, e la situazione è sempre più precaria

Una delle tante baracche presenti nella Piana di Gioia Tauro (Foto MEDU/Valerio Muscella)

Il 23 gennaio una delegazione guidata dal vescovo di Lamezia Terme, Giuseppe Schillaci, ha visitato la baraccopoli di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Lì vivono centinaia di lavoratori stranieri impegnati, in questo periodo, nella raccolta degli agrumi. Uscendo il vescovo ha detto: «C’è da rimanere scioccati». Con lui c’erano rappresentanti della Caritas e di associazioni di volontariato. Al termine della visita del vescovo, un delegato della Caritas ha letto un comunicato: «Chiediamo non risposte emergenziali che creino “ghettizzazione”, ma un’accoglienza diffusa dove ogni persona può essere sostenuta».

Il ghetto di San Ferdinando esiste da 12 anni: è stato una tendopoli, poi sgomberata, che si è trasformata in baraccopoli con costruzioni in legno e lamiera, poi di nuovo in tendopoli e ancora in baraccopoli. Sempre fatiscente: i braccianti, spesso arruolati e sfruttati dai caporali per il lavoro nei campi, vivono in condizioni di abbandono.

I servizi essenziali come elettricità, acqua calda, smaltimento rifiuti, manutenzione dei servizi igienici sono del tutto assenti. D’inverno chi vive nelle tende o nelle baracche si riscalda con bracieri o stufe improvvisate, le persone sono ammassate in ambienti piccoli, spesso in otto o anche di più per tenda. Gli incendi scoppiano di frequente: l’ultimo, nella notte del 31 dicembre, ha distrutto venti baracche. Ha scritto l’associazione NoCap: «È stata messa a rischio la vita di mille persone. È inaccettabile che, nonostante tutte le risorse investite negli ultimi anni, esistano e proliferino ancora realtà del genere».

Il 27 gennaio 2018 morì in un incendio la 26enne nigeriana Becky Moses. Nel febbraio del 2019 in un incidente analogo morì il lavoratore senegalese Moussa Ba.

«La tendopoli», spiega al Post Alice Tarzariol, coordinatrice del progetto Terra Giusta del MEDU, Medici per i diritti umani, «veniva data dal comune in gestione a varie cooperative. Da molti mesi non è più così, la tendopoli non è più gestita da nessuno. L’obiettivo dichiarato dal comune di San Ferdinando era quello dello smantellamento della tendopoli ma non è stata offerta nessuna soluzione alternativa. Il risultato è che da tendopoli l’insediamento si sta trasformando ancora una volta in baraccopoli. Non riusciamo nemmeno a capire quante persone ci vivano; prima c’era un ingresso, con un minimo di controllo, ora non più».

Molti degli amministratori locali e dei funzionari entrati nel campo il 23 gennaio a seguito del vescovo erano presenti anche a un’altra visita, avvenuta dopo il 6 marzo 2019, giorno in cui fu eseguito lo sgombero voluto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. La maggioranza degli abitanti della baraccopoli fu spostata in una tendopoli qualche centinaio di metri più in là, molti altri si dispersero nelle campagne intorno. Le tende vennero tolte ma subito dopo sorsero di nuovo le baracche. Va avanti così di anno in anno, a ciclo continuo, senza che venga adottata una soluzione dignitosa e permanente.

Il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, ha detto che il sito «è abbandonato alla più totale anarchia».

 

Così qualche mese fa ha descritto la situazione dell’insediamento di San Ferdinando una volontaria del MEDU: «Spazzatura, solo spazzatura ammassata. È la prima cosa che si vede entrando». Ha scritto il Corriere della Calabria in un reportage pubblicato a inizio anno: «L’ex tendopoli è quindi divenuta un microcosmo disordinato dove da un lato si è colpiti dalla mancanza di servizi e igiene, come testimoniano anche i rifiuti accumulati appena fuori dal perimetro dell’insediamento, dall’altro dallo spirito di iniziativa dei residenti».

Nell’area c’è la baracca moschea e quella in cui si aggiustano le biciclette, mezzo di spostamento fondamentale per i braccianti (le strade sono poco illuminate, ci sono stati molti casi di migranti investiti da auto mentre tornavano dal lavoro). Ogni cosa viene affittata da chi si è imposto come leader del campo. Si affittano i posti letto ma anche le prese per ricaricare i cellulari.

La baraccopoli-tendopoli di San Ferdinando sorse dopo le rivolte dei braccianti di Rosarno, scoppiate il 7 gennaio 2010 quando due lavoratori che rientravano dagli agrumeti alla fine della giornata furono feriti a fucilate. Seguirono proteste e cortei, giorni di scontri tra i migranti e una parte di abitanti della zona, mentre i membri della ‘ndrangheta organizzarono spedizioni violente contro i migranti. I lavoratori stagionali stranieri, che prima popolavano edifici dismessi, vennero allontanati dal centro abitato e isolati.

