Un'immagine dell'operazione della Polizia in diverse regioni italiane contro presunti appartenenti alla cosca Molè (Ansa/Polizia)
  • Italia
  • mercoledì 17 Novembre 2021

Come operava il clan Molè, smantellato con 100 arresti

Uno dei più potenti gruppi della 'ndrangheta gestiva traffici di cocaina in tutta Italia, con l'aiuto di chimici e palombari peruviani

Un'immagine dell'operazione della Polizia in diverse regioni italiane contro presunti appartenenti alla cosca Molè (Ansa/Polizia)

Il clan Molè, uno dei più potenti e storici gruppi di ‘ndrangheta, è stato smantellato dall’operazione “Nuova Narcos Europa” portata a termine questa settimana dalle squadre mobili di Reggio Calabria, Firenze, Livorno e Milano. Cento persone sospettate di farne parte, in larga parte originarie della Piana di Gioia Tauro, sono state arrestate, fermate o, se già in carcere, raggiunte da nuovi ordini di custodia cautelare. I Molè avevano il controllo del mercato della cocaina che dal Sudamerica arrivava nel porto di Gioia Tauro e in quello di Livorno. Anche il mercato ittico di Gioia Tauro era sotto il controllo della cosca così come molte attività, apparentemente legali, nel nord Italia.

Come ha detto il procuratore antimafia di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, «il nome dell’operazione Nuova Narcos Europa non è stato scelto, come di solito accade, dagli investigatori, ma è il nome che alcuni portuali livornesi, che lavoravano per il clan, avevano dato ai Molè».

L’organizzazione era strutturata in maniera militare, con palombari peruviani, ex appartenenti alla Marina Militare del loro paese, che a Livorno recuperavano bidoni carichi di cocaina gettati in mare prima dell’attracco delle navi in porto per sfuggire ai controlli. Anche la lavorazione, e cioè il taglio, della cocaina era affidata a “chimici”  peruviani e colombiani che vivevano, quasi segregati, in alcuni appartamenti di Gioia Tauro.

«In più step abbiamo sequestrato più di una tonnellata di cocaina», ha detto Francesco Messina, direttore della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato. «Stiamo parlando di droga vera, reale, non parlata». E cioè di quantità realmente sequestrate e non solo «parlate», citate cioè nel corso di intercettazioni telefoniche. I panetti di cocaina sequestrati erano marchiati con il logo della squadra di calcio del Real Madrid o con simboli massonici.

Capo dell’organizzazione è Rocco Molè, detto “Roccuccio”, 26 anni, figlio del padrino Mommo Molè, in carcere da anni, e nipote dell’omonimo Rocco Molè, il capo clan ucciso il 1° febbraio 2008. Roccuccio è rappresentante della terza generazione della famiglia ‘ndranghetista. Anni fa aveva chiesto al tribunale di Reggio Calabria di scontare una pena svolgendo lavori socialmente utili a Torino, presso Libera contro le mafie, l’associazione di don Luigi Ciotti. Ricorda don Ciotti alla Stampa: «Lo abbiamo aiutato, ci abbiamo creduto. Era stato lui a scegliere la nostra associazione. Ma non è riuscito a distaccarsi da quel mondo».

Mentre era a Torino, nel programma Liberi di scegliere, lo raggiunse una telefonata, intercettata, del padre che dal carcere gli chiedeva di tornare in Calabria: «È finito il tempo di giocare. Siamo in guerra e dobbiamo fare i conti con questi. Sto puntando su di te». «Questi», citati da Mommo Molè, erano i Piromalli, ex alleati dei Molè e poi acerrimi nemici (furono loro a uccidere il capoclan Rocco Molè) in una guerra durata 13 anni. Tornato in Calabria, Roccuccio ha progressivamente scalato i vertici dell’organizzazione fino ad assumerne la guida.

Ha detto ancora don Ciotti: «C’è amarezza, ti chiedi se potevi fare di più. Ma la sua volontà era quella di tornare a Gioia Tauro, si è caricato sulle spalle un’intera famiglia di ‘ndrangheta». I pubblici ministeri che hanno firmato l’arresto hanno scritto che Rocco Molè era «intento con pervicace accanimento a far riacquistare alla cosca gli antichi fasti precedenti all’omicidio dello zio omonimo». L’ordine di arresto gli è stato notificato in carcere: nel 2020 nella sua masseria nella piana erano stati trovati 534 kg di cocaina e da allora si trovava in carcere, ma continuava a esercitare influenza sull’organizzazione.

I reati contestati agli arrestati sono associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, detenzione e porto illegale d’armi, autoriciclaggio, associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, produzione, traffico e cessione di sostanze stupefacenti, usura, bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione. L’operazione Nuova Narcos Europa ha rivelato un gigantesco traffico di cocaina che dal Sudamerica arrivava nei porti italiani.

Panetti di cocaina sequestrati in una vecchia operazione contro il clan Molè, nel 2016 (Ansa/Guardia di Finanza)

Secondo la Procura di Reggio Calabria, nelle campagne della piana di Gioia Tauro erano state avviate vere fabbriche per la raffinazione e l’impacchettatura di cocaina. I chimici venivano forniti da un’organizzazione spagnola che faceva parte di un cartello di narcos sudamericani. Gli investigatori hanno seguito uomini del clan mentre compravano 24 kg di cloruro di calcio, utilizzato per la raffinazione della cocaina. Uno dei chimici sudamericani che operavano a Gioia Tauro per tagliare la cocaina e immetterla poi nel mercato è stato intercettato una volta tornato a Barcellona, dove viveva: «Eravamo sempre nascosti, solo macchina, come un film, sembrava un film, cambiavamo macchina di continuo… entravamo e cambiavamo macchina e poi altra campagna e cambiavamo macchina e così avanti fino ad arrivare al punto. Uno era davanti e controllava se c’era la polizia».

