L'allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con un cono gelato, nel 2010 (AP Photo/Charles Dharapak)

Perché viene il mal di testa da gelato?

Cosa dicono le ricerche pubblicate in questi anni su un malanno familiare a molti e fastidioso, soprattutto d'estate

L'allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con un cono gelato, nel 2010 (AP Photo/Charles Dharapak)
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Con l’arrivo dell’estate per molte persone inizia la stagione dei gelati e dei ghiaccioli, e più in generale delle bevande ghiacciate per rinfrescarsi nelle giornate più calde. La sensazione piuttosto piacevole per alcuni viene guastata dal “cervello ghiacciato”, o “emicrania da gelato”, un mal di testa che si sviluppa e dura per pochi istanti dopo avere consumato cibi molto freddi e bevande gelate. Si avverte una rapida fitta nella zona delle tempie, talvolta accompagnata da dolori più diffusi al cranio. È un fenomeno noto e studiato da tempo, anche se alcuni suoi meccanismi continuano a essere un mistero per i ricercatori.

Alcune ricerche scientifiche condotte negli anni scorsi hanno rilevato una maggiore incidenza del cervello ghiacciato tra gli individui che soffrono di emicrania, ma non tutti gli studi hanno portato a conclusioni simili. I ricercatori ipotizzano che ci possa essere qualcosa in comune tra le due condizioni, e che si possa sfruttare il mal di testa da gelato per provare a capire qualcosa di più sull’emicrania.

In generale, il mal di testa e l’emicrania sono difficili da studiare perché si presentano in modo sostanzialmente imprevedibile. Quello da gelato avviene invece in seguito a un preciso stimolo, che può essere riprodotto sotto controllo medico, proprio per analizzare come si forma un mal di testa e come si riduce fino a scomparire.

Nel 2012, un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School (Stati Uniti) aveva indotto il cervello ghiacciato in tredici volontari. Non aveva utilizzato il gelato, ma un bicchiere di acqua molto fredda da bere con una cannuccia, in modo che il liquido fosse spinto verso il palato. I ricercatori avevano poi chiesto a ogni volontario di segnalare l’inizio e la fine degli eventuali attacchi di mal di testa.

Gli esperimenti erano stati condotti utilizzando macchinari per la diagnostica tramite immagini, che avevano consentito di controllare il flusso sanguigno attraverso il cervello di ogni volontario. In questo modo, i ricercatori avevano notato un aumento dell’afflusso di sangue nell’arteria cerebrale interiore, uno dei quattro rami in cui si divide l’arteria carotide interna, il grande vaso sanguigno che porta il sangue al cervello e agli occhi. L’aumento del flusso portava a un’espansione dell’arteria, e di conseguenza alla compressione dei tessuti che ha intorno, comprese alcune terminazioni nervose.

Secondo i ricercatori era questa circostanza a determinare le fitte tipiche del mal di testa da gelato, la cui breve durata dipende dal fatto che l’afflusso di sangue nella carotide si riduce dopo pochi secondi, riportando una situazione di normalità. Il processo attiverebbe una sorta di meccanismo di autodifesa usato dal nostro organismo quando sente il pericolo di un repentino abbassamento della temperatura del cervello.

Questo ipotizzato sistema di regolazione è molto complesso ed è naturalmente tarato per non danneggiare il cervello. L’afflusso di sangue superiore al normale non può essere smaltito rapidamente e per questo si ipotizza che porti a un aumento della pressione nel cranio, contribuendo alla conseguente fitta dolorosa.

L’ipotesi formulata nel 2012 aveva attirato grande interesse perché offriva una spiegazione alternativa a quella fino ad allora prevalente. Secondo gli studi svolti in precedenza, infatti, il cervello ghiacciato è causato dal repentino raffreddarsi e scaldarsi nuovamente dei piccoli vasi sanguigni (capillari) che si trovano nel naso (seni paranasali), che portano a una loro costrizione e successiva dilatazione. Queste sono percepite dai recettori del dolore che si trovano nel palato, che attivandosi inviano un segnale al cervello attraverso il nervo trigemino, uno dei più importanti nell’area del viso, scatenando un rapido attacco di mal di testa.

Le ricerche svolte negli ultimi anni non hanno offerto molti elementi per stabilire quale delle due teorie sia più accurata, o se ci sia una spiegazione che mette insieme parti dell’una e dell’altra.

Nel 2016 un gruppo di ricercatori in Germania ha messo a confronto due diversi metodi per stimolare un mal di testa da gelato. In un caso è stato chiesto ai volontari di spingere con la lingua un cubetto di ghiaccio contro il palato, mentre nell’altro di bere velocemente un bicchiere di acqua gelata. È stata registrata una maggiore incidenza di cervello ghiacciato con questo secondo metodo, riscontrando però una durata inferiore dell’attacco di mal di testa, rispetto a quello ottenuto con il cubetto di ghiaccio, che però comportava attacchi meno dolorosi.

Un altro studio condotto sempre nel 2016 da alcuni degli stessi ricercatori ha valutato se ci sia una familiarità nello sviluppo del cervello ghiacciato. La ricerca ha coinvolto 283 studenti con età compresa tra 10 e 14 anni, 401 genitori e 41 insegnanti, ai quali era stato richiesto di rispondere a un questionario sul mal di testa da gelato. È emerso che ne soffriva il 62 per cento degli studenti, senza particolari differenze di genere, e che tra gli adulti l’incidenza era più bassa e con un divario tra uomini (22 per cento) e donne (36 per cento).

I ricercatori hanno poi rilevato un rischio più alto di soffrire di cervello ghiacciato tra gli studenti con genitori interessati dal problema. Altre tipologie di mal di testa tra gli adulti non hanno invece messo in evidenza una maggiore incidenza di mal di testa da gelato tra gli studenti. Il rischio è stato stimato più basso nei gruppi di genitori e figli non soggetti in generale a mal di testa ed emicrania.

Una terza ricerca condotta sempre in Germania, nel 2019, aveva invece interessato 618 volontari con età compresa tra 17 e 63 anni. Era stata riscontrata un’incidenza del mal di testa da gelato pari al 51,3 per cento, senza differenze significative tra uomini e donne. In quasi il 93 per cento dei casi la durata degli episodi era stata inferiore a 30 secondi. In questo caso lo studio non aveva rilevato un maggior fattore di rischio tra i partecipanti soggetti a emicrania, in contrasto con altre ricerche.