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  • Giovedì 1 luglio 2021

Gli «ignoti noti» di Donald Rumsfeld

Storia della più celebre frase pronunciata dall'ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti, nel tentativo di giustificare l'invasione in Iraq

Donald Rumsfeld nel 2006 (Mark Wilson/Getty Images)
Donald Rumsfeld nel 2006 (Mark Wilson/Getty Images)
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Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa degli Stati Uniti per i presidenti Gerald Ford e George W. Bush, morto mercoledì a 88 anni, è stato uno dei più famosi e controversi strateghi militari americani. La sua carriera nel governo degli Stati Uniti è durata decenni, e per molti versi è stata notevole: è stato il più giovane segretario alla Difesa della storia degli Stati Uniti, quando nel 1975 fu nominato da Ford a 43 anni, e il più anziano, quando nel 2006 terminò il suo incarico sotto Bush a 74 anni. È stato anche l’unico segretario alla Difesa a detenere la carica per due mandati non consecutivi.

Rumsfeld è noto soprattutto perché, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ebbe un ruolo fondamentale nell’ingresso in guerra degli Stati Uniti dapprima in Afghanistan, quello stesso anno, e poi in Iraq, nel 2003. Non solo fu responsabile dei piani strategici di entrambe le invasioni, ma ne fu uno dei più convinti sostenitori, e assieme ad altri importanti funzionari come il vicepresidente Dick Cheney ebbe una grande influenza nello spingere l’amministrazione Bush verso entrambi i conflitti.

Il suo ruolo più importante e controverso riguarda la guerra in Iraq, che gli Stati Uniti intrapresero dopo un furioso dibattito sull’opportunità di invadere un secondo paese, dopo averlo fatto soltanto due anni prima con l’Afghanistan. Rumsfeld e Cheney erano convinti che il dittatore iracheno Saddam Hussein avesse aiutato il gruppo terroristico al Qaida nel compiere gli attentati dell’11 settembre, e che l’Iraq avesse creato un arsenale di armi di distruzione di massa (cioè armi chimiche e nucleari) che Saddam avrebbe potuto usare per destabilizzare la regione e compiere attentati terroristici.

Rumsfeld ignorò i rapporti dell’intelligence americana e di altri organi internazionali che sostenevano che l’Iraq non possedesse armi di distruzione di massa, e assieme al resto dell’amministrazione Bush si affidò a informazioni lacunose e in parte false per convincere il pubblico americano che l’invasione dell’Iraq fosse necessaria per garantire la sicurezza nazionale.

Dopo l’invasione, numerose ricerche hanno dimostrato che il regime iracheno non possedeva armi di distruzioni di massa, non aveva messo in atto un programma per la loro creazione e non aveva nemmeno fornito sostegno ad al Qaida.

– Leggi anche: L’Iraq è in mezzo

Rumsfeld fu anche accusato di aver commesso gravi errori nella strategia di guerra: inviò in Iraq poche decine di migliaia di soldati, sufficienti per far cadere rapidamente il debole e impreparato regime di Saddam (gli americani entrarono nella capitale Baghdad tre settimane dopo l’inizio dell’invasione) ma non seppe prevedere che la guerra si sarebbe ben presto trasformata in una enorme operazione di controinsurrezione contro la resistenza irachena, per la quale le truppe americane erano del tutto impreparate, oltre che in inferiorità numerica. Nel giro di pochi mesi l’Iraq era uno stato fallito e fuori controllo, e da quel momento gli Stati Uniti non furono più davvero in grado di ristabilire la pace, anche se in seguito, dopo il licenziamento di Rumsfeld nel 2006, le truppe aumentarono notevolemente di numero.

Rumsfeld non smise mai di difendere le sue scelte in Afghanistan e in Iraq, sia durante il suo mandato sia in seguito, e soprattutto mentre era segretario alla Difesa si trovò più volte coinvolto in notevoli dispute verbali con i giornalisti che gli chiedevano conto delle sue strategie. Fu in una di queste discussioni che Rumsfeld, molto schietto e con una certa propensione per gli aforismi, pronunciò la sua frase più famosa, che è entrata da allora nel discorso pubblico, diventando molto usata in vari ambiti anche fuori dalla strategia militare.

Era il dicembre del 2002 e Rumsfeld stava commentando in maniera sprezzante il fatto che diverse ricerche avessero mostrato che in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Rumsfeld disse: «Ho sempre trovato interessanti le ricerche che dicono che qualcosa non è successo», e poi aggiunse:

As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.

Come sappiamo, ci sono i noti noti, le cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono gli ignoti noti, che sarebbe a dire che sappiamo che ci sono cose che non sappiamo. Ma ci sono anche gli ignoti ignoti – le cose che non sappiamo di non sapere.


Rumsfeld pronunciò questa contorta frase per cercare di dimostrare che anche se le armi di distruzione di massa non erano state trovate non significava che non ci fossero. In un’altra occasione nel 2002, sempre con lo stesso stile e sempre a proposito delle armi di distruzione di massa irachene, disse che «soltanto perché non ci sono prove che qualcosa esista non significa che ci siano prove che non esiste».

Rumsfeld probabilmente cercava anche di lasciar intendere che l’intelligence americana avesse a disposizione informazioni non note al pubblico, anche se si scoprì in seguito che non era vero. La frase peraltro deluse abbastanza i giornalisti nel momento in cui fu pronunciata, perché Rumsfeld si rifiutò di dire se le armi di distruzione di massa irachene fossero un known known, un “noto noto”, un known unknown, un “ignoto noto”, o un unknown unknown, un “ignoto ignoto”.

Provocò polemiche anche in seguito: il filosofo Slavoj Žižek, per esempio, un paio di anni dopo aggiunse una quarta categoria alle tre enunciate da Rumsfeld, i “noti ignoti” (unknown knowns), cioè le cose che sappiamo ma che non abbiamo il coraggio di ammettere: nel caso specifico, Žižek si riferiva alle torture e agli abusi commessi dai soldati americani contro i detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib.

In ogni caso la frase divenne rapidamente famosa, tra le altre cose perché, specie per come la pronunciò Rumsfeld in inglese, sembrava uno scioglilingua. I concetti di known knowns, known unknowns e unknown unknowns in realtà erano conosciuti e usati da decenni nell’intelligence americana come criteri di analisi, ma Rumsfeld li rese popolari. Si diffusero per esempio nella finanza, per descrivere tra le altre cose la propensione al rischio negli investimenti, e in numerosi altri settori. Specie negli Stati Uniti, il concetto di unknown unknowns, cioè delle cose che non sappiamo di non sapere, è diventato relativamente di pubblico dominio.

La frase divenne inoltre una specie di marchio di fabbrica dell’ex segretario alla Difesa: tra le altre cose la usò nella sua autobiografia (Known and Unknown: A Memoir) e divenne il titolo di un celebre documentario sulla sua vita (The Unknown Known).