(Emanuele Cremaschi/Getty Images)
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  • domenica 31 Ottobre 2021

La nuova vita di Amanda Knox

Dopo il delitto di Perugia, i processi e la controversa celebrità vive su un'isola a Seattle, si è sposata e fa soprattutto podcast

(Emanuele Cremaschi/Getty Images)

«Devo dire che sono contenta di non dover più far finta di non essere una mamma» ha detto Amanda Knox alla giornalista Jessica Bennet, parlando di sua figlia Eureka Muse Knox-Robinson, nata da qualche mese. Knox, che tra il 2007 e il 2015 insieme al suo ex fidanzato Raffaele Sollecito fu al centro di uno dei più noti e intricati processi della storia recente italiana, quello sull’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher a Perugia, aveva documentato a lungo la sua gravidanza sul podcast che realizza insieme al marito. Una volta nata Eureka, però, ha aspettato mesi prima di dare la notizia, per timore dell’arrivo dei paparazzi.

Alla fine ha rivelato la nascita della bambina sul suo profilo Instagram e in un incontro organizzato con Bennet, poi raccontato in un lungo articolo uscito pochi giorni fa sul New York Times. «Documentare i dettagli più sensibili di una gravidanza attraverso un podcast, e poi presentarli strategicamente come esca ai media solo per “rivelare” tua figlia su un giornale in un tentativo di controllare cosa viene scritto su di te, può apparire contorto dal punto di vista logico» ha scritto Bennet. «Ma Amanda Knox non è mai stata una che fa ciò che le persone si aspettano da lei».

Nell’articolo non viene raccontata solo la nascita di Eureka, ma anche come Knox si sia rifatta una vita – ora ha 34 anni – dopo l’assoluzione definitiva della Cassazione per l’omicidio di Kercher, al termine di un processo che ebbe una grande risonanza anche negli Stati Uniti.

Amanda Knox al processo d’appello, il 30 luglio 2011 (Franco Origlia/Getty Images)

Il delitto avvenne nel 2007 in una casa ai margini del centro storico di Perugia. Kercher e Knox vivevano insieme ed erano entrambe studentesse Erasmus, una inglese e l’altra americana. Cinque giorni prima che Kercher morisse, Knox aveva conosciuto Raffaele Sollecito, un ragazzo pugliese anche lui lì per studiare, con cui si era fidanzata. La notte tra il 1° e il 2 novembre di quell’anno, Kercher fu trovata morta nella sua stanza. Era nuda, coperta da un piumone e con varie ferite da arma da taglio.

I principali indiziati delle indagini che seguirono furono da subito Knox e Sollecito, oltre all’ivoriano Rudy Guede, di cui furono trovate le impronte nella stanza di Kercher. Guede fu però processato separatamente perché chiese il rito abbreviato. Fu lui l’unica persona a essere condannata per l’assassinio di Kercher, ma per «omicidio in concorso», lasciando intendere che ci fossero altre persone coinvolte. Non furono però mai individuate dalla giustizia, per via di un processo pieno di ribaltamenti ed errori procedurali.

Complessivamente, sul caso furono espressi cinque giudizi, due sentenze opposte delle Corti d’assise di Perugia e di Firenze e tre interventi della Cassazione. Knox e Sollecito furono prima condannati, poi assolti in appello, poi di nuovo condannati a seguito della decisione della Cassazione di ripetere il processo d’appello e infine assolti definitivamente nel 2015. Nel frattempo l’aspetto mediatico e quello giudiziario del caso si intrecciarono influenzando l’andamento dei processi stessi.

Fin dall’inizio si interessarono alla vicenda i giornali italiani e stranieri, soprattutto i tabloid britannici, particolarmente spregiudicati nel divulgare dettagli e avanzare ipotesi sul caso, a volte diffondendo notizie false o esagerate. E dopo la chiusura del caso continuarono a uscire articoli, libri e documentari riguardo alla vicenda. Tra gli altri, fece molto discutere il documentario di Netflix del 2016, che contiene interviste di Sollecito, di Knox e del pubblico ministero Giuliano Mignini e viene considerato uno dei racconti più completi e accurati del caso Kercher.

La presunta componente sessuale del delitto, la dinamica difficile da ricostruire, la giovane età delle persone coinvolte e persino il contesto di Perugia – una tranquilla e sonnacchiosa città di provincia – contribuirono a far montare il caso. Soprattutto, i media si concentrarono su Knox e Sollecito e su certi loro comportamenti apparentemente enigmatici o ambigui, per esempio quando passarono lungo tempo a baciarsi nel giardino di casa mentre all’interno la polizia stava indagando sulla scena del crimine, poche ore dopo che Kercher era stata trovata morta.

Quando nel 2011 fu assolta per la prima volta e scarcerata, Knox tornò negli Stati Uniti. La sua partenza da Roma e l’atterraggio su suolo americano furono seguiti e trasmessi in diretta da tutti i notiziari. Venne anche organizzata una conferenza stampa all’aeroporto.

