(AP Photo/Andrew Medichini)

Le cose da sapere sulle ingerenze del Vaticano sul ddl Zan, in ordine

Che cos'è questa nota verbale? Perché la Chiesa si è mossa così duramente? Cosa succede ora alla legge? Un po' di risposte

(AP Photo/Andrew Medichini)

Aggiornamento di giovedì 24 giugno: martedì 22 giugno, il Corriere della Sera ha pubblicato, per primo, la notizia che il Vaticano aveva inviato al governo italiano una “nota verbale” per chiedere una modifica al disegno di legge Zan, riportandone alcuni stralci. Diceva che le critiche del Vaticano al ddl avevano a che fare con due questioni principali: la presunta limitazione alla libertà assicurata alla Chiesa e ai suoi fedeli tramite il Concordato e la presunta imposizione alle scuole cattoliche di attività contro l’omofobia a seguito dell’istituzione di una Giornata dedicata prevista dal ddl stesso.

La notizia della nota e dei suoi contenuti era stata subito ripresa da altri giornali, compreso il Post, e poi da politici e osservatori, con commenti, ipotesi, e spiegazioni. Nella nota, pubblicata integralmente in seguito, non compare però in nessun passaggio la critica legata alle scuole, che quindi non è da considerarsi parte della richiesta avanzata dal Vaticano al governo italiano.

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Il 17 giugno il Vaticano ha chiesto al governo italiano, tramite una nota diplomatica, di modificare il disegno di legge Zan, la proposta di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo (cioè la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità).

Per il Vaticano alcuni contenuti del ddl inciderebbero «negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli», imporrebbero alle scuole cattoliche l’organizzazione di attività contro l’omofobia e tutto questo, in generale, costituirebbe una violazione del cosiddetto Concordato, cioè il documento ufficiale che regola il rapporto fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva detto che avrebbe spiegato la posizione del governo al riguardo durante il suo intervento di mercoledì in Parlamento in vista del Consiglio Europeo. Nessun parlamentare gli ha però chiesto conto della questione, e lo stesso Draghi ne ha parlato brevemente in maniera piuttosto vaga, dicendo che l’Italia «è uno stato laico» e che quindi il Parlamento è libero di discutere e legiferare.

Che cos’è la nota verbale, intanto
Il 17 giugno, monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli stati della segreteria di Stato, il principale organo di governo del Vaticano, ha consegnato una nota verbale all’ambasciata italiana in Vaticano, poi arrivata al ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio.

Nella prassi diplomatica la cosiddetta “nota verbale” è una comunicazione preparata in terza persona, non firmata o siglata da un diplomatico. Di solito, viene utilizzata per comunicare tra ambasciate oppure tra ambasciate e ministeri.

Che cosa dice il Vaticano
Secondo il Vaticano, la proposta del deputato del Partito Democratico Alessandro Zan violerebbe il Concordato e ridurrebbe la «libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». Il comma 1 è quello che assicura alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale», mentre il comma 2 garantisce «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». In altre parole la Chiesa teme che le posizioni esplicitamente omofobe di alcuni sacerdoti o membri della Chiesa, se espresse in pubblico, possano essere perseguite come reato in seguito all’entrata in vigore del ddl Zan.

Alcuni passaggi del ddl Zan, poi, per il Vaticano – e secondo quanto riportato dai principali giornali – metterebbero a rischio la «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. La nota contesterebbe inoltre l’articolo 7 del disegno di legge, che chiede di istituire la Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia, la lesbofobia e la transfobia. Le scuole private, quindi anche quelle cattoliche, sarebbero obbligate a organizzare attività che la Chiesa percepisce come contrarie alla propria dottrina. Nella nota si «auspica» dunque «che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi».

Le obiezioni poste dal Vaticano, dunque, sono sostanzialmente due: una presunta violazione della libertà d’espressione e l’obbligo di celebrare nelle scuole cattoliche la Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia, la lesbofobia e la transfobia.

La questione della libertà di espressione
Il ddl Zan interviene su due articoli del codice penale e amplia la cosiddetta legge Mancino – il principale strumento legislativo che ha l’ordinamento italiano per punire i crimini d’odio e dell’incitamento all’odio – inserendo accanto alle discriminazioni per razza, etnia e religione (già contemplate) anche le discriminazioni per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Prevede poi una serie di azioni per prevenirle.

Le modifiche penali e alla legge Mancino sono l’obiettivo principale delle critiche perché minaccerebbero, secondo chi non vuole il ddl, la libertà di opinione: la nota del Vaticano esprime il medesimo timore.

Attualmente, l’articolo 604-bis del codice penale punisce «chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico» e chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» (primo comma lettera “a”). Punisce anche chi, per gli stessi motivi, «istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza» (primo comma lettera “b”) e chi partecipa, presta assistenza, promuove o dirige organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che incitano alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (secondo comma).

Il ddl Zan aggiunge ai motivi già previsti da questo articolo del codice la discriminazione fondata sul sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità. Non interviene però sulla parte dell’articolo che riguarda la propaganda, bensì sull’istigazione e sul commettere atti di discriminazione o di violenza. Nell’intervenire sul primo comma lettera “a”, dice infatti: «Sono ag­giunte, in fine, le seguenti parole: “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orienta­mento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”». La locuzione “in fine” serve a non modificare la parte del comma relativa al reato di propaganda, che rimane quindi limitato alle «idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico».

