Pantheon, 2015 (AP Photo/Gregorio Borgia)

Il primo grosso problema di chi vincerà a Roma

Sarà l'annosa crisi dei rifiuti, uno dei pochi grandi temi affrontati in campagna elettorale: ma una soluzione immediata non c'è

di Mario Macchioni
Pantheon, 2015 (AP Photo/Gregorio Borgia)

Via Acherusio è una breve strada a ferro di cavallo nel cuore di Roma nord, a poca distanza da Corso Trieste. Circonda l’istituto scolastico privato Cristo Re, è stretta e a senso unico, con i due lati sempre pieni di macchine parcheggiate. A metà della curva c’è uno dei quattro punti di raccolta rifiuti, con quattro cassonetti quasi sempre stracolmi e rotti per via del troppo carico. Durante l’estate di due anni fa quello dell’umido si crepò sul fondo, impedendone di fatto la raccolta per settimane, perché gli operatori non potevano sollevare il cassonetto senza che il contenuto si riversasse per strada. I residenti nei palazzi di fronte raccontano che quell’estate c’era un odore ancora più insopportabile del solito, con le zaffate fetide che raggiungevano gli appartamenti dei primi piani.

Le varie segnalazioni fatte online non portarono a nulla. Solo dopo aver contattato telefonicamente AMA, la municipalizzata che si occupa dei rifiuti a Roma, i residenti riuscirono a far sostituire il cassonetto rotto, consentendo la ripresa della raccolta dell’umido. Ma nei mesi e negli anni successivi il ritmo di raccolta dei rifiuti è rimasto comunque troppo basso. Molto spesso si formano lungo la strada grossi accumuli di plastica, imballaggi vari e rifiuti organici che attirano gli animali della zona, soprattutto topi.

La situazione di via Acherusio somiglia a quella di tantissimi quartieri di Roma, grandi e piccoli, della periferia e del centro, e rappresenta solo una minima parte – quella più eclatante e più visibile ai cittadini e alle cittadine – di un problema più grande e complesso, quello della cronica e nota “emergenza” dei rifiuti nella capitale. È un problema così annoso che definirla un’emergenza è ormai fuorviante, ma di cui dovrà necessariamente occuparsi chi vincerà le prossime elezioni comunali di domenica 3 e lunedì 4 ottobre. Perché in città la questione dei rifiuti è percepita come una delle più gravi e urgenti da risolvere, insieme all’insufficienza del trasporto pubblico.

Cassonetti fotografati in via Acherusio, 23 settembre 2021 (il Post)

Non a caso si è parlato di rifiuti con una certa frequenza durante la campagna elettorale, che complessivamente si è soffermata poco sugli altri nodi di quella che a volte viene chiamata “nuova questione romana”, cioè l’insieme dei problemi che la città dovrebbe affrontare per invertire il suo ormai proverbiale declino. Tra gli altri, il ripensamento delle competenze di chi amministra un territorio enorme e difficilissimo da governare, quindi dei Municipi, del Comune e della Città Metropolitana; la rielaborazione dell’eredità storica e dell’offerta culturale e turistica; la ricerca di una nuova visione e di un’idea di città diversa dal centro politico e amministrativo che è stato negli ultimi decenni.

Sono temi ricorrenti nell’ampia produzione saggistica sulla capitale, ma in campagna elettorale sono stati esaminati poco e solo superficialmente. Il dibattito tra i quattro candidati principali – Carlo Calenda per Azione, Roberto Gualtieri per il centrosinistra, Enrico Michetti per il centrodestra e la sindaca uscente Virginia Raggi per il Movimento 5 Stelle – si è concentrato su proposte più laterali, come il “museo unico” della Roma antica ipotizzato da Calenda, o su questioni legate alla sicurezza, di cui i candidati si sono occupati estesamente con iniziative come il “daspo urbano” di Calenda o il “sindaco della notte” di Gualtieri, entrambe intese come un freno agli episodi di violenza e disturbo della quiete nei quartieri della città dove la vita notturna è più vivace.

