Una donna afghana fuggita in Albania, il 10 dicembre del 2021 (AP Photo/Franc Zhurda)
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  • lunedì 27 Dicembre 2021

La vita delle donne afghane sta tornando a essere quella del primo regime talebano

Con moltissimi diritti negati: l'ultima norma approvata ha vietato alle donne di viaggiare senza un accompagnatore maschio

Una donna afghana fuggita in Albania, il 10 dicembre del 2021 (AP Photo/Franc Zhurda)

Domenica i talebani, al potere in Afghanistan da ormai più di quattro mesi, hanno detto che le donne non potranno più percorrere distanze maggiori di 72 chilometri senza un accompagnatore maschio. Il provvedimento è l’ultimo di una serie con cui i talebani hanno limitato i diritti e le libertà personali delle donne, che ad oggi, nella maggior parte dei casi, non possono lavorare e studiare dopo i 12 anni: per loro, la vita sta tornando a essere quella del primo regime talebano, durato dal 1996 al 2001.

Il nuovo divieto è stato deciso dal ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, sulla base di un’interpretazione estremamente radicale della sharia, la “legge islamica”. Oltre a vietare alle donne di percorrere più di 72 chilometri da sole, la norma vieta ai tassisti di far salire sulle proprie auto donne senza velo (ma non viene specificato che tipo di velo, se l’hijab, che copre il capo ma non il viso, o veli integrali come il niqab o il burka). Il nuovo divieto impone inoltre a chiunque, uomo o donna, di non ascoltare musica in macchina.

I divieti appena imposti sono praticamente gli stessi che erano in vigore durante il primo regime talebano, quando alle donne era vietato uscire di casa senza un maharram (maschio guardiano).

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Circa un mese fa, i talebani avevano proibito alle reti televisive afghane di trasmettere programmi e telenovele in cui apparivano donne, e alle donne di recitare nei programmi televisivi afghani. La norma imponeva alle giornaliste e presentatrici televisive di tenere sempre il capo coperto. Nelle settimane precedenti, i talebani e i loro sostenitori avevano anche provveduto a coprire, imbrattare e cancellare con la vernice nera le molte immagini di donne presenti nelle pubblicità o fuori dai saloni di bellezza di alcune città afghane. Inoltre, il nuovo regime ha chiuso il ministero degli Affari femminili, una specie di ministero per le Pari opportunità, istituito nel 2001.

Più in generale, i divieti per le donne introdotti negli ultimi quattro mesi e mezzo sono stati diversi.

Come era già successo durante il primo regime talebano, per esempio, sono stati imposti enormi limiti al diritto al lavoro – ad eccezione di alcuni casi particolari, la stragrande maggioranza delle donne afghane oggi non può lavorare – e all’istruzione.

A metà settembre i talebani avevano detto che alle donne era permesso frequentare le università, ma in corsi riservati solo a loro e tenuti esclusivamente da docenti donne, di cui, comunque, avrebbero rivisto i contenuti. Ad oggi molte università afghane hanno riaperto formalmente, ma i corsi non sono ricominciati e si sta ancora lavorando a come mettere in pratica la separazione tra uomini e donne. In futuro, comunque, accedere all’università potrebbe diventare impossibile per le donne afghane.

Sempre a settembre, infatti, i talebani avevano riaperto le scuole primarie e secondarie, permettendo ai soli studenti maschi di frequentare quelle secondarie (equivalenti alle medie e superiori italiane). Un provvedimento simile era stato preso anche alla fine degli anni Novanta, quando i talebani avevano vietato alle donne di studiare dopo i 12 anni, l’età a cui si accede alle scuole secondarie in Afghanistan: e senza scuola secondaria non ci si può iscrivere all’università (qualche scuola secondaria è stata poi riaperta alle studentesse, ma sono rimasti casi isolati e limitati solo ad alcune aree).

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Negli ultimi mesi i talebani hanno adottato anche qualche misura in senso contrario, apparentemente di apertura verso le donne: per esempio hanno vietato il matrimonio forzato e regolato il diritto alla proprietà, concedendo alle vedove il diritto a una quota dei beni dei mariti. Si parla però di provvedimenti con impatto significativamente minore rispetto ai divieti imposti, e che molto probabilmente hanno l’obiettivo di ottenere legittimità di fronte ai governi stranieri e alle organizzazione umanitarie, da cui dipende in buona parte la sopravvivenza economica del paese.

I diritti delle donne sono una delle questioni principali, forse la più importante, su cui i governi stranieri stanno insistendo, ponendola come condizione necessaria per il riconoscimento del governo dei talebani e il conseguente accesso agli aiuti economici.

Il regime dei talebani continua a dire che i divieti in vigore sono temporanei, e che la condizione femminile non tornerà ad essere quella del primo regime: al momento però non sembra esserci nessuna ragione per credergli.

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