Tornata nella sua casa di infanzia, cominciò subito a dare via le vecchie cose della sua camera. «Mi ero abituata a vivere con poco» ha detto al New York Times. «Mi sentivo completamente soverchiata».

Come racconta Bennet, dal 2011 in avanti Knox è passata attraverso fasi in cui ha preferito stare in disparte e in silenzio, e altre in cui ha invece cercato di cambiare con decisione la percezione del pubblico nei suoi confronti. Nel 2013 pubblicò un libro di memorie, e poi cominciò a impegnarsi in ambito giudiziario per offrire assistenza alle persone incarcerate ingiustamente.

Negli anni tra il suo ritorno e l’assoluzione definitiva andò a vivere da sola e cominciò a lavorare in una libreria. In quel periodo prese l’abitudine di fare camminate notturne in solitudine, quando c’era meno gente in giro che poteva riconoscerla. Occupava il tempo suonando la chitarra, leggendo e scrivendo con uno pseudonimo su un giornale locale, il West Seattle Herald. E lavava i panni nel lavandino, come nei tre anni che passò al carcere “Capanne” di Perugia.

Dopo l’assoluzione definitiva, la vita di Knox cambiò ancora. Iniziò a pubblicare articoli con il suo vero nome, e attraverso il suo lavoro da giornalista conobbe il poeta e scrittore Christopher Robinson, l’attuale marito e uno dei suoi più «strenui difensori». Bennet racconta che Knox non ha un agente o qualcuno che curi le sue relazioni pubbliche. Quel ruolo, quindi, lo ricopre in buona parte Robinson. È sempre lui che passa in rassegna i commenti e i messaggi che riceve Knox sui social network: quelli che lo infastidiscono di più, ha detto, sono quelli che sottintendono che ci sia qualcosa di strano in lei.

«C’è un sacco di gente che dice, magari con le migliori intenzioni, cose come “Mi spiace molto per tutto quello che ti è successo. Anche io sono una persona eccentrica”» ha raccontato Robinson. «Oppure altre cose tipo “Dovresti avere il diritto di essere bizzarra. Questo non ti rende un’assassina”. E ok, ma avete mai pensato anche solo per un minuto che la vostra percezione del suo comportamento è stata mediata da migliaia di altre cose?».

«E poi, non ero nemmeno così strana» ha aggiunto Knox, spiegando che a lei e a suo marito piace andare alle fiere sul Rinascimento e ai raduni in costume come il Comic-Con.

La passione di Robinson e Knox per i costumi è venuta fuori anche in occasione del loro matrimonio del 2020, che fu a tema “viaggio nel tempo”. Agli invitati, molti dei quali erano in costume, fu consegnata una specie di libro di poemi intitolato “The Cardio Tesseract”, con riferimento al tesseratto, il leggendario cubo a quattro dimensioni. I due sposi durante la cerimonia uscirono da una sorta di capsula del tempo, costruita da artisti locali. «In un’altra vita avremmo organizzato eventi a tema fantascienza» ha commentato Robinson, che prima del matrimonio aveva fatto la proposta a Knox inscenando l’atterraggio di un meteorite nel giardino di casa.

Oggi Robinson e Knox vivono in un’isoletta boscosa poco distante da West Seattle con Eureka e tre gatti. Hanno pochi contatti con il mondo esterno, passano il tempo andando a funghi e lavorando ai loro progetti. All’ingresso di casa hanno messo uno zerbino con la scritta “Torna con un mandato”.

La loro principale fonte di reddito sono i 160 iscritti a Patreon, un servizio per sostenere progetti creativi, abbonati al loro podcast Labyrinths, in cui raccontano storie di chi «si è perso e poi si è ritrovato», aprono dibattiti filosofici e fanno interviste. Il podcast è una forma di comunicazione particolarmente apprezzata da Knox, che ne conduce anche un altro più incentrato sulle storie di cronaca nera e prodotto da Sundance TV, che cerca dichiaratamente di andare «oltre i titoli sensazionalistici».

Al contrario di quanto si possa pensare, la celebrità non ha reso Knox particolarmente ricca. L’anticipo per il suo libro, uscito ormai quasi dieci anni fa, le fruttò circa 3,5 milioni di dollari, che però servirono perlopiù a pagare le spese legali, i debiti, le varie ipoteche e le tasse. In tutto, dopo l’assoluzione, le rimasero 200mila dollari, abbastanza per iniziare la sua nuova vita ma non abbastanza per mantenere una famiglia sul lungo periodo.

In realtà non sono sufficienti neanche i 160 iscritti a Patreon, perciò Knox e Robinson si stanno un po’ barcamenando per aumentare le loro fonti di reddito. Vorrebbero vendere un adattamento cinematografico del libro di Knox, e nel frattempo portano avanti vari altri progetti, tra cui un programma televisivo che parli di casi giudiziari di assoluzione. Vorrebbero anche realizzare opere d’arte digitali con le copertine giornalistiche dedicate a Knox, certificate con gli NFT. 

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