Tra gli aspetti più raccontati della campagna elettorale c’è stata anche la sistematica assenza di Michetti nei confronti con gli altri candidati, giustificata così dal candidato di centrodestra: «Ai confronti preferisco la periferia. La mia campagna elettorale, a differenza degli altri candidati partiti molto prima, è iniziata soltanto in estate con agosto di mezzo, ed è quindi evidente che in questa fase io privilegi il contatto e l’ascolto dei problemi dei cittadini». Michetti aveva ricevuto un altro giro di stampa e commenti critici quando era emerso che a poco più di due settimane dal voto non aveva ancora presentato il suo programma elettorale. Quando poi l’ha presentato, le critiche sono continuate perché ampie sue parti sono risultate copiate.

Enrico Michetti insieme alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, fotografati il 22 settembre scorso nel quartiere di Centocelle (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Nonostante gli inciampi, Michetti è considerato il favorito al primo turno, per via del grande peso che la sua coalizione ha nei sondaggi. Tuttavia, data la presenza di quattro candidati di rilevanza più o meno equivalente – situazione unica nel panorama delle grandi città in cui si voterà – si andrà quasi sicuramente al ballottaggio, e a quel punto una vittoria di Michetti è tutt’altro che scontata.

A un eventuale secondo turno ha buone possibilità di vincere chiunque riesca ad arrivarci tra gli altri tre candidati. Gualtieri sembra messo meglio, ma i sondaggi a livello locale possono essere meno affidabili del solito, e inoltre risulta un’alta percentuale di indecisi, ragioni per cui gli osservatori considerano possibile un secondo posto a sorpresa di Calenda o, in misura un po’ minore, di Raggi.

Da più di due settimane Raggi incalza Gualtieri chiedendogli dove abbia intenzione di costruire le due nuove discariche temporanee, prospettate dal recente piano regionale di gestione dei rifiuti del Lazio. Il resto della campagna elettorale, Raggi l’ha passato perlopiù insistendo sulle attività di manutenzione ordinaria fatte in città – potatura di alberi, lavori sui manti stradali e sui sampietrini – e sulla necessità di garantire continuità all’amministrazione comunale, cercando di mettere in buona luce il lavoro fatto in questi anni, anche con modalità giudicate un po’ goffe e ingenue sui social network.

In un’indagine recente di un’agenzia del Comune che si occupa di monitorare l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici (ACoS), più del 60 per cento dei partecipanti ha rilevato due problemi nel servizio di raccolta dei rifiuti: la frequenza troppo bassa con cui vengono svuotati i cassonetti e la mancata pulizia dell’area circostante. Meno del 10 per cento non ha indicato nessuna criticità.

Carlo Calenda, Roberto Gualtieri e Virginia Raggi durante il confronto al convegno ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), in Campidoglio (Cecilia Fabiano/LaPresse)

Il problema dei rifiuti a Roma può essere compreso meglio se lo si riconduce a tre circostanze che hanno contribuito a generarlo: la prima è di tipo storico (la presenza per decenni della discarica di Malagrotta); la seconda di tipo legale e amministrativo (la conflittuale condivisione di competenze tra Comune e Regione); la terza di tipo tecnico (l’insufficiente dotazione di impianti).

Roma ogni giorno produce circa 5.000 tonnellate di rifiuti. Per decenni, dal 1974 al 2013, questa enorme quantità veniva assorbita dalla altrettanto enorme discarica di Malagrotta, di proprietà di Manlio Cerroni, imprenditore 94enne che oggi rivendica di aver garantito «per oltre 30 anni, notte e giorno, un servizio al prezzo più basso d’Italia, con rilevanti economie per tutti i romani».

