(ANSA/ GIORGIO BENVENUTI)

Fin dove può arrivare il “modello Bologna”

È ricca e ben amministrata da anni, al punto che i bolognesi ormai temono i cambiamenti: sarà un problema per il nuovo sindaco

di Eugenio Cau
(ANSA/ GIORGIO BENVENUTI)

Chi arriva a Bologna dalla Stazione centrale, ed emerge dai tunnel bui e sotterranei costruiti per i treni ad alta velocità uscendo su via Carracci, noterà probabilmente una monorotaia sopraelevata tutta dipinta di bianco. Con il suo aspetto vagamente avveniristico la monorotaia, che collega la stazione all’aeroporto ed è chiamata abitualmente “people mover”, spicca in questa zona ai margini del centro storico, dove gli edifici più alti sono ancora le torri medievali costruite novecento anni fa.

Avere una monorotaia sopraelevata è la normalità in molte città del mondo, ma a Bologna il people mover è l’opera più controversa realizzata negli ultimi vent’anni. La sua progettazione è stata abnormemente lunga, la realizzazione travagliata e accompagnata da moltissime discussioni che hanno tormentato diverse amministrazioni comunali. La monorotaia (nome ufficiale: Marconi Express, dal nome dell’aeroporto) è stata inaugurata meno di un anno fa, con enormi ritardi, e ancora oggi le polemiche non si sono placate del tutto.

Se il people mover è stato completato, l’amministrazione comunale che uscirà dalle elezioni del 3 e 4 ottobre dovrà gestire diverse altre opere simili: un importante allargamento della tangenziale, la realizzazione di un tram in centro, la riqualificazione di diverse zone della periferia. Ciascuna di queste opere è dibattuta e criticata, in alcuni casi da molto tempo. Dell’allargamento della tangenziale e dell’autostrada che le passa di fianco, per esempio, a Bologna si parla ormai da vent’anni, e nessuna amministrazione ha ancora fatto niente: ogni volta che un sindaco ci prova, una lunga serie di polemiche blocca tutto.

Il “people mover” di Bologna (Andrea Tavoni, Wikimedia)

La questione delle grandi opere da realizzare è stata una delle poche che hanno movimentato una campagna elettorale con pochi scossoni, ma è anche un esempio dei problemi che si troverà ad affrontare il prossimo sindaco di Bologna, città ben amministrata e prospera, che per la sua posizione al centro dell’Italia e per la salute della sua economia potrebbe diventare importante non soltanto a livello nazionale, ma europeo. Bologna, però, è al tempo stesso una città dove i grandi cambiamenti sono guardati con sospetto e come una possibile minaccia al grande benessere diffuso.

Matteo Lepore, il candidato del centrosinistra e designato successore della giunta uscente guidata da Virginio Merola, è l’unico tra i candidati sindaco di un capoluogo di regione che a questo giro di amministrative ha la ragionevole certezza di vincere al primo turno. Il risultato delle elezioni è dato a tal punto per scontato che i giornali locali sono già passati alla fase post elettorale, e pubblicano retroscena sulla composizione della giunta e su quali candidati del centrosinistra hanno più possibilità di entrare in consiglio comunale.

Matteo Lepore (Massimo Paolone/LaPresse)

Lepore ha 41 anni, è stato assessore all’Economia nella prima giunta Merola e alla Cultura nella seconda, e ha una lunga carriera nell’amministrazione pubblica e nella politica con il Partito Democratico. La sua campagna elettorale, solida e molto partecipata (ha trascorso gli ultimi mesi praticamente sempre in giro per Bologna, tra eventi e visite alle periferie), era partita con qualche difficoltà oltre un anno fa, ma una volta entrata a regime ha incontrato pochi ostacoli.

Il momento più delicato della campagna di Lepore potrebbe essere già passato: se non ci si aspettano sorprese nel giorno delle elezioni, alle primarie tenute a giugno la sua vittoria fu minacciata da Isabella Conti, candidata di Italia Viva che per un momento sembrò poter interrompere la prevista successione al potere nel centrosinistra bolognese, e provocò notevoli divisioni nella politica cittadina.

