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Sarà un Natale senza giocattoli?

È uno degli effetti più temuti della crisi dei commerci: la risposta è no, ma costeranno un po' di più e quelli più in voga potrebbero finire presto

La scorsa estate la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris partecipò a un incontro diplomatico a Singapore e, tra le altre cose, parlò del timore che i ritardi nella produzione e nei trasporti potessero lasciare i bambini senza giocattoli da scartare a Natale. La Cina e il sud-est asiatico hanno un ruolo piuttosto centrale nella grossa crisi della catena di approvvigionamento che ha colpito il commercio internazionale dopo la pandemia. E il settore dei giocattoli – che si rifornisce per la gran parte in Cina e ha avuto un aumento della domanda a causa dei vari lockdown – è uno di quelli più colpiti.

Da agosto il timore espresso da Harris è diventato più concreto, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Anche in Italia le cose per le aziende di giocattoli non stanno andando troppo bene: i magazzini, che solitamente in questo periodo dell’anno sono pieni per rispondere alla domanda natalizia di giochi, lo sono un po’ meno e sarà più difficile riempirli rapidamente quando si svuoteranno del tutto.

I bambini rimarranno senza regali? No, ma potrebbero non riuscire ad avere quel gioco che vogliono tutti, e la spesa media per le famiglie quest’anno potrebbe aumentare.

Di solito nella stagione natalizia – quella che va da novembre a dicembre – si concentra circa la metà delle vendite del settore dei giochi in Italia. In questo periodo le aziende importano grandi quantità di prodotti e riempiono i magazzini per far fronte in anticipo alle richieste dei negozianti. Quest’anno molti giochi arriveranno in ritardo e, in caso di prodotti esauriti prima del previsto, sarà impossibile ordinarne di nuovi in tempo.

Le ragioni dietro a questa crisi – che ha colpito il settore dei giochi ma non solo – sono molte e spesso complesse. La pandemia iniziata tra febbraio e marzo 2020 ha portato inizialmente a un calo dei consumi dovuto alla chiusura dei negozi, alla generale incertezza sul futuro e all’isolamento forzato in casa. Subito dopo, però, la domanda ha cominciato a crescere in modo imprevisto, soprattutto in alcuni settori legati alle attività casalinghe, come quello dei giocattoli appunto. Con i bonus concessi dai governi e i risparmi accumulati nei primi mesi di lockdown, molti furono disposti a spendere in alcune categorie di prodotti più di quanto avrebbero fatto normalmente.

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Dopo mesi in cui fabbriche e porti erano rimasti chiusi per lunghi periodi per limitare la diffusione di contagi, non solo si cercò di riprendere i ritmi di produzione precedenti alla pandemia ma, per rispondere alla crescente domanda di beni, si tentò di accelerarli, col risultato che energia e materie prime cominciarono a scarseggiare. Mancano anche i container per trasportare le merci sulle navi cargo, su cui viaggia oltre l’80 per cento delle merci mondiali.

Oggi i porti sono congestionati in molte parti del mondo, i trasporti rallentati e la situazione potrebbe durare ancora a lungo prima di tornare ai ritmi di prima. Inoltre, nel settore dei trasporti non si trovano tutti i lavoratori che servirebbero, cosa che rallenta ulteriormente le cose.

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«Il risultato è che il costo di trasporto di un container è aumentato dalle 6 alle 8 volte per chi importa in Europa dalla Cina e anche di più per chi importa negli Stati Uniti», ha detto Lorenzo Tucci Sorrentino, amministratore delegato dell’azienda italiana editrice e distributrice di giochi Cranio Creations.

Graziano Grazzini, amministratore delegato di Selegiochi (l’azienda che tra le altre cose possiede i negozi Città del Sole, che sono più di 80 in tutta Italia) ha spiegato invece che «i trasporti alternativi a quello via mare sono molto costosi per quello che possono effettivamente trasportare. Qualche azienda ha provato a farsi arrivare qualcosa per via aerea, ma alcuni si sono comunque trovati con la merce bloccata in aeroporto e non hanno risparmiato molto tempo. Un secondo mezzo di cui si sta tornando a parlare è il treno, che però per sua natura è più caro e, nonostante i prezzi del trasporto via mare siano aumentati, rimane comunque poco competitivo». 

