Moon Jae-in cani
Il presidente sudcoreano Moon Jae-in nella residenza presidenziale di Seul con sette cuccioli nati da uno dei due esemplari di Pungsan che gli erano stati regalati dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un nel 2018 (EPA/ Cheong Wa Dae via ANSA)
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  • martedì 28 Settembre 2021

Il presidente sudcoreano vuole vietare la carne di cane

È arrivato il momento di proibirne il consumo, ha detto Moon Jae-in, parlando di una tradizione secolare ma in declino da tempo

Moon Jae-in cani
Il presidente sudcoreano Moon Jae-in nella residenza presidenziale di Seul con sette cuccioli nati da uno dei due esemplari di Pungsan che gli erano stati regalati dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un nel 2018 (EPA/ Cheong Wa Dae via ANSA)

Lunedì, durante un incontro con il primo ministro Kim Boo-kuym, il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha detto di voler vietare il consumo di carne di cane nel paese, una tradizione secolare che è ancora molto praticata sia in Corea del Sud che in altre zone dell’Asia orientale. Negli ultimi anni i consumi di carne di cane in Corea del Sud sono calati sia per via dell’impegno delle associazioni di attivisti animalisti, sia perché molti hanno iniziato a considerare sempre di più il cane come un animale domestico. Si stima però che ogni anno nel paese vengano ancora uccisi circa 1 milione di cani destinati a essere mangiati.

Moon è un amante dei cani e nella residenza presidenziale assieme a lui ne vivono diversi, tra cui Tory, che aveva salvato dal macello e che aveva portato con sé poco dopo essere diventato presidente, nel 2017. Prima di allora, Moon aveva promesso tra le altre cose che avrebbe vietato il commercio di cani per il consumo alimentare. Dopo essere stato eletto aveva fatto però mezzo passo indietro, dicendo che questo tipo di commercio sarebbe stato abbandonato poco alla volta.

L’ufficio del presidente ha spiegato lunedì che Moon ha affrontato la questione mentre stava discutendo con Kim di un piano per migliorare la gestione degli animali abbandonati. Secondo la sua portavoce, Moon ha chiesto al primo ministro se non sia «arrivato il momento di valutare con buon senso di proibire il consumo di carne di cane».

In Corea del Sud la carne di cane viene mangiata da secoli. È stata una fonte di alimentazione importante in tempi di fame – in particolare durante l’occupazione giapponese (tra il 1910 e il 1945) e la Guerra di Corea (tra il 1950 e il 1953) – e ha continuato a essere consumata anche dopo la fine dei conflitti. I cani si potevano allevare facilmente e ce n’erano molti di più rispetto per esempio ai bovini, che invece venivano impiegati principalmente per trainare i carri o arare i campi.

Ancora oggi nel paese ci sono più di tremila ristoranti che servono zuppe e bevande a base di carne di cane, soprattutto tra luglio e agosto, nel periodo più caldo dell’anno.

Tra i piatti più diffusi ci sono il boshintang – una zuppa di carne bollita e considerata rinvigorente – e il gaesoju, una bevanda che si ottiene facendo bollire la carne di cane assieme a varie erbe. Si stima che ogni anno per realizzare queste ricette in Corea del Sud vengano allevati circa due milioni e mezzo di cani, spesso in condizioni descritte come terribili: per lo più sono nureongi e mastini coreani, ma ci sono anche jindo e incroci, a cui si sommano cani di razza che vengono abbandonati dai loro padroni e poi introdotti negli allevamenti.

Tra le altre cose, secondo le associazioni di attivisti, gli allevamenti attivi in Corea del Sud sarebbero molti di più rispetto ai 4mila indicati nei dati ufficiali, che non comprendono le centinaia di allevamenti e canili abusivi fortemente sospettati di vendere i cani ai macelli, contribuendo al commercio illegale di carne.

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Dal punto di vista legale, poi, l’allevamento di cani per il macello in Corea del Sud è in una zona grigia. La carne di cane è riconosciuta come cibo dalla legge, ma gli allevamenti di cani non sono equiparati a quelli di bestiame e pertanto non sono tenuti a seguire le norme previste per quel settore. Inoltre la legge sulla protezione degli animali in vigore dal 1991 proibisce l’uccisione «in modo crudele» di animali che non siano bestiame, ma pur riferendosi in maniera implicita al macello di cani e gatti non vieta né limita il loro consumo, e negli anni non ha portato a una maggiore regolamentazione degli allevamenti e dei macelli.

Il calo dei consumi osservato negli ultimi anni è dovuto in parte a fattori culturali, e in parte all’impegno delle associazioni animaliste, tra cui la Korea Animal Welfare Association, la più grande del paese, che hanno denunciato le pessime condizioni igieniche degli allevamenti e contribuito a salvare migliaia di animali dal macello.

Nel 2018, citando dati forniti dal governo metropolitano della capitale del paese, il Korea Times aveva raccontato che quasi il 40 per cento dei ristoranti di Seul che servivano carne di cane aveva chiuso nei dieci anni precedenti.

Un sondaggio commissionato dall’organizzazione ambientalista e animalista Humane Society International (HSI), e svolto nell’estate del 2020 dalla società di consulenza Nielsen, aveva invece evidenziato che l’84 per cento degli intervistati non aveva mai mangiato o non intendeva mangiare carne di cane. Il 59 per cento degli intervistati si era detto favorevole al divieto di consumarla: il 24 per cento in più rispetto a chi si era detto in favore del divieto nel 2017, tre anni prima.

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Oltre alla Corea del Sud, la carne di cane viene consumata anche in altri paesi del sud-est asiatico, tra cui Vietnam, Indonesia e Thailandia. Il suo consumo è molto diffuso in alcune aree della Cina, dove secondo le ricerche dell’HSI vengono uccisi almeno un terzo dei circa 30 milioni di cani che si stima siano uccisi ogni anno per essere mangiati, assieme a 4 milioni dei 10 milioni di gatti che fanno la stessa fine in tutto il mondo.

Nell’aprile del 2020 il ministero dell’Agricoltura cinese aveva proposto una bozza di legge per vietare il consumo di carne di cane, citando sia il «progresso della civiltà umana», sia altri motivi: in particolare, le preoccupazioni per il benessere degli animali e quelle per la possibilità di trasmissione di malattie dagli animali agli esseri umani, per esempio attraverso i “wet market”, i mercati alimentari diffusi in tutta l’Asia orientale dove in alcuni casi si vendono animali selvatici spesso ancora vivi e in condizioni igieniche precarie.

In quell’occasione il ministero aveva rimosso i cani dalla lista del bestiame da allevamento, riferendosi a loro come ad «animali da compagnia speciali»; negli stessi giorni la città di Shenzhen, vicino a Hong Kong, era diventata la prima città cinese a introdurre un divieto di vendita e consumo di carne di cane e gatto. Per il momento però non ci sono dati dettagliati per valutare che impatto abbiano avuto queste restrizioni sul consumo di carne di cane in Cina.