In realtà Lepore vinse le primarie e anche con un buon vantaggio, e da quel momento ha proceduto a creare una delle coalizioni più ampie di queste amministrative, che va dal Movimento 5 Stelle a Italia Viva, indicata come un esempio per il centrosinistra nazionale. «Quando mi sono candidato non avevo il gruppo dirigente del PD a favore, e ho cucito con ago e filo una grande coalizione, coinvolgendo tutti i rappresentanti della società», dice Lepore al Post.

Isabella Conti, dopo una campagna per le primarie molto aggressiva (come disse Romano Prodi, «le primarie sono sempre piene di sangue»), ha sostenuto Lepore e ha firmato con lui un patto programmatico a inizio settembre. Anche il movimento delle “sardine”, che avrebbe potuto creare sorprese a sinistra, è stato di fatto assorbito: Mattia Santori, il leader del gruppo, si è candidato con il PD come indipendente.

Fabio Battistini, un candidato civico sostenuto da tutto il centrodestra, è l’unico vero sfidante di Lepore, ma le sue possibilità sono scarse. Stimato imprenditore di 64 anni, Battistini è relativamente poco noto in città: la sua candidatura è stata il risultato di un faticoso compromesso tra i vari partiti della destra, che hanno scartato nomi più famosi come quello di Andrea Cangini, senatore di Forza Italia ed ex direttore del Resto del Carlino.

Fabio Battistini (Massimo Paolone/LaPresse)

Nel corso della campagna elettorale, Battistini ha cercato di attirare l’attenzione dei media e dei cittadini con proposte spiazzanti. Tra queste, l’eliminazione di tutti gli autovelox dal territorio del comune e un programma di spostamenti di varie istituzioni ed eventi, tra cui il cinema all’aperto montato tutte le estati in Piazza Maggiore, che i bolognesi chiamano con un po’ di orgoglio “il cinema più bello del mondo”. Entrambe le proposte sono state accolte con una certa freddezza, anche se lui in seguito ha detto che si trattava più che altro di «spunti di riflessione».

Il cinema estivo in Piazza Maggiore a Bologna (ANSA/ UFFICIO STAMPA)

Il fatto è che, al contrario di quello che avviene in altre città, per Lepore essere considerato il candidato della continuità con la giunta uscente è un vantaggio. Questo nonostante sostenga di voler cambiare molte cose, e abbia avuto un rapporto spesso conflittuale con il PD cittadino. In un sondaggio fatto a settembre da YouTrend in città, il gradimento del sindaco Virginio Merola tra i bolognesi sfiora il 70 per cento. Secondo una ricerca fatta dall’istituto IPSOS per Confindustria, il 90 per cento dei cittadini ritiene che la qualità della vita sia più che sufficiente, buona o ottima, e quasi due residenti su tre (il 63 per cento) sostengono che la città stia “andando nella direzione giusta”.

Virginio Merola (Massimo Paolone/LaPresse)

Bologna è da sempre una città prospera e ben amministrata, che nell’ultimo decennio ha aumentato ulteriormente il proprio benessere. Tra le altre cose, è diventata una meta turistica di un certo rilievo (fino a dieci anni fa il tempo di permanenza media in città era di mezza giornata, oggi è di oltre tre giorni) e ha attratto le sedi di grosse multinazionali. La disoccupazione è appena al 4 per cento e la crescita del PIL prevista per il 2021–2022 è una delle più alte d’Italia.

«Ma manca il grande progetto», dice Valter Caiumi, presidente di Confindustria Emilia Centro. «Bologna ha le potenzialità per assumere un ruolo di leadership in Italia, ma ancora non ragiona come una grande città». È il problema delle opere come il people mover: a Bologna le cose vanno bene, ma quando c’è da realizzare progetti ambiziosi gli attriti e le esitazioni portano a un blocco, o a un ridimensionamento delle ambizioni stesse.

