(AP Photo/Charlie Riedel)
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  • mercoledì 28 Luglio 2021

Il Giappone cambierà idea sullo skateboard?

Molti lo ritengono qualcosa di fastidioso, non da ragazzi e ragazze “per bene”, ma i recenti successi olimpici potrebbero modificare questa percezione

(AP Photo/Charlie Riedel)

Tra i nuovi sport delle Olimpiadi di Tokyo c’è lo skateboard, che fin qui ha assegnato due medaglie d’oro. Le ha vinte entrambe il Giappone: con Yuto Horigome nello “street” maschile e con Momiji Nishiya nello “street” femminile, dove un’altra giapponese ha vinto la medaglia di bronzo. E ci sono buone possibilità che il Giappone vinca ancora nelle gare della specialità “park”, che saranno il 4 e il 5 agosto.

Nello skateboard, inteso come sport, il Giappone è insomma fortissimo, in queste Olimpiadi per ora più di ogni altro paese. Ma in Giappone lo skateboard – inteso come simbolo e fenomeno culturale – è malvisto da molti e considerato un’attività rumorosa, disordinata, non da ragazzi o ragazze “per bene”.

È possibile che il successo sportivo degli atleti giapponesi nello skateboard faccia cambiare idea a molti, come è successo già da diversi anni negli Stati Uniti e altrove nel mondo. Ma c’è anche chi teme che per il timore che guadagni troppi nuovi appassionati e si diffonda troppo, la sua pratica venga vietata in diversi contesti, o quantomeno fortemente disincentivata.

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Lo skateboard si diffuse in Giappone soprattutto a partire dagli anni Ottanta, in un periodo in cui l’influenza culturale degli Stati Uniti era evidente tra i giovani, oltre che reciproca tra i due paesi. Così come era successo quando lo skateboard era stato inventato negli anni Cinquanta in California, anche in Giappone i primi a praticarlo furono i surfisti, associandogli una serie di significati identitari e culturali.

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Ancor prima di essere uno sport, infatti, lo skateboard è stato (e per molti continua a essere) una controcultura e un insieme di convinzioni, approcci e atteggiamenti. Che in certi casi mal si conciliano con alcuni aspetti della società giapponese. Come ha scritto il New York Times, «il Giappone aderisce a una serie di rigide regole non scritte di comportamento. È una cultura di cortesia e riservatezza, un luogo dell’ordine in cui le persone si mettono in fila per prendere la metropolitana». Lo skateboard è invece – almeno nella percezione di alcuni – «indisciplinato, rumoroso e caotico».

Che lo si usi come mezzo di trasporto o come attrezzo sportivo, lo skateboard è molto legato ai contesti urbani, e chi vi si oppone in Giappone lo vede come qualcosa di fastidioso e potenzialmente pericoloso per altre persone che in quegli spazi vivono e si spostano. In molti luoghi – anche fuori dall’Ariake Urban Park di Tokyo, in cui in questi giorni si svolgono le gare olimpiche di skateboard – ci sono cartelli che vietano la pratica dello skateboard.

Il semplice fastidio che molti provano nei confronti dello skateboard va però ben oltre il suo essere un’attività che può creare impiccio a qualche pedone, ed è collegato al fatto che sia una pratica che arriva dall’estero e che si porta dietro una certa quantità di spirito di ribellione. Mentre altrove nel mondo lo skateboard è per molti versi diventato mainstream (per esempio tra le persone che mai hanno messo i piedi su una tavola, ma che comprano abitualmente vestiti di marchi storicamente associati al mondo dello skateboard), in Giappone continua a essere, come ha scritto il Japan Times, «spesso percepito come un passatempo sregolato e associato a giovani ribelli».

Parte del successo della squadra giapponese allo skateboard olimpico potrebbe tra l’altro essere una conseguenza del suo essere spesso malvisto. Essendo difficile la pratica all’aperto dello skateboard, negli ultimi anni – in particolare dopo che dal 2016 si è saputo che sarebbe diventato sport olimpico – in Giappone hanno aperto alcuni nuovi skate park, luoghi appositamente dedicati alla pratica dello skateboard, che ricreano i tipici contesti urbani in un’area protetta.

È quindi possibile che nel suo voler evitare o limitare l’uso degli skateboard per le città, il Giappone abbia finito per incanalare e organizzare meglio di altri lo skateboard sportivo.

Una conseguenza di questo successo olimpico potrebbe essere una più o meno generale presa di coscienza del fatto che lo skateboard non rappresenti una minaccia ma, anzi, un’opportunità. E che di conseguenza venga meno l’avversione di molti nei confronti dello skateboard come sport e, più o meno di pari passo, dello skateboard come filosofia e simbolo identitario.

Ma è anche possibile che in Giappone lo skateboard, fatto negli appositi skatepark da atleti riconosciuti come sportivi a tutti gli effetti, finisca per perdere elementi e contorni culturali (o controculturali) che conserva nella maggior parte degli altri paesi in cui si pratica. Disincentivandolo in determinati luoghi, e incentivandone la pratica prettamente sportiva, potrebbe affermarsi con modalità diverse da quelle che lo hanno reso popolare in origine, più prettamente sportive.

Potrebbe insomma succedere qualcosa di simile a quanto accaduto all’arrampicata sportiva in molti paesi occidentali. Da pratica a metà tra lo sport estremo e l’esplorazione, negli ultimi decenni è diventata per moltissime persone uno sport come un altro, che si pratica in palestra e in modo totalmente controllato, e che non a caso esordisce a sua volta in queste Olimpiadi. In una versione che, per chi interpreta l’arrampicata più alla vecchia maniera, risulta ripulita e meno “pura”.