La baraccopoli-tendopoli di San Ferdinando (Foto MEDU/Valerio Muscella)

La maggior parte dei migranti presenti nella zona proviene dal Mali, poi dal Senegal e dal Gambia. Le altre nazioni di provenienza sono soprattutto Ghana e Costa D’Avorio. Sono giovani, l’età media è poco superiore ai 30 anni. Molti attendono il rilascio del permesso di soggiorno, i cui tempi sono spesso lunghi. Altri attendono il rinnovo del permesso. E anche la maggior parte di coloro che hanno aderito alla richiesta di sanatoria annunciata nel 2020 è ancora in attesa. Delle 1.550 domande presentate in Calabria solo il 15 per cento ha completato l’iter di esame a più di un anno di distanza, e meno del 5 per cento ha ricevuto esito positivo.

Una parte dei braccianti ha un regolare contratto ma non sono molti quelli che ricevono una busta paga. Pochi sono assunti direttamente dal datore di lavoro. Nella maggior parte dei casi i contratti sono fatti dai cosiddetti “caporali”: prevedono tra i cinque e i dieci giorni di lavoro al mese, quando invece i braccianti vengono impegnati sette giorni su sette. «È quello che noi chiamiamo lavoro grigio», dice Alice Tarzariol, intendendo una forma di lavoro nero nascosta dietro a un’apparenza di legalità. «Abbiamo visto contratti anche di quattro mesi in cui erano segnati solo quattro giorni quando invece il lavoratore lavorava sempre, tutti i giorni della settimana». Sulla busta paga i caporali pretendono spesso anche una “tangente”.

Il resto del lavoro, quello totalmente “nero”, prevede paghe da meno di un euro per ogni cassetta da 25 chili di frutta raccolta. Certo, ci sono eccezioni, soprattutto grazie all’opera di associazioni di volontariato, con datori di lavoro che si attengono alle leggi e alle norme, ma il caporalato è ancora diffusissimo e lo sfruttamento è la regola.

Non è solo la baraccopoli di San Ferdinando il problema. Nel campo container di Rosarno, poco distante ci sono circa 200 persone in condizioni meno precarie con servizi essenziali garantiti ma senza che ci sia alcun sostegno da parte delle istituzioni. E poi ci sono i tantissimi braccianti, soprattutto della comunità maliana, che vivono a una ventina di chilometri di distanza, in un grande casale diroccato della contrada Russo di Taurianova, in condizioni che i volontari del MEDU definiscono «disumane». L’unico punto dove prendere l’acqua è a 500 metri dal casale, lungo una strada sterrata che in caso di pioggia diventa quasi inaccessibile per il fango. Per rifornirsi dell’acqua necessaria per lavarsi e cucinare, i braccianti devono percorrerla più volte al giorno, trasportando le taniche su carriole o biciclette.

Il MEDU, con una clinica camper, si sposta tra i tre insediamenti. «Uno dei problemi», spiega ancora Tarzariol, «è che, in tempi di pandemia, parlare di distanziamento in questi luoghi è semplicemente assurdo. Se c’è un migrante positivo parte inevitabilmente un focolaio. Per fortuna sono quasi tutti vaccinati con due dosi, pochissimi hanno però la terza perché hanno iniziato tardi il ciclo vaccinale». Il rischio di ammalarsi di COVID si sovrappone a una situazione già insostenibile: degli otto moduli igienici – cioè i bagni – ne sono funzionanti solo tre e la manutenzione è inesistente. «Di notte fa molto freddo», dice Tarzariol, «i ragazzi si riscaldano con stufe di fortuna, il rischio di incendio è sempre molto alto».

Entro pochi mesi sarebbe prevista l’apertura a Taurianova di un “villaggio solidale” finanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI) della Commissione Europea attraverso il progetto Su.Pr.Eme. I lavori però non sono ancora iniziati. Quando saranno realizzati, ci saranno 25 moduli abitativi, a circa sette chilometri dal centro di Taurianova, vicino alla contrada Russo. Il villaggio sarà costruito su un terreno confiscato alla mafia.

L’iniziativa è importante ma non certo risolutiva: 25 moduli abitativi non sono sufficienti. Le associazioni di volontari presenti nella piana di Gioia Tauro chiedono soprattutto che come prima cosa vengano ripristinati i servizi essenziali nella tendopoli di San Ferdinando.

Il camper del MEDU (Foto Medu/Valerio Muscella)

Il 24 settembre è stato siglato un protocollo d’intesa voluto dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese tra Comuni interessati, prefettura e regione. Nel protocollo è sancito «l’impegno al superamento della baraccopoli con la creazione di alcune “Foresterie stagionali”» dove trasferire gli stanziali. La fase attuativa passa ora alla Regione.

«Servono progetti che non siano sempre e solo emergenziali», dice Tarzariol, «e occorre creare iniziative di incontro tra i migranti e i cittadini della zona. Ci sono moltissime case sfitte e inutilizzate che potrebbero essere messe a norma e utilizzate per porre fine all’emergenza che dura da 12 anni. Questi ragazzi tornano nella piana di Gioia Tauro ogni anno, alcuni sono ormai stanziali. Sono qui o ci tornano di anno in anno per lavorare, sostengono ritmi pesantissimi. Fornire loro la possibilità di vivere in maniera dignitosa è un dovere».