Un uomo pedala di fronte ad alcuni manifesti elettorali a Malines, in Belgio (AP Photo/Virginia Mayo)
  • Mondo
  • domenica 12 Settembre 2021

La cittadina belga che è riuscita a prevenire la radicalizzazione jihadista

Grazie a un sindaco che ha lavorato molto per prevenire l’esclusione sociale, mescolando le persone e facendole sentire al sicuro

Un uomo pedala di fronte ad alcuni manifesti elettorali a Malines, in Belgio (AP Photo/Virginia Mayo)
Caricamento player

La città di Mechelen, in Belgio, è considerata un esempio in Europa e nel mondo di prevenzione contro la radicalizzazione jihadista dei suoi cittadini più giovani. La città è una delle più integrate dell’Unione Europea, e fu un’eccezione qualche anno fa, quando da tutta Europa centinaia di persone, soprattutto immigrati di seconda generazione, si unirono al gruppo terroristico dello Stato Islamico in Siria e Iraq, che tra il 2014 e il 2017 dominò gran parte del territorio di quei paesi.

Il Belgio è stato ed è ancora uno dei paesi più colpiti dalla radicalizzazione jihadista. Ma negli anni dello Stato Islamico, mentre dalle città vicine partivano moltissimi giovani per diventare terroristi, da Mechelen non è mai partito nessuno, come ha raccontato la giornalista americana Carla Power in un suo libro appena uscito, Home, Land and Security, di cui l’Atlantic ha pubblicato un estratto. Il successo di Mechelen contro la radicalizzazione jihadista è stato reso possibile grazie all’operato di un sindaco, tuttora in carica, che ha gestito la città in modo da amalgamare gruppi diversi di persone e favorire lo scambio umano, prevenendo così l’esclusione sociale che, tra le altre cose, è una delle cause della radicalizzazione terroristica.

Mechelen, nota anche con il nome francese Malines, si trova a nord del Belgio. È grande più o meno quanto Pavia e ha più o meno gli stessi abitanti di Lucca: è, insomma, una cittadina non troppo grande, e neanche troppo nota fuori dal paese, anche se ha avuto un ruolo importante nella storia delle Fiandre: nel Cinquecento fu infatti la capitale dei Paesi Bassi, e nel Novecento fu tristemente nota per essere stata un luogo di smistamento durante le deportazioni naziste verso Auschwitz.

La vicenda di Mechelen è molto legata alla figura di Bart Somers, il sindaco della città che, nei primi anni del Duemila, riuscì a trasformarla da luogo chiuso, ostile al diverso, e con un terzo di elettori di estrema destra a cittadina modello, in Europa, per l’integrazione sociale.

Bart Somers, il sindaco di Mechelen (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Il sindaco fa parte del Partito dei Liberali e Democratici Fiamminghi Aperti (Open VLD), e fu eletto nel 2001. Negli anni precedenti, e come in altre città, a Mechelen c’era stata molta immigrazione dai paesi musulmani. Come in altre città, sulle persone immigrate c’erano molti stereotipi e pregiudizi: venivano viste prevalentemente come spacciatori, o come ladri. Era per colpa degli immigrati, pensavano gli abitanti di Mechelen, che la cittadina era sporca e, come scrive Power, aveva ottenuto il soprannome di «Chicago sul Dyle», il fiume che passa per Mechelen.

Tutto questo aveva contribuito al successo dello storico partito di estrema destra fiammingo Vlaams Belang, che nel 2000 era stato votato dal 32 per cento degli elettori.

– Leggi anche: Come si trova un terrorista prima che lo diventi?

Oggi, Mechelen è una delle città più virtuose, a livello di integrazione, dell’Unione Europea, e Somers ha vinto nel 2016 il World Mayor Prize, un premio patrocinato dalla City Mayors Foundation, un centro studi internazionale dedicato agli affari urbani, per chi è considerato il miglior primo cittadino al mondo. Tra i finalisti di quell’edizione c’era anche la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, apprezzata e riconosciuta per la sua attenzione all’integrazione.

Somers è riuscito a favorire l’integrazione a Mechelen facendo in modo che le persone si incontrassero e si conoscessero tra loro, facendole sentire al tempo stesso sicure. L’idea che ha guidato le sue azioni è che quando si incontra e si conosce qualcuno, lo si vede o frequenta quotidianamente, diventa molto più difficile ricondurlo a un’immagine semplificata e costruita, come è molto spesso quella del nemico.

Dare una singola identità alle persone, ha detto Somers, «crea una caricatura di ognuno di noi», e questa riduzione «permette alle persone di acquisire potere», di «definire cosa dobbiamo fare per essere considerati bravi musulmani, o bravi belgi».

Somers è riuscito a creare più integrazione e sicurezza lavorando a diversi livelli.

Il più importante ha riguardato le soluzioni abitative. Somers ha incentivato il trasferimento delle persone più giovani e all’inizio della propria carriera lavorativa in aree più periferiche della città, tradizionalmente abitate da persone immigrate, facendo però in modo che non si verificasse la cosiddetta “gentrificazione”. La migrazione, cioè, degli abitanti originari della zona verso altre aree, a causa dell’aumento dei prezzi degli immobili nei quartieri che vengono riqualificati e progressivamente abitati da persone più ricche.

Con una serie di misure, infatti, è stato fatto in modo che gli stranieri che vivevano in quelle aree potessero comprare più facilmente casa, anziché stare in affitto: queste persone, quindi, erano anche molto meno incentivate ad andarsene, e sono rimaste dov’erano.

Nei quartieri più periferici della città, insomma, la mescolanza tra popolazione immigrata e popolazione autoctona è stata in qualche modo obbligata: al supermercato, nei parchi giochi e in tanti altri luoghi pubblici, cittadini belgi e di origine araba si sono abituati a incontrarsi, a familiarizzare con apparenze e costumi diversi, considerando questa diversità parte della loro vita quotidiana anziché una minaccia.

Parallelamente, per fare in modo che le cose funzionassero, Somers ha lavorato molto sulla sicurezza della città.

Ha gestito la polizia con metodi che in altri paesi sarebbero equivalenti a quelli di un politico conservatore. La giornalista americana Carla Power, per esempio, li ha paragonati a quelli dell’ex sindaco Repubblicano di New York Rudolph Giuliani, noto per la sua strategia della «tolleranza zero». Somers ha infatti investito molti soldi nella polizia, assumendo più poliziotti, e nella sorveglianza, e Mechelen è ora la città del Belgio con la più alta densità di telecamere a circuito chiuso.

Ma il rafforzamento delle politiche legate alla sicurezza è andato di pari passo con – e soprattutto a sostegno di – profonde e ragionate politiche di inclusione e integrazione, guidate anche dall’idea che la popolazione accetta più facilmente i cambiamenti e le trasformazioni all’interno della propria società se si sente sicura e ha meno ragione di temere per la propria incolumità.

La strategia ha funzionato anche grazie a come è stata gestita e istruita la polizia stessa. Per fare un esempio concreto, quando dopo gli attentati terroristici a Bruxelles del 2016 il governo belga ha inviato 1.800 agenti di polizia nelle città per perlustrare le strade, a Malines la cosa è stata gestita in modo diverso che in altre città. Somers ha chiesto agli agenti di polizia, ove possibile, di non presentarsi per strada armati o con i giubbotti antiproiettile, alimentando così la paura, o la rabbia, delle persone. In generale, l’approccio alla sicurezza di Somers ha accompagnato al rafforzamento della polizia un tentativo di integrarla nel tessuto civile e sociale della città, anziché dispiegarla con un approccio di tipo securitario.

A Mechelen, il tasso di reati di strada è calato dell’84 per cento, e la città è passata dall’essere una delle città più sporche delle Fiandre a diventare una delle più pulite.

Tutto questo è stato possibile anche perché, per come è strutturato il sistema belga, i singoli comuni hanno molta autonomia sulle politiche di integrazione: in città paragonabili a Malines per dimensioni o reddito pro capite, le cose sono andate molto diversamente.

Mentre da Mechelen non è partito mai nessuno, a Vilvoorde, che si trova a meno di mezz’ora di macchina, 29 persone sono partite per la Siria unendosi all’ISIS, tra cui moltissimi studenti. In totale gli abitanti di Vilvoorde sono 42mila, quindi è meno dell’uno per mille, ma non è poco: proporzionalmente, sarebbe come se, in un comune come Alghero, quasi 30 persone partissero per unirsi all’ISIS.

Somers ha poi affiancato le politiche di inclusione e quelle di sicurezza ad altri programmi minori, ma comunque molto importanti per ottenere i risultati raggiunti.

A Mechelen esiste per esempio un programma per cui a ogni persona immigrata in città viene affiancato un abitante locale (scelto da una lista di volontari che si rendono disponibili a farlo): firmando un contratto, le due persone si impegnano a incontrarsi una volta a settimana per sei mesi, in modo che la persona appena arrivata abbia modo di fare pratica con la lingua, di sperimentare lo stile di vita locale assieme a una persona del luogo, oppure di ricevere aiuto per questioni più pratiche come l’apertura di un conto corrente o l’andare al supermercato. Naturalmente queste occasioni diventano anche momenti di scambio umano, in cui ci si racconta, si condivide la propria storia, i propri gusti, le proprie usanze o difficoltà. È un incontro, insomma, che rende molto più difficile parlare di «musulmani» o di «occidentali» in un solo modo, o condividere il pensiero di un politico che decida di farlo, votandolo.

Altri provvedimenti hanno invece garantito che ci fosse una certa eterogeneità all’interno delle scuole, abituando quindi i bambini e le bambine alla coesistenza con costumi e apparenze diverse. L’idea di Somers, insomma, è stata che la tolleranza nasce da una mescolanza sociale pensata e ragionata con attenzione e criterio.

Anche la scelta di una comunicazione politica cauta e intelligente ha avuto un ruolo importante: dopo gli attentati del 2016 a Bruxelles, per esempio, Somers ha condannato pubblicamente gli attentatori senza generalizzare sull’Islam, ma dicendo anzi che le persone musulmane erano vittime due volte: come cittadini belgi e come persone credenti la cui religione era stata usata per giustificare gli attacchi.

Alexander Van Leuven, antropologo e funzionario del comune di Mechelen che si occupa dei programmi di prevenzione alla radicalizzazione, ha detto che secondo un recente studio fatto sugli immigrati di seconda generazione a Mechelen i bambini si definivano cittadini di Mechelen, contrariamente ad altre città del Belgio, in cui si definivano invece musulmani, turchi o marocchini.

Le politiche adottate nella cittadina di Mechelen sono, naturalmente, un esempio particolarmente ben riuscito, e non è detto che politiche simili abbiano gli stessi effetti anche in altri luoghi, che per tante ragioni possono reagire diversamente.

In più, quella dell’esclusione sociale è solo una delle ragioni all’origine della radicalizzazione jihadista, che è oggetto di molti e approfonditi studi, e su cui non esistono quindi interpretazioni univoche.

Il politologo francese Oliver Roy, per esempio, pensa che ragioni di natura personale abbiano un peso maggiore di quelle di natura sociale. Secondo Roy e altri esperti, a spingere le persone più giovani verso i gruppi terroristici sono ragioni molto più radicate in sfere meno raggiungibili dalle riforme, come il bisogno di ribellione, la voglia di partecipare a un conflitto, di diventare degli eroi, e anche di essere responsabili di atti di violenza.

– Leggi anche: Cos’è l’ISIS-K, spiegato