Il problema di questa discarica era che nella sua gigantesca buca ci finivano i rifiuti non trattati (“tal quale” come si dice nel gergo degli specialisti), con gravi conseguenze ambientali e contravvenendo alla normativa europea. Per questo motivo, la regione Lazio fu sottoposta a procedure di infrazione da parte dell’Unione Europea e nel 2013 le giunte comunali e regionali – entrambe di centrosinistra – chiusero definitivamente Malagrotta.

Contestualmente alla chiusura della discarica, l’allora assessora all’Ambiente Estella Marino fece un piano di investimento per la costruzione di nuovi impianti e per la realizzazione di centri di trattamento e riciclo dei rifiuti, definiti “ecodistretti”. Se già allora si ipotizzava che la transizione avrebbe potuto essere complicata, dopo la caduta della giunta di cui faceva parte Marino divenne certezza. Nel 2015 subentrò il commissario Francesco Paolo Tronca per occuparsi dell’amministrazione ordinaria. Nel 2016 venne eletta Raggi che si trovò immediatamente un’emergenza rifiuti da gestire, ma che in seguito ha faticato a trovare un piano adeguato per sopperire alla mancanza di Malagrotta.

Con Raggi al Campidoglio sono emersi tutti i problemi della frastagliata condivisione di competenze con la Regione, che ha un ruolo rilevante in alcuni passaggi fondamentali. È la Regione infatti a stilare il programma di gestione ogni sei anni, a individuare le aree dove i comuni possono portare e trattare i rifiuti (ATO, “Ambiti territoriali ottimali”) e a dare le autorizzazioni necessarie per costruire nuovi impianti di trattamento. I Comuni invece si occupano della parte gestionale: organizzare la raccolta e tutte le fasi successive di trattamento, recupero e smaltimento, in modo da rispettare gli obiettivi e la linea dettata dal piano regionale.

Cassonetti fotografati nel 2019 nel quartiere Gregorio VII, vicino al Vaticano. (AP Photo/Andrew Medichini)

La materia delle competenze amministrative sui rifiuti è in generale complessa, ma nel caso di Roma lo è ancora di più per la situazione particolare della città e del Lazio, che su questo tema si trova più indietro rispetto ad altre regioni. Nel 2020 è stato pubblicato un volume che esamina la questione proprio dal punto di vista legale, L’amministrazione dei rifiuti a Roma – Un’analisi giuridica, tra i cui autori c’è Eugenio Fidelbo, avvocato esperto di diritto amministrativo e dell’ambiente. Fidelbo spiega per esempio che questi “Ambiti territoriali ottimali” a cui i Comuni dovrebbero fare riferimento nel Lazio non vengono praticamente mai rispettati, né con il vecchio piano regionale né con il nuovo.

«Gli “Ambiti territoriali ottimali” spesso derogano ai confini comunali, e a volte anche a quelli provinciali. Al loro interno si dovrebbe chiudere il ciclo dei rifiuti» dice Fidelbo. «Adesso c’è una nuova legge regionale, ma deve essere ancora attuata. Il problema è che c’è una sorta di cascata di competenze che vanno dallo Stato per il quadro generale alle amministrazioni locali per la gestione, per cui il rischio di ineffettività è alto».

La conseguenza di tutto questo è che quando Roma si ritrova con gli impianti pieni manca un quadro di riferimento chiaro, ed è costretta a rivolgersi ai Comuni circostanti o addirittura ad altre Regioni, cercando volta per volta accordi con altri enti locali che non sempre vanno a buon fine, anche per via del costo sociale, ambientale e politico che comporta gestire grandi quantità di rifiuti. Ne sono un esempio le proteste che ci sono state quest’estate ad Albano, un comune dei Castelli Romani dove di recente è stata riaperta una vecchia discarica per portarci i rifiuti della capitale.

