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  • giovedì 23 giugno 2011

Il colpo di stato che fece crollare l’Unione Sovietica

Il braccio destro di Boris Eltsin racconta su Foreign Policy la sua versione dei tre giorni che cambiarono il mondo, un'altra volta

Tra i molti eventi che alla fine del secolo scorso hanno portato alla fine dell’Unione Sovietica e alla nascita della Russia come la conosciamo adesso, uno dei più decisivi è stato il tentato – e fallito – colpo di stato dell’agosto del 1991 contro Michail Gorbaciov, segretario del Partito comunista impegnato allora in complicati e ambiziosi programmi di riforme e rinnovamento (la cosiddetta perestrojka). Il colpo di stato fu guidato da alcune tra le cariche più importanti della politica sovietica, tra cui il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro degli Interni Boris Pugo e il capo del KGB Vladimir Krjuckov, che cercavano in questo modo di tenere al sicuro il potere del PCUS e la sopravvivenza dell’URSS. Il maggiore effetto del tentato golpe fu invece l’accelerazione del suo collasso, con le dimissioni di Michail Gorbaciov dalla guida dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Boris Eltsin, all’epoca presidente della Repubblica Russa.

Gennady Burbulis, che durante il golpe era Segretario di Stato e braccio destro di Eltsin, racconta in un articolo su Foreign Policy come Eltsin e i suoi sostenitori abbiano vissuto i tre giorni del golpe. Burbulis scrive, col suo inevitabilmente parziale punto di vista, che nell’estate del ’91 l’Unione Sovietica si stava sbriciolando: l’economia era sempre più in crisi e le riforme di Gorbaciov non avevano portato nessun sollievo, acuendo anzi i problemi finanziari e il desiderio di maggiore autonomia degli stati dell’Unione. Le repubbliche di Armenia, Georgia, Estonia, Lettonia e Lituania avevano dichiarato la propria indipendenza, mentre in Russia le forze democratiche, guidate da Eltsin, spingevano per trasformare l’Unione Sovietica in una confederazione di repubbliche indipendenti dotate di ampio autogoverno. Dopo mesi di lavoro le repubbliche erano riuscite a stilare un trattato che avrebbe concesso maggiore autonomia ai singoli stati, trasformando l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane. Gorbaciov, allora presidente dell’URSS e segretario del PCUS, si era detto favorevole al trattato e aveva accettato di firmarlo. La firma era stata fissata il 20 agosto del 1991.

Siamo alla mattina del 19 agosto, il giorno precedente alla firma. Burbulis si trova nella sua casa nella periferia di Mosca. Un amico gli telefona dicendogli di accendere la radio: da lì apprende che c’è stato un colpo di stato e Gorbaciov è stato rinchiuso nella sua dacia in Crimea e rimosso dal potere. Burbulis si precipita nella dacia di Eltsin dove si trovano già i suoi sostenitori: Ivan Silayev, capo del governo della Repubblica Russa; Ruslan Khasbulatov, presidente del Soviet Supremo (l’organo legislativo federale dell’URSS); Mikhail Poltoranin, ministro dell’Informazione; il consigliere di Stato Sergei Shakhrai, e il ministro dei Rapporti economici con l’estero Viktor Yaroshenko. A breve arrivano anche il sindaco di Leningrado e il vicesindaco di Mosca.

«Fu subito chiaro che si trattata di un tentativo disperato di impedire la firma del trattato, prevista per il giorno dopo. Ma questa era l’unica cosa chiara. Gli americani che seguivano gli eventi sulla CNN sapevano quel che succedeva in Russia più di quel che ne sapevano i russi; i conduttori dei notiziari a Mosca si limitavano a leggere la dichiarazione rilasciata dagli autori del colpo di stato, che si erano nominati “Comitato di emergenza”. Le informazioni arrivavano alla dacia a pezzetti, grazie alle telefonate di amici e colleghi a Mosca e nel resto della Russia. Un amico ci disse che tutti i notiziari erano stati cancellati, un altro che i carri armati si stavano avvicinando alla città. Non avevamo idea se Gorbaciov – il cui rapporto con Eltsin era sempre stato all’insegna del sospetto – era trattenuto contro la sua volontà o se era in qualche modo complice dei cospiratori».

Eltsin e i suoi uomini di fiducia sono stupiti di trovarsi ancora in libertà e di non essere stati rinchiusi al pari di Gorbaciov, mentre i carri armati marciano su Mosca. Il gruppo decide di preparare una dichiarazione di condanna del golpe: Burbulis e Poltoranin – il ministro dell’Informazione – prendono appunti mentre gli altri dettano; la figlia di Eltsin, Tatiana, riporta tutto su una macchina da scrivere mentre la moglie di Eltsin e l’altra figlia Lena si aggirano nella stanza in preda alla rabbia e alla preoccupazione. L’unico che sembra mantenere la calma è proprio Eltsin, che inizia a fare telefonate chiedendo sostegno alle più importanti e influenti persone dell’Unione. Tra le prime persone che contatta c’è il generale Pavel Grachev, comandante delle truppe aeree dell’armata sovietica: «Sarà dura per me, ma farò quel che posso», assicura a Eltsin.

Verso le nove di mattina il comunicato è pronto: Eltsin e i suoi condannano la mossa del Comitato di Emergenza definendola “un colpo di stato anticostituzionale e reazionario”; chiedono che Gorbaciov possa comparire in una speciale sessione del Congresso a Mosca, invitano l’esercito a disertare il colpo di stato e i cittadini a organizzarsi in uno sciopero generale. Spedito il comunicato, Eltsin e i suoi abbandonano la dacia, giudicata troppo vulnerabile, e si barricano nella Casa Bianca, la sede del governo e del parlamento di Mosca.

Arrivano a Mosca in macchine separate e percorrendo strade diverse. In città non ci sono ancora carri armati ma alcune persone, diplomatici stranieri e giornalisti si sono già riunite nella piazza davanti al palazzo. In poco tempo la Casa Bianca diventa il centro della resistenza al colpo di stato: migliaia di cittadini vi si affollano e iniziano a costruire le barricate.

«Nel pomeriggio del primo giorno ci trovavamo nell’ufficio di Eltsin a discutere il da farsi, quando un assistente si precipita nella stanza e ci dice che alcuni soldati erano usciti dai carri armati schierati davanti al palazzo per parlare con le persone. Eltsin saltò in piedi e disse “Io vado là fuori”. Cercai di fermarlo: “Non lo puoi fare, è rischio enorme. Non abbiamo idea di cosa possono fare, è troppo pericoloso”. Eltsin non mi diede retta. Disse a qualcuno di portargli una copia della nostra dichiarazione e uscì dall’ufficio. Lo seguimmo tutti. Una volta fuori, con orrore delle sue guardie del corpo, saltò su un carro armato davanti alla Casa Bianca e si mise a leggere la dichiarazione. Non sapevamo bene che cosa fare e alla fine saltammo sul carro armato anche noi, dietro di lui. In quel momento in piazza c’erano 30mila persone e iniziarono ad applaudire. I flash delle macchine fotografiche iniziarono a scattare. Non avevamo ancora vinto la guerra, ma il giorno dopo la foto di Eltsin sul carro armato era sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: avevamo almeno vinto la battaglia dei simboli.»

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