Il momento dell'abbattimento della statua (AP Photo/Jerome Delay, File)
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  • domenica 18 Luglio 2021

Questa statua non era niente di che

La distruzione di un secondario monumento di Saddam a Baghdad fu ingigantita ad arte dall'esercito e dai media americani, racconta una storica britannica

Il momento dell'abbattimento della statua (AP Photo/Jerome Delay, File)

Il 9 aprile 2003 un gruppo di soldati americani aiutò gli iracheni a buttare giù una statua del dittatore Saddam Hussein in piazza Firdos, a Baghdad. Nonostante quella non fosse una statua particolarmente significativa, i giornali e le televisioni di tutto il mondo diedero ampio spazio all’episodio, rendendolo un simbolo del successo della campagna militare degli Stati Uniti e dei loro alleati. Alcune inchieste degli anni successivi resero chiaro che i fatti di piazza Firdos furono in gran parte orchestrati, e oggi sappiamo che non furono affatto la conclusione, bensì l’inizio della lunga ed estenuante guerra in Iraq: l’ultimo libro della storica britannica Alex von Tunzelmann, Fallen Idols: Twelve Statues That Made History, ricostruisce come gli americani crearono un mito intorno all’abbattimento di quella statua, quasi vent’anni fa.

La statua di piazza Firdos non aveva niente di speciale, racconta von Tunzelmann. Era alta 12 metri, pesava circa una tonnellata ed era stata eretta un anno prima, per celebrare i 65 anni di Hussein. La stessa piazza, poi, non è un luogo particolarmente importante di Baghdad, la capitale irachena.

L’Iraq era pieno di rappresentazioni ben più significative di Hussein, che fu presidente autoritario dell’Iraq dal 1979 al 2003. Nonostante alcune interpretazioni dell’Islam vietino le rappresentazioni iconografiche, una parte consistente dell’affermazione del potere del dittatore si basava sulla diffusione massiccia di sue immagini, principalmente ritratti e statue che lo raffiguravano in varie fogge dai richiami storici e religiosi: con l’elmetto a forma di Cupola della Roccia, con la spada puntata verso Gerusalemme o associato all’antico sovrano babilonese Nabucodonosor, autore della prima deportazione degli ebrei.

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Il 20 marzo 2003 una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invase l’Iraq, per neutralizzare Saddam Hussein e il suo presunto tentativo di ottenere armi di distruzioni di massa. Tra quella data e il successivo 9 aprile, quando fu abbattuta la statua di piazza Firdos, decine di monumenti dedicati a Hussein furono distrutti. «Ce n’erano così tante, di statue di Saddam, che venivano distrutte quotidianamente» scrive von Tunzelmann. L’intento dei militari era quello di dimostrare agli abitanti locali che il loro presidente aveva perso il potere, ma nessuno di questi eventi accadde in presenza di telecamere. I giornali internazionali riportarono quei fatti, ma senza documenti visivi non ci fu nessuna eco mediatica al di fuori del Medio Oriente.

Giornalisti stranieri nei pressi dell’Hotel Palestine e di piazza Firdos (ANSA / AHMAD AL-RUBAYE /TO)

Probabilmente consapevoli dell’impatto che potevano avere le immagini dei monumenti distrutti, il 7 aprile, quando l’esercito americano conquistò Baghdad e il palazzo della Repubblica, un comandante disse alle truppe di individuare una statua di Hussein da abbattere e poi aspettare l’arrivo dei giornalisti di Fox News per farsi riprendere. La troupe arrivò e i militari presero di mira una statua equestre di Hussein, bombardandola e distruggendola. Ma neanche in questo caso le immagini ricevettero grandi attenzioni, perché mostravano semplicemente qualche soldato americano nell’atto di un bombardamento.

Due giorni dopo, con la statua di piazza Firdos, andò diversamente. L’idea di mobilitare un battaglione dei Marines verso la piazza venne al tenente colonnello Brian McCoy, il quale sapeva che in quella zona c’erano diversi giornalisti e nessun soldato nemico. Vista la statua al centro della piazza, il sergente Leon Lambert, che guidava un carro armato da recupero M-88, pensò di usare il suo mezzo per tirare giù la statua, e ne parlò via radio con il diretto superiore suo e di McCoy, il capitano Bryan Lewis. Lui si dimostrò contrario all’idea di Lambert: «Assolutamente no» disse.

Poco dopo – erano le cinque di pomeriggio – Lambert ci riprovò, sostenendo che erano gli stessi iracheni sul posto a voler abbattere la statua. «Ci sarebbero problemi se una mazza e una corda “cadessero” dall’88?» chiese Lambert. «No» rispose Lewis. «Ma non usate l’88».

Secondo von Tunzelmann, la versione di Lambert è parzialmente confermata da un meccanico di nome Kadhim Sharif Hassan al Jabouri, il quale disse alla BBC che quel giorno – appena saputo della presenza dei soldati americani – andò a prendere il proprio martello in officina e si diresse a piazza Firdos per attaccare la statua. Ma non è chiaro se la spinta decisiva per sollevare i presenti sia arrivata da lui, da qualche altro cittadino iracheno o dai militari americani.

In ogni caso, la piccola folla in piazza cominciò ad attaccare la statua tentando di tirarla giù con la corda fornita da Lambert, ma dopo un’ora ancora non erano riusciti a smuoverla. A quel punto intervenne McCoy. Aveva intuito che quella era un’occasione importante, perciò si rivolse di nuovo ai superiori per autorizzare un coinvolgimento diretto dell’M-88, che stavolta fu accordato. Alle 18.50 il tirante del carro armato, agganciato alla statua, la fece finire per terra a faccia in giù, provocando il giubilo degli iracheni presenti.

In quelle ore le immagini di piazza Firdos furono mandate in onda a ripetizione sui principali network americani. CNN e Fox News trasmisero il video centinaia di volte durante tutta la giornata del 9 aprile, descrivendolo come le «immagini storiche di un cappio messo al collo di Saddam dalla gente di Baghdad», immagini che riassumono «la guerra stessa».

La prima pagina della Stampa il 10 aprile 2003: quel giorno i principali quotidiani italiani diedero ampio spazio in prima pagina all’abbattimento della statua di piazza Firdos

Nei giorni successivi, la copertura mediatica della guerra in Iraq diminuì sensibilmente. Fu evidente che i fatti di piazza Firdos, nel racconto dei media, rappresentavano una conclusione. Il 1° maggio il presidente statunitense George W. Bush annunciò la fine dell’intervento militare americano, in un discorso tenuto sul ponte della portaerei Abraham Lincoln, al largo della costa di San Diego. Sullo sfondo c’era un grosso striscione – poi spesso ricordato per il contrasto con gli eventi successivi – con i colori della bandiera americana e la scritta “Missione compiuta”.

Von Tunzelmann, per spiegare il significato e le conseguenze dell’episodio della statua, usa il concetto di iperrealtà, con cui il filosofo francese Jean Baudrillard descrisse la Guerra del golfo del 1991, che secondo lui non fu una vera guerra ma più una simulazione. L’invasione dell’Iraq non fu affatto una simulazione, ma il suo compimento invece sì, secondo von Tunzelmann: «I media trasformarono una performance improvvisata di pochi soldati americani in un finale da serie tv molto convincente in cui il popolo iracheno sconfigge il suo dittatore, ripreso e raccontato dalle tv e dai giornali di tutto il mondo. Ma non era vero».

Saddam Hussein fu catturato alla fine del 2003, processato e impiccato nel 2006. Le truppe americane rimasero in Iraq fino al 2011, e la grave instabilità che riguardò il paese nel decennio successivo è estesamente ricondotta alle conseguenze dell’invasione.

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