A chimici e palombari era stato proibito di uscire di casa, e vivevano chiusi nell’appartamento di Gioia Tauro di un appartenente al clan: «Mi hanno portato gli stranieri dentro casa, se non esco pazzo ora non esco più», diceva al telefono.

I Molè, che avevano stretto accordi con clan della costa tirrenica, non si limitavano all’imponente traffico di cocaina. L’inchiesta, durata due anni, ha rivelato che la cosca aveva il controllo di buona parte del mercato ittico di Gioia Tauro. I commercianti erano costretti ad acquistare il pesce da aziende che facevano capo al clan, in particolare alla Ulisse srl di Antonio Albanese, detto Mastro Ninnu, suocero di Mommo Molè. Tutti i pescherecci dovevano far confluire il pesce all’asta della Ulisse e gli imprenditori ittici erano poi costretti a partecipare all’asta senza poter comprare direttamente dai pescatori. Parte dei proventi servivano a sostenere le famiglie dei membri dell’organizzazione detenuti in carcere.

L’operazione ha riguardato non solo la Calabria ma anche altre zone d’Italia e la Svizzera. Nel cantone di San Gallo è stata individuata una filiale del clan che gestiva affari in Europa e che faceva arrivare cocaina dall’Italia per commercializzarla sul luogo. La Svizzera sarebbe stata scelta perché nel paese non esiste il reato di associazione mafiosa.

Alcuni arresti sono stati portati a termine dalla Procura di Firenze e riguardano anche portuali che lavoravano nel porto di Livorno. I Molè li avevano assoldati con il compito di far entrare nell’area del porto uomini del clan che dovevano poi scaricare dai container i carichi di cocaina. I portuali li facevano entrare nascosti nei bagagliai («Ma non ci entro», diceva un uomo del clan intercettato grazie a una microspia in auto «Entri, entri, ci stanno quelli di due metri», rispondeva il portuale). Agli uomini dei Molè venivano poi date pettorine gialle per potersi muovere tranquillamente nell’area del porto. Un altro arrestato livornese aveva compiti logistici: doveva cioè trovare sistemazioni comode per i membri del clan in trasferta dalla Piana di Gioia Tauro.

Una parte importante dell’operazione Nuova Narcos Europa si è svolta nel Nord, in Lombardia, tra Milano, Varese e Como dove sono state eseguite 54 misure di custodia cautelare. Quello che è stato scoperto è che la ‘ndrangheta, e in particolare il clan Molè, era passata dalle semplici estorsioni a più raffinate operazioni finanziarie. Il salto di qualità sarebbe avvenuto con una riunione tenuta a Gioia Tauro nel 2010. Allora il clan decise di mettere in secondo piano le estorsioni e di puntare invece sul controllo e la gestione degli appalti nei servizi di pulizia, facchinaggio e trasporti. Per questo fu deciso di sfruttare l’esperienza delle stesse vittime di estorsione alcune delle quali, per quanto possa sembrare assurdo, parteciparono alla riunione di Gioia Tauro.

L’operazione, che in Lombardia ha assunto il nome di Cavalli di Razza, ha portato all’individuazione di una rete di 5 consorzi e 28 cooperative con all’interno i prestanome delle cosche. Anche il ristorante Unico di Milano, sul tetto della World Join Center Tower, sarebbe stato infiltrato, nel capitale societario, dalla cosca.

Una dei magistrati che hanno guidato l’operazione, Alessandra Dolci, procuratrice aggiunta con delega alla DDA di Milano, Direzione Distrettuale Antimafia, ha detto che dalle indagini è emerso «un mix di arcaicità e di assoluta modernità che proietta l’organizzazione nel futuro». La ‘ndrangheta non rinuncia ai riti di iniziazione, alle mangiate per sancire alleanze, alle regole antiche ma ha imparato tutto «per sostituire le estorsioni con i proventi dell’evasione fiscale».

Tra gli indagati c’è un ex funzionario della Banca popolare commercio e industria che, come scrivono i magistrati, «forniva un costante contributo alla penetrazione dell’associazione mafiosa nel tessuto economico lombardo». Tra Varese e Como è emersa una rete di estorsioni e controlli di bar e locali. Se sono cambiate le strategie, non sono cambiati i metodi: «Come le raccomandate arriviamo direttamente a casa», diceva un affiliato intercettato. Tra gli indagati ci sono anche due amministratori locali, Marino Carugati ex sindaco di Lomazzo, e Cesare Pravisano, assessore della sua giunta: entrambi avevano già patteggiato una pena per bancarotta. Secondo i procuratori, tutti e due avrebbero preso parte alla celebre riunione di Gioia Tauro del 2010.

Indagati anche un agente della guardia di finanza, che forniva informazioni al clan, e un impiegato del ministero dell’Interno in servizio al commissariato di polizia di Legnano: realizzava passaporti, autentici ma con false generalità, per favorire le latitanze all’estero di membri del clan ricercati.