Un manifestante trascina un soldato sovietico fuori da un carro armato schierato davanti al palazzo del Parlamento a Mosca (Getty Images)
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  • sabato 21 Agosto 2021

Il colpo di stato fallito che fece crollare l’Unione Sovietica

Fu tentato tra il 19 e il 21 agosto 1991, trent'anni fa, contro l'allora presidente Gorbaciov, ma non andò secondo i piani dei golpisti

Un manifestante trascina un soldato sovietico fuori da un carro armato schierato davanti al palazzo del Parlamento a Mosca (Getty Images)

Il 18 agosto del 1991 Michail Gorbaciov, allora segretario generale del Partito Comunista sovietico e presidente dell’URSS, si trovava in vacanza con la famiglia a Foros, in Crimea. Nello stesso giorno, a Mosca, politici conservatori, vertici del KGB (i servizi segreti) e militari approfittarono della sua assenza: diedero inizio alle manovre di un colpo di stato progettato per conservare l’esistenza dell’Unione Sovietica, ma ottennero l’effetto contrario.

Da quando nel 1985 Gorbaciov era succeduto alla guida del Partito Comunista, si era imposto di cambiare le politiche e l’immagine dell’apparato statale. L’Unione Sovietica era finita in uno stato di immobilismo e da decenni era rappresentata da leader anziani e stanchi, come Leonid Brezhnev, Yuri Andropov e Konstantin Cernenko. A 53 anni, Gorbaciov divenne invece un valido interlocutore per l’Occidente e presentò un esteso piano di riforme per tentare di smuovere il paese.

Con i termini glasnostperestrojka e uskorenie — diventati emblematici di quel periodo — Gorbaciov tentò di rendere l’Unione Sovietica più trasparente, moderna e competitiva: in sostanza cercava di avvicinarsi al mercato e alla comunità internazionale, come testimoniò l’importante accordo sul controllo dagli armamenti firmato con gli Stati Uniti al suo secondo anno in carica.

Il 18 agosto 1991, però, alla vigilia della firma di un trattato che avrebbe avvicinato l’istituzione di una Comunità di stati sovietici indipendenti, meno centralizzata rispetto al regime allora esistente, Gorbaciov venne isolato con la famiglia nella sua dacia di Foros. La residenza fu tagliata fuori dalle comunicazioni e i golpisti ne presero il controllo: chiesero a Gorbaciov di dichiarare lo stato di emergenza e di dimettersi, ma si rifiutò.

A Mosca, intanto, il primo ministro sovietico Valentin Pavlov, il ministro dell’Interno Boris Pugo, il vicepresidente Gennadij Janaev e il capo del KGB Vladimir Krjuckov si presentarono in conferenza stampa confermando quello che i notiziari stavano dicendo già da alcune ore: per motivi di salute, Gorbaciov non poteva continuare a mantenere la carica di presidente dell’Unione Sovietica, che sarebbe quindi passata nelle mani del  suo vice, Janaev.

Senza poter fare altro, a Foros Gorbaciov registrò di nascosto un video in cui dichiarava che tutte le notizie circolate sul suo conto erano false e denunciava il colpo di stato in atto. La registrazione però fu resa pubblica soltanto dopo l’emergenza: il tentativo di colpo di stato si rivelò infatti debole, i golpisti non seppero reagire agli imprevisti e il loro piano fallì in pochi giorni.

I carri armati usati per cercare di occupare militarmente Mosca vennero letteralmente fermati da migliaia di persone scese in strada per bloccarli. Ci furono manifestazioni anche in altre grande città russe, che i golpisti non vollero disperdere per timore delle pesanti conseguenze che gli interventi contro la popolazione avrebbero potuto provocare. Con Gorbaciov isolato in Crimea, chi sfruttò il momento per ottenere consensi fu Boris Eltsin, all’epoca presidente della Repubblica Russa.

Eltsin e Gorbaciov erano avversari. Secondo il primo, l’economia di quegli anni era sempre più in crisi, le riforme non avevano portato nessun tipo di sollievo, e anzi, avevano peggiorato i problemi finanziari e la questione delle autonomie degli stati sovietici. Gorbaciov invece non si fidava di Eltsin, e successivamente si pentì di non averlo allontanato per tempo dai suoi incarichi.

Il colpo di stato sorprese anche lo stesso Eltsin, che però il 19 agosto si riunì con i suoi collaboratori: scrisse una dichiarazione per condannare il colpo di stato «anticostituzionale e reazionario» in cui invitava l’esercito a disertare e i cittadini a organizzarsi in uno sciopero generale. Raggiunse successivamente il parlamento di Mosca dalla sua residenza fuori città, e una volta arrivato decise di uscire in piazza.

Gennady Burbulis, stretto collaboratore di Eltsin, ha ricordato: «Lo seguimmo tutti. Una volta fuori, con orrore delle sue guardie del corpo, saltò su un carro armato e si mise a leggere la dichiarazione. Non sapevamo bene che cosa fare e alla fine saltammo sul carro armato anche noi, dietro di lui. In quel momento in piazza c’erano 30mila persone e iniziarono ad applaudire. I flash delle macchine fotografiche iniziarono a scattare. Non avevamo ancora vinto la guerra, ma il giorno dopo la foto di Eltsin sul carro armato era sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: avevamo vinto la battaglia dei simboli».

Gorbaciov tornò a Mosca nella notte tra il 21 e il 22 agosto. Il colpo di stato era fallito ma aveva in qualche modo accelerato la disgregazione dell’Unione Sovietica, visti i risultati. Gli stati baltici avevano già dichiarato la propria indipendenza e Eltsin, con il favore del momento, spingeva per l’istituzione di una Federazione russa indipendente. Nelle settimane successive il parlamento di Mosca abolì il Partito Comunista.

L’8 dicembre dello stesso anno Russia, Ucraina e Bielorussia si riunirono in segreto senza Gorbaciov in una foresta al confine tra Bielorussia e Polonia per pianificare la disgregazione dell’Unione Sovietica. Pochi giorni dopo, il 26 dicembre, Eltsin e i capi di stato di tutte le altre Repubbliche sovietiche si riunirono ad Almaty, in Kazakistan, per completare la separazione, sancendo di fatto la fine dell’URSS. Gorbaciov, che il 24 agosto si era già dimesso da segretario del Partito Comunista, si dimise anche da presidente dell’Unione Sovietica, di cui fu l’ottavo e ultimo leader.

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