L’articolo 4 del ddl specifica infatti che «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

In breve: i promotori e le promotrici della legge hanno ribadito più volte che la libertà di espressione non viene messa in discussione dal ddl Zan. Contrariamente a quanto temono molti degli oppositori, un sacerdote potrà continuare a fare una campagna contro l’equiparazione dei diritti delle coppie dello stesso sesso rispetto ai diritti della cosiddetta famiglia tradizionale. Interverrebbe, semmai, se il sacerdote istigasse i suoi seguaci a molestare o linciare una coppia non eterosessuale in quanto non eterosessuale.

Nelle ultime ore, Alessandro Zan ha ribadito che – come già confermato dal Servizio Studi Senato – il testo del ddl non limita la libertà di espressione né quella religiosa.

L’autonomia delle scuole
L’altra preoccupazione espressa dal Vaticano, secondo quanti riportato dai giornali, è che alle scuole cattoliche venga imposta l’organizzazione di attività in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia, la lesbofobia e la transfobia che il ddl istituirebbe. Le scuole private e quindi anche quelle cattoliche, dicono, non possono essere obbligate a organizzare attività che la Chiesa percepisce come contrarie alla propria dottrina.

I timori del Vaticano hanno a che fare con l’articolo 7 del ddl che chiede l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia «al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione».

Come spiegato da Alessandro Zan, l’articolo «si inscrive in un quadro segnato dal principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Il comma 3 del medesimo articolo precisa che le attività saranno organizzate nelle scuole «nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa», cioè il più importante documento programmatico e informativo sul quale ogni istituzione scolastica costruisce la propria identità, e «del patto educativo di corresponsabilità», cioè il documento – che deve essere firmato contestualmente all’iscrizione – che costituisce un impegno formale e sostanziale tra genitori, studenti e scuola e che ha la finalità di rendere esplicite e condivise, per l’intero percorso di istruzione, aspettative e visione d’insieme del percorso formativo.

Il rispetto dell’autonomia di tutte le scuole è insomma esplicitato nel ddl e, senza un iter piuttosto complicato di approvazione interna, alcune attività non arriverebbero mai (e già non arrivano) a essere organizzate nelle scuole.

Si può parlare di ingerenza da parte del Vaticano?
Alessandro Zan assieme ad altri ha reagito alla nota dicendo che «è la prima volta che il Vaticano pone la questione sul Concordato» e che lo fa su una legge «non ancora in vigore, approvata solo alla Camera a larga maggioranza. Il Parlamento è sovrano, deve essere libero di discutere, non può subire alcuna ingerenza da uno Stato estero».

Sul Corriere della Sera di oggi, Enzo Cannizzaro, professore ordinario di Diritto internazionale, ha spiegato che la nota verbale è un atto diplomatico «utilizzato continuamente dagli Stati»: il Vaticano ha dunque esercitato un proprio diritto e dal punto di vista procedurale non si può propriamente parlare di ingerenza. Su Repubblica, Francesco Margiotta Broglio, giurista a capo della commissione paritetica sul Concordato dal 1984 al 2014, ha però detto che è evidente come la Chiesa non possa «chiedere allo Stato di non fare leggi che essa, la Chiesa, ritiene contrarie alla propria dottrina cattolica». E c’è chi sostiene che il tentativo da parte del Vaticano di esercitare una forte pressione su una legge attualmente in discussione sia stato comunque un atto molto invasivo.

Va poi precisato che la Conferenza episcopale italiana era già intervenuta sul ddl Zan con due diverse note intitolate «Omofobia, non serve una nuova legge» e «Troppi i dubbi: serve un dialogo aperto e non pregiudiziale»; e che durante le audizioni in Commissione Giustizia del Senato erano stati e saranno ascoltati diversi esponenti del mondo cattolico, compresa Suor Anna Monia Alfieri, del Consiglio Nazionale Scuola della Cei.

Perché il Vaticano si è mosso così duramente?
Non è chiaro perché il Vaticano sia intervenuto in modo diretto e, a giudizio di moltissimi, inusuale su una legge già parzialmente approvata dal Parlamento. Sui giornali di oggi circolano diverse ipotesi e retroscena.

Innanzitutto non è chiaro se la nota sia stata condivisa o no da papa Francesco. Cesare Mirabelli, giurista e consigliere generale della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, è sicuro di sì: «Non si può immaginare che un passo di questo genere sia avvenuto senza l’assenso esplicito di Papa Francesco. È come se si potesse immaginare che un ambasciatore agisca contro le direttive del suo Governo. Impensabile». Repubblica ipotizza invece che la nota abbia irritato l’ala bergogliana delle gerarchie vaticane e che dietro la mossa ci siano le pressioni della Cei.

Sullo stesso giornale, Alberto Melloni ha notato anche che sarebbe ingenuo pensare che un passo di questo tipo possa essere stato fatto senza un calcolo delle sue conseguenze e ha ipotizzato che il Vaticano abbia avuto bisogno di riguadagnare, sul tema, un proprio spazio rispetto al