Per fronteggiare l’aumento del prezzo dei trasporti, alcune aziende di giochi hanno alzato i prezzi per i consumatori: Hasbro, la seconda al mondo dopo Lego, ha annunciato a luglio che avrebbe alzato i prezzi per questo motivo. Grazzini di Selegiochi ha detto al Post che loro solitamente rivedono i listini dei prezzi all’inizio dell’anno, ma che questa volta hanno dovuto farlo di nuovo in estate.

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Tucci Sorrentino fa notare però che «su alcuni giochi non si possono alzare i prezzi quanto servirebbe per compensare l’aumento dei costi. Ci sono giochi che costano 25 euro e giochi che ne costano 75: si può pensare di portare quello da 75 a 90 euro, ma non si può portare un gioco da 25 euro a molto di più, perché il target è diverso da quello dei giochi più costosi e non è detto che sia disposto a spendere di più. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che il potere d’acquisto delle persone resta lo stesso».

L’aumento del costo dei trasporti dalla Cina ha portato molte aziende di giocattoli a decidere di rivolgersi a fabbriche europee, dove la materia prima (plastica, carta, legno) è più scarsa e non si riesce a rispondere all’aumento della domanda in tempi brevi. Tucci Sorrentino ha raccontato che «per produrre un gioco in scatola in Cina ci volevano 30 giorni: ora, rivolgendosi alle fabbriche europee, ci vogliono circa 9 mesi».

La crisi si sentirà soprattutto per quei giocattoli che, come succede spesso a Natale, improvvisamente cominciano a essere molto ambiti per via di una pubblicità particolarmente riuscita, per il passaparola, o per una combinazione di cose. «In un anno normale, un’azienda di giocattoli può permettersi di iniziare a vedere come vanno le vendite e poi aumentare la produzione ed effettuare una spedizione molto rapida per rifornirsi delle cose che stanno vendendo di più», ha detto al Guardian Natasha Crookes della British Toy and Hobby Association: «ma sarà quasi impossibile farlo quest’anno».

Grazzini lo conferma: «Città del Sole non insegue particolarmente mode e tendenze, e questo un po’ ci salva. Il grosso delle nostre vendite riguarda giocattoli per la fascia dagli zero ai 6 anni, periodo in cui sono i genitori a decidere cosa acquistare. Nella fascia successiva il consumatore è già il bambino, che è condizionato moltissimo da mode e pubblicità: qui potrebbero nascere i problemi, perché è probabile che con l’arrivo di un gioco virale non ci sarà disponibilità per accontentare tutti».

Già ad agosto sul Guardian era uscito un articolo in cui si diceva: «Se sai già cosa vuole tuo figlio per Natale, e vuoi evitare la più frenetica corsa ai regali degli ultimi anni, compralo ora e nascondilo nella credenza».

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Una cosa che sta avvenendo in risposta a tutto questo è che le aziende che hanno in magazzino grandi quantitativi di prodotti che non hanno avuto successo quando sono usciti anni fa stanno pensando di riproporli ora a prezzi più bassi. «Non è il nostro caso, ma chi si occupa di queste giacenze sta avendo un’opportunità», ha detto Grazzini: «essendoci una crisi di prodotti, alcuni giochi vecchi e non andati bene ai tempi diventano utili in un momento di penuria, possono avere il loro momento di gloria». 

La crisi dovuta alla scarsità di materie prime e all’aumento del costo dei trasporti non si risolverà velocemente, ma è possibile che dopo Natale, con tutti i ritardi e con la corsa delle aziende all’accumulo, si noterà un effetto opposto e a gennaio e febbraio i magazzini saranno più pieni della norma. «Il problema è la discontinuità», ha detto Grazzini. «I giochi arriveranno e ci saranno, ma a singhiozzi».