«Anche se vota a sinistra, Bologna è una città conservatrice», dice Valerio Veronesi, il presidente della Camera di Commercio di Bologna. «Tutte le volte che ci sono da fare grandi cambiamenti, indipendentemente dal merito dei cambiamenti stessi, la città si interroga e ci sono delle resistenze. Non è necessariamente colpa della politica, sono i bolognesi stessi che si chiedono: “Stiamo già bene, perché dovremmo fare dei sacrifici per stare meglio?”».

L’idea che Bologna debba fare un salto di qualità è condivisa da entrambi i candidati, ovviamente con interpretazioni diverse. «Bologna non può più essere un’isola felice che si accontenta del suo benessere», dice Lepore, che aggiunge: «A volte il benessere gioca brutti scherzi». Per il candidato sindaco del centrosinistra, la città «ha dei fondamentali straordinari, e vive della sua reputazione, della qualità dei suoi servizi, della qualità della sua accoglienza, ma deve aprirsi a quella che io definisco una grande trasformazione».

Uno degli slogan di Lepore è che Bologna deve diventare «la città più progressista d’Italia», e che in quanto tale abbia «due obiettivi fondamentali: irrobustire i servizi sociosanitari da un lato, e dall’altro approfondire il suo ruolo come città della conoscenza e dell’innovazione».

Battistini, il candidato del centrodestra, è più drastico, e dice che Bologna è una città «immobile, che non sa più immaginare se stessa proiettata nel futuro». Il programma di Battistini si chiama Bologna 2030, perché a suo parere non basta soltanto cercare di concludere i progetti fatti nel passato, ma è necessario avere una visione complessiva di lungo periodo. «La sinistra bolognese dei decenni passati questa visione ce l’aveva, ma adesso è andata perduta».

La maggior parte dei progetti che incontrano difficoltà a Bologna riguarda la mobilità, un punto fondamentale dei programmi di tutti i candidati perché al centro delle fortune economiche di Bologna, che da decenni è un importante snodo autostradale e ferroviario che collega nord e sud Italia.

Un buon esempio riguarda il cosiddetto “passante”, cioè una variegata serie di progetti che cercano di alleggerire il traffico sulla tangenziale di Bologna, a fianco della quale passa anche la trafficata autostrada che fa da raccordo tra la A1, l’A13 e l’A14. La tangenziale di Bologna fu costruita negli anni Sessanta per lambire i confini nord della città, ma nei decenni Bologna si è espansa proprio in quella direzione (a sud è impossibile: ci sono i colli) e di fatto oggi tangenziale e autostrada sono inglobate nel tessuto urbano e attraversano grandi quartieri residenziali.

Questo crea un serio problema ambientale e di salute per i cittadini: già adesso il passante genera da solo il 40 per cento delle emissioni da traffico veicolare prodotte in città. Al tempo stesso, però, è necessario trovare il modo di alleggerire il traffico, perché la capienza della tangenziale non è sufficiente alle esigenze di Bologna.

A Bologna di questi problemi si discute da almeno vent’anni, con infinite proposte. Si è parlato di costruire un “passante nord”, che raddoppi il tracciato della tangenziale allungandolo verso nord, includendo le zone della tangenziale che ora sono escluse; di un “passante sud”, che faccia lo stesso ma a sud della città, passando in galleria sotto ai colli, e di un “passante di mezzo”, che sarebbe un allargamento di tangenziale e autostrada lungo il tracciato già esistente.

I tre progetti del “passante” di Bologna. Il passante di mezzo corrisponde all’allargamento del tracciato già esistente (www.passantedibologna.it)

Quest’ultima opzione, il passante di mezzo, è quella scelta dalla giunta uscente, e dovrebbe essere definitiva. Ma Battistini ha annunciato che, se vincerà lui, abbandonerà il “passante di mezzo” per realizzare invece quello a “sud”, con l’obiettivo di evitare problemi e ritardi nella circolazione sul tracciato attuale. Riavviando quindi tutto il progetto da capo.

«Il mio mandato sarà quello in cui saranno avviati i cantieri, toccherà a me far partire il passante, il tram e così via», dice Lepore, che però aggiunge: «Invito il PD, il mio partito, a non parlare soltanto di ferro e cemento ma anche di persone. Il PD a Bologna e in Italia deve parlare di persone e concentrarsi sui più fragili. Anche a Bologna la forbice delle diseguaglianze è in aumento».

Battistini sostiene che molte delle opere di cui si parla da tempo a Bologna «sono state pensate ieri o ieri l’altro, e sono il frutto di una visione limitata». Battistini vorrebbe ripensare la città in maniera più profonda, e cita l’esempio di Milano, che circa vent’anni fa decise di spostare la sua fiera fuori città per fare spazio a City Life, un grosso complesso architettonico e commerciale.

Una categoria che percepisce la fatica di Bologna nell’avviare una vera trasformazione è quella degli imprenditori.

Se la candidatura di Lepore è piuttosto benvoluta in città, come mostrano i sondaggi, tra gli imprenditori bolognesi ci sono stati alcuni malumori: è impossibile capire quanto siano diffusi, ma ci sono stati casi eclatanti, soprattutto durante le primarie del centrosinistra, quando alcune note figure dell’industria bolognese diedero il loro appoggio a Isabella Conti. Quando poi Conti perse le primarie, alcuni dissero che in nessun caso avrebbero votato per Lepore. Come ha fatto Valentina Marchesini, erede del Marchesini Group, una multinazionale del packaging che fattura quasi mezzo miliardo di euro l’anno.

La persona con cui parlare per capire il rapporto tra Lepore e gli imprenditori è Rosa Grimaldi, professoressa dell’Università di Bologna che insegna Imprenditorialità e Gestione dell’Innovazione ed è delegata ai rapporti tra Università e imprese. Grimaldi è stata candidata nella lista civica che fa capo direttamente a Lepore, si parla di lei come di una probabile assessora, e viene citata dal candidato sindaco tutte le volte che c’è da parlare di imprese, business e innovazione.

Anche Grimaldi riconosce che i rapporti devono essere rafforzati, e che questa sarà una sfida per la nuova amministrazione. Grimaldi ha contribuito a scrivere la parte del programma di Lepore che riguarda proprio innovazione e imprese, e parla sia di iniziative concrete, come eliminare le lungaggini burocratiche, sia di lungo periodo, come preparare le piccole imprese della città alla digitalizzazione, la formazione di professionalità tecniche e le misure necessarie per attrarre talenti. «Il punto fondamentale sarà mettere a disposizione della città nuove competenze», dice.

Tra gli esempi positivi, Grimaldi cita il cosiddetto Tecnopolo, un progetto di riqualificazione di un’ex area industriale avviato qualche anno fa e che ospiterà, tra le altre cose, il supercomputer del Centro Meteo Europeo, uno dei più potenti d’Europa. L’obiettivo è fare del Tecnopolo il centro di una grossa area di sviluppo dell’imprenditoria digitale, che va oltre Bologna e che la regione Emilia-Romagna ha definito con una certa pomposità Data Valley.

Lepore comunque rimane convinto «che la maggior parte degli imprenditori bolognesi voterà per me. Durante la campagna elettorale, ho coinvolto non soltanto tutti i settori dell’economia e le associazioni di settore, ma anche le élite imprenditoriali». Perfino Marchesini, dopo gli attacchi a Lepore, nelle ultime settimane ha preferito smettere di intervenire contro il candidato. Forse perché il risultato elettorale sembra andare in una direzione precisa.

Ma con una gran quantità di cantieri ancora da aprire e almeno 3 miliardi di euro in arrivo dal PNRR dell’Unione Europea, i candidati a sindaco di Bologna dovranno fare in modo che il modello di buona amministrazione della città, spesso citato come un esempio nel resto d’Italia, non finisca per essere rallentato dal suo stesso successo.