Abdelhamid Abaaoud, che era considerato l'organizzatore degli attentati di Parigi del 13 novembre. (militant photo/Dabiq Magazine via AP)
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  • domenica 27 dicembre 2015

Perché tanti giovani occidentali si uniscono all’ISIS?

Secondo il politologo francese Oliver Roy c'entrano un sentimento giovanile di ribellione e il desiderio di essere degli eroi

di Ana Swanson - Washington Post
Abdelhamid Abaaoud, che era considerato l'organizzatore degli attentati di Parigi del 13 novembre. (militant photo/Dabiq Magazine via AP)

I motivi che spingono diversi cittadini europei o statunitensi a diventare terroristi sono oggetto di studio da diverso tempo; di recente – soprattutto dopo gli attentati di Parigi e di San Bernardinose ne sono tornati a occupare molti esperti. Non ci sono interpretazioni univoche sul perché e sul come si diventi terroristi (Simon Cotte dell’Atlantic ha scritto che a volte “non ha alcun senso”, citando Pastorale Americana di Philip Roth): qualcuno parla di ragioni personali, qualcun altro si concentra sulle condizioni legate alle società dove queste persone vivono. In generale molti esperti oggi concordano sul fatto che la scelta di unirsi a un gruppo terroristico non abbia troppo a che fare con le condizioni economiche di una persona, e che quando si studia questo fenomeno è necessario considerare le molte differenze che esistono da paese a paese (per esempio da stati come la Francia o il Belgio sono partite migliaia di persone che sono andate a combattere in Siria, mentre in stati come l’Italia o la Spagna i numeri sono molto più ridotti). Un articolo del Washington Post intitolato “Why young people become jihadists, according to a top expert” si riferisce alle opinioni di Oliver Roy, orientalista e politologo francese molto noto e citato anche dalla stampa italiana.

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La minaccia posta dallo Stato Islamico (o ISIS) agli Stati Uniti e all’Europa è spaventosa anche perché non è necessariamente limitata dalla geografia. L’ISIS è concentrato in Siria e in Iraq – per lo meno – ma molte persone di tutto il mondo si sono “radicalizzate” e hanno deciso di avvicinarsi al gruppo terrorista. Un sostanzioso numero di terroristi radicali islamici che si sono convertiti di recente sa molto poco di Islam, ha detto Olivier Roy, professore dell’Istituto universitario europeo di Firenze ed esperto di terrorismo islamico: durante una sua lezione, Roy ha cercato di adottare una “prospettiva scientifica sulle cause/circostanze” che portano diverse persone a unirsi a gruppi radicali.

Roy ha detto: «La radicalizzazione è una rivolta giovanile contro la società, articolata con una narrativa religiosa islamica del jihad. Non è una rivolta della comunità musulmana vittima della povertà e del razzismo: solo i giovani si uniscono [ai gruppi jihadisti], inclusi coloro che si convertono e che non hanno condiviso le “sofferenze” dei musulmani in Europa. Questi ribelli trovano nel jihad una causa globale e “nobile” e sono di conseguenza strumentalizzati da un’organizzazione radicale (al Qaida, ISIS), con una propria agenda strategica».

Prima di partire per la Siria, due britannici di 22 anni che nel 2014 sono stati condannati per reati legati al terrorismo ordinarono online alcuni libri sull’Islam: “Islam for Dummies” (“Islam per negati”), “The Koran for Dummies” (“Il Corano per negati”) e “Arabic for Dummies” (L’arabo per negati”). I due si erano ispirati al materiale online di al Qaida e avevano usato Internet per parlare con altri estremisti che si trovavano all’estero. Fu la madre di uno dei due uomini a contattare le autorità poco dopo che i due lasciarono le loro case per andare in Siria.

Secondo Roy la religione ha un ruolo nella radicalizzazione principalmente perché offre alle persone una narrativa di ricostruzione della vita in linea con i concetti di “verità” e “bene”: queste persone possono dire così che le loro azioni siano state compiute per propositi più alti. In realtà, molto spesso le loro motivazioni sono personali. Non esiste un archivio completo dei militanti che si sono uniti all’ISIS e ad altre organizzazioni, ma Roy ha analizzato storie individuali di diverse radicalizzazioni, sostenendo che sia necessario capirne il funzionamento prima di poter sperare di prevenire o porre rimedio al problema.

