La protesta al porto di Trieste, venerdì mattina. (Duccio Pugliese/LaPresse)

Una giornata complicata per il governo

L'entrata in vigore dell'obbligo del Green Pass sui luoghi di lavoro è accompagnata da preoccupazioni per possibili problemi, disservizi e soprattutto proteste

La protesta al porto di Trieste, venerdì mattina. (Duccio Pugliese/LaPresse)

Quella di venerdì potrebbe essere una delle giornate più complicate per il governo guidato da Mario Draghi dal suo insediamento, per via dell’entrata in vigore dell’obbligo del Green Pass sui luoghi di lavoro e delle collegate proteste annunciate in aziende, porti e autostrade del territorio nazionale. La principale e più temuta è quella al porto di Trieste, dove i sindacati autonomi da giorni hanno proclamato uno sciopero – non autorizzato – chiedendo l’abolizione dell’obbligo. Diverse altre proteste e sit in, più piccoli, sono stati organizzati in varie città.

C’è grande incertezza su cosa succederà e su quanto saranno seri ed estesi eventuali blocchi, disservizi e disagi che potrebbero coinvolgere soprattutto i trasporti e la logistica. A Trieste la situazione sembra relativamente tranquilla: nelle prime ore della mattinata si sono raccolte nell’area del porto diverse centinaia persone – alcune stime dicono tremila – ma i manifestanti hanno consentito l’accesso a chi vuole lavorare regolarmente. Le attività del porto stiano procedendo, seppure in forma ridotta, ha detto il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga.

Le altre proteste in giro per l’Italia sono numericamente meno partecipate, seppure diffuse. Tra le altre ce n’è una in piazza Maggiore a Bologna, a Milano all’Arco della Pace, in vari stabilimenti industriali nel paese e anche al porto di Genova. Ma non ci sono segnalazioni di particolari problemi o tensioni.

Le preoccupazioni circolano da giorni e riguardano le proteste annunciate, quelle inattese, ma anche l’eventualità che una parte rilevante dei lavoratori di settori strategici – come appunto i trasporti – oggi non potranno lavorare, perché non hanno il Green Pass e non sono riusciti a fare un tampone (le prenotazioni sono molto complicate in queste ore), oppure perché hanno fatto un vaccino non riconosciuto in Italia (molti autotrasportatori dell’Est Europa hanno ricevuto il russo Sputnik V).

Non è detto comunque che i possibili guai non siano sovrastimati, e che i disagi saranno alla fine contenuti: ci si potrà fare un’idea più precisa di com’è andata nel corso della giornata di venerdì.

Le cose da sapere sul coronavirus

L’obbligo del Green Pass sul luogo di lavoro deciso dal governo Draghi quasi un mese fa rimane una delle misure di passaporto vaccinale più rigide ed estese al mondo, di fatto senza eguali tra i principali paesi occidentali. Un po’ come successe nel marzo del 2020 con il primo lockdown, è probabilmente una decisione politica i cui risultati e la cui applicazione saranno osservati con attenzione anche all’estero.

In Italia la misura è stata approvata da tutti i partiti che sostengono il governo, nonostante le ripetute critiche della Lega. Ma è stata accompagnata nelle ultime settimane da varie proteste, contenute per partecipazione ma anche violente e preoccupanti come quella che sabato scorso aveva portato all’assalto da parte di gruppi “no vax”, guidati da neofascisti, alla sede della CGIL a Roma.

Per questo la giornata di venerdì è particolarmente importante per la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, già accusata di non aver saputo garantire l’ordine pubblico a Roma sabato scorso. La preoccupazione della polizia, espressa in una circolare, è che in alcune delle proteste ci sia una «progressiva escalation delle mobilitazioni con ripetuti inviti alla disobbedienza» e una «possibile contrapposizione di gruppi estremisti».

Tutte le cronache politiche comunque segnalano che Draghi sia determinato a non fare concessioni e che, almeno per il momento, il governo non avrà ripensamenti.

In una riunione tra alcuni esponenti del governo – una “cabina di regia” – tenuta ieri si è parlato di decreto fiscale, riporta oggi Repubblica, senza soffermarsi sul Green Pass. Venerdì per le 11 è previsto invece un Consiglio dei ministri, ma sempre sul decreto fiscale. Secondo i giornali, l’unica possibile concessione che il governo è disposto a fare, relativamente alle varie richieste di sindacati e datori di lavoro sul Green Pass, è di aumentare il credito di imposta per le aziende sui tamponi ai dipendenti, cioè quello che possono recuperare sulla spesa per i test, dal 30% attuale al 50%.

Non sembra invece una possibilità quella dei tamponi offerti gratuitamente, cioè pagati dallo Stato, una misura che comporterebbe una spesa ragguardevole, stimata intorno ai 500 milioni di euro al mese. I lavoratori non vaccinati sono un numero compreso tra 2 e 4 milioni, a seconda delle stime, e dovrebbero fare infatti tra i due e tre tamponi a settimana. Si parla quindi a grandi linee di 1 milione di test antigenici rapidi al giorno, più del triplo di quelli che vengono effettuati in media oggi.

Nelle ultime settimane la media era stata di circa 300mila al giorno: giovedì è stato un giorno prevedibilmente anomalo, con ben 633mila test, un aumento dovuto evidentemente ad alcune centinaia di migliaia di persone che hanno fatto il test per ottenere il Green Pass per andare a lavorare venerdì.

Per quanto riguarda le somministrazioni di vaccino, è visibile un aumento di prime dosi nell’ultima settimana, ma come già evidenziato l’introduzione dell’obbligo del Green Pass sul lavoro non ha prodotto un significativo aumento delle vaccinazioni.

Il momento delicato per il governo Draghi, in ogni caso, non finirà oggi indipendentemente da cosa succederà nel corso della giornata. Per sabato infatti è prevista a piazza San Giovanni a Roma una manifestazione in solidarietà con la CGIL per l’attacco subìto sabato scorso, e si teme che possano esserci nuovi scontri con militanti di estrema destra e gruppi “no vax”. Domenica e lunedì, poi, ci saranno i ballottaggi delle elezioni amministrative, comprese quelle di Roma, Torino e Trieste, che potrebbero avere conseguenze sugli equilibri politici della maggioranza.