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Come cambiano le pensioni con “Quota 102”

Nel 2022 si dovrebbe andare in pensione con 38 anni di contributi e 64 anni d’età, ma cosa succederà dal 2023 ancora non si sa

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Giovedì il governo ha annunciato una riforma del sistema pensionistico italiano che è contenuta nel disegno di legge di bilancio per il prossimo anno. La proposta è di introdurre “Quota 102”, che permetterà di andare in pensione con 38 anni di contributi e 64 anni di età, per un totale di 102 anni (da qui il nome della riforma). Il nuovo meccanismo dovrà sostituire “Quota 100”, fortemente voluta dalla Lega durante il primo governo Conte, che permetteva di andare in pensione a chi aveva compiuto almeno 62 anni di età e versato almeno 38 anni di contributi. Nel disegno di legge è previsto che “Quota 102” resti in vigore solo un anno: quello che succederà dopo non è stato deciso.

Il disegno di legge di bilancio è ancora un disegno di legge: deve quindi passare dal voto del parlamento (dovrà essere approvato entro la fine dell’anno), ma non dovrebbero esserci problemi, visto che l’accordo è stato trovato tra le molte forze politiche che appoggiano il governo di Mario Draghi.

“Quota 100” era stata approvata nel 2018 in via sperimentale, con una durata massima di tre anni. Con l’uscita della Lega dalla maggioranza nel settembre del 2019, il nuovo governo Conte aveva deciso di non rinnovare la misura, facendola quindi arrivare alla sua naturale scadenza alla fine del 2021. Per essere rinnovata, quindi, “Quota 100” avrebbe dovuto essere rifinanziata dalla legge di bilancio, cosa che non è successa.

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“Quota 100” era stata molto criticata perché aveva consentito di andare in pensione a un’età giudicata da molti troppo bassa per gli standard dei paesi occidentali, con pesanti conseguenze sulle casse dello stato di cui dovranno occuparsi le future generazioni. Secondo l’INPS fino alla fine di agosto del 2021, 341.000 persone avevano richiesto di accedere a “Quota 100”, e più del 60% erano lavoratori tra i 62 e 63 anni di età. In tutto la spesa sostenuta e da sostenere per lo stato è di oltre 18,8 miliardi di euro fino al 2030.

Da quando si era deciso di non rinnovare “Quota 100”, si era molto discusso di cosa sarebbe successo dal 1° gennaio del 2022 in poi, ma finora non era stata approvata nessuna riforma del sistema pensionistico. Di fatto quindi, fino all’approvazione di “Quota 102”, era previsto che dal 2022 tornasse in vigore il sistema pensionistico precedente a “Quota 100”, cioè la legge Fornero del 2011, che prevedeva di andare in pensione dopo aver compiuto 67 anni o dopo aver maturato 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, o 42 anni e 10 mesi per gli uomini.

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La legge Fornero era stata approvata durante il governo Monti, un governo tecnico sostenuto da quasi tutti i partiti in parlamento per far fronte alla gravissima crisi economica in corso in quel momento. Come altre leggi adottate da quel governo, la legge Fornero fu una misura mirata a risanare immediatamente le finanze pubbliche.

Per questo motivo almeno all’inizio fu accolta senza troppe critiche da parte dei partiti, ma già un anno dopo, quando l’economia italiana aveva cominciato a riprendersi, quasi la totalità dei politici le rivolsero accese e continue critiche. Il partito più duro, anche con toni molto aggressivi, fu la Lega, che sulla questione delle pensioni cercò di trovare terreno fertile per guadagnare consensi elettorali.

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“Quota 102” impedirà quindi che dal 2022 si torni alla legge Fornero almeno per un anno. Nei giorni scorsi si era ipotizzato che nella legge di bilancio il governo potesse introdurre già una nuova riforma che entrasse in vigore nel 2023, la cosiddetta “Quota 104”, che avrebbe fatto salire l’età pensionabile a 65 anni e gli anni di contributi a 39 (per un totale di 104 anni). Questo avrebbe permesso di tornare gradualmente alla Fornero nel 2024.

Il governo ha però deciso di non introdurre già da ora una riforma pensionistica per il 2023, e nel corso della conferenza stampa di giovedì non ha chiarito cosa succederà dopo. La cosa più probabile è che nei prossimi mesi i partiti della maggioranza tornino a discuterne, per approvare una nuova riforma entro la fine del prossimo anno.

Trovare un compromesso tra Lega, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, però, non sarà semplice, soprattutto considerando che nel 2023 ci saranno le nuove elezioni politiche, e che nessun partito vuole rischiare di perdere consensi su un argomento così delicato e su cui l’elettorato è particolarmente sensibile.

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