Gli abitanti spesso trovano sponda nelle associazioni per portare avanti le proteste. A Roma e provincia sono in molte a occuparsi del tema rifiuti, come “A Sud”, che ha diverse sedi regionali ed è specializzata nei conflitti ambientali: la portavoce Marica Di Pierri racconta per esempio che la situazione è particolarmente critica a Colleferro, un’altra zona della provincia romana già molto inquinata, «che ha subìto per decenni, attraverso l’attività degli inceneritori, gli impatti ambientali e sanitari dell’incapacità di gestire i rifiuti a Roma». A Colleferro per molti anni sono stati attivi sia un impianto di incenerimento sia una discarica, chiusa a gennaio del 2020 dalla Regione.

Ma il costante stato di crisi è dovuto soprattutto alla situazione degli impianti. Parliamo dei TMB (impianti di trattamento meccanico biologico), essenziali per separare e trattare i rifiuti indifferenziati che a Roma costituiscono ancora più del 50 per cento di quelli totali. I TMB separano la cosiddetta frazione umida (i rifiuti organici) da quella secca (metalli, carta, plastiche e vetro), processo che comunque non è conclusivo del ciclo e prevede poi ulteriori trattamenti per il riciclo o un deposito in discarica.

Già all’inizio del mandato di Raggi questi impianti erano insufficienti rispetto alla quantità di rifiuti urbani prodotti ogni giorno. Poi a fine 2018 quello di via Salaria – nella periferia nord della città, costruito molto vicino alle abitazioni e per questo fonte di una serie di problemi – venne devastato da un incendio, lasciando la città con tre TMB, uno di proprietà della società comunale AMA e due di proprietà dell’azienda di Cerroni, lo stesso della discarica di Malagrotta.

Uno dei due impianti TMB di Malagrotta, fotografato nel 2020 (AP Photo/Andrew Medichini)

Questi tre TMB riescono a ricevere una quantità di rifiuti indifferenziati che corrisponde a poco più di metà di quelli prodotti dalla città. Perciò Roma va avanti da anni con rimedi temporanei, servendosi di altri impianti in provincia e fuori, senza una vera soluzione strutturale. Inoltre, i TMB sono solo una parte del problema, perché non forniscono una destinazione finale ai rifiuti trattati e separati, i quali non possono essere stoccati a tempo indefinito al loro interno, come spesso invece avviene. Questo problema, sostiene l’ingegnere e docente universitario Francesco Lombardi, possono risolverlo solo una nuova discarica o un impianto di incenerimento.

«Purtroppo la gestione dei rifiuti dipende da quello che noi consumiamo e dai prodotti che utilizziamo» dice Lombardi, che insegna Ingegneria sanitaria ambientale a Tor Vergata. «Se vogliamo cambiare caratteristica al rifiuto non possiamo che partire dai prodotti che utilizziamo. L’altra cosa importante è che la percezione di una corretta gestione dei rifiuti passa necessariamente attraverso la pulizia della città e il recapito certo del rifiuto».

Lombardi racconta per esempio che le isole ecologiche a Roma sono tredici, all’incirca le stesse di Perugia, che però ha 163mila abitanti contro i quasi 3 milioni della capitale. «È chiaro che andrebbe potenziata la raccolta differenziata, ma va data anche la possibilità al cittadino di collaborare. Su quindici Municipi per esempio c’è solo un’isola ecologica dove i privati possono andare a portare i rami e le potature dei giardini. Che fine fanno questi rifiuti? O vengono gettati impropriamente o finiscono in mezzo alla strada».

Chi gestisce i rifiuti, sostiene Lombardi, «deve avere a disposizione una filiera completa di tutto quello che serve: gli impianti di recupero, gli impianti che utilizzeranno i prodotti di recupero, gli impianti di trattamento e le soluzioni per i flussi che ne usciranno, che sono rappresentate prevalentemente dagli impianti di incenerimento e dalla discarica. Se non si assicura tutto questo, continueranno a esserci problemi nella gestione».