1. Il radicalismo è soprattutto un movimento giovanile di ribellione
Secondo Roy molte delle persone che si sono radicalizzate sono giovani e il loro comportamento è spesso un tipo di ribellione contro genitori e parenti: è articolato con una narrativa religiosa del jihad, ma è di fatto una ribellione contro la società. La radicalizzazione avviene tipicamente attraverso reti di amici o colleghi, fuori dalla propria famiglia o dalla comunità musulmana nel suo complesso. Molti estremisti europei hanno una storia di delinquenza o di traffico di droga, dice Roy, mentre sono in pochi quelli che hanno una storia di militanza politica o religiosa.

2. Pochi estremisti vengono direttamente dal Medio Oriente
La maggior parte degli estremisti europei sono musulmani, ma sono pochi gli immigrati provenienti dal Medio Oriente, dice Roy: chi diventa terrorista fa parte generalmente della seconda generazione di musulmani, mentre altri sono convertiti all’Islam.

3. Lo Stato Islamico è un movimento moderno
Anche se l’ISIS dà l’idea di essere qualcosa legato allo scorso millennio – per le sue idee barbariche sulla giustizia, la sua concezione delle donne e la retorica per la restaurazione dell’antico califfato – i suoi metodi sono molto moderni. L’ISIS ha ispirato quello che Roy chiama “una Umma virtuale”: un’idea globale e astratta di comunità musulmana creata dal potente apparato di propaganda del gruppo. Alcuni estremisti in posti lontani sono parte di questa società virtuale, che però nella realtà non esiste: si sono radicalizzati attraverso Internet cercando di raggiungere degli obiettivi che non hanno molti legami con quello che succede per davvero in Siria e in Iraq.

4. La maggior parte degli estremisti è motivata dal desiderio di essere degli eroi, di compiere della violenza o di ottenere una vendetta
Roy dice che la maggior parte di quelli che si radicalizzano sono affascinati dall’idea di diventare parte di una “piccola fratellanza di supereroi che vendichi la Umma”. Molti sono motivati dalla possibilità di compiere qualche azione che finisca nei titoli dei giornali. Gli omicidi ordinari ricevono raramente una tale copertura dai media, ma gli atti che vengono associati al terrorismo vengono riportati più spesso. Il desiderio di suicidio o di vendetta per una reale o presunta marginalizzazione della comunità musulmana è spesso più forte di qualsiasi altra utopia di costruzione di una società diversa. Roy dice: «Gli estremisti non sono persone felici, né divertenti».

5. Gli estremisti hanno tipicamente pochi legami con la “comunità” musulmana
La loro radicalizzazione avviene di solito come reazione contro la comunità musulmana, contro gli imam o contro i propri genitori. Gli estremisti non sono considerati un’avanguardia o rappresentanti di una più ampia comunità scontenta; al contrario, molti radicali hanno rotto i rapporti con le loro famiglie e considerano gli altri musulmani come dei “traditori”.

6. Il che significa che è abbastanza inutile chiedere alla comunità musulmana di de-radicalizzare gli estremisti
I movimenti radicali per loro natura vengono rifiutati dall’Islam moderato, che quindi ha poca influenza su di loro. Di solito i legami tra gli estremisti e il resto della comunità musulmana sono molto deboli o inesistenti, dice Roy.

7. Dovremmo stare attenti a come descriviamo i legami tra estremisti e comunità musulmana
L’analisi di Roy suggerisce che la tendenza a descrivere i musulmani come terroristi – oltre al fatto di essere del tutto inaccurata nei fatti – potrebbe incoraggiare ulteriore radicalizzazione. Identificare tutti i musulmani come terroristi alimenta la retorica della persecuzione e della vendetta, la stessa che motiva la radicalizzazione.

8. Quello che dobbiamo fare è sovvertire le affermazioni dello Stato Islamico tra estremisti e i potenziali estremisti
Secondo Roy è necessario smontare il mito che i terroristi radicali siano degli eroi e sovvertire l’idea che l’ISIS stia avendo successo, nonostante i nostri contrattacchi. Dobbiamo anche incoraggiare l’idea che l’Islam sia una parte normale della società, non una minoranza pericolosa e oppressa. Roy dice, riferendosi all’Islam: «Invece che “eccezionalizzarlo” dovremmo “normalizzarlo”».

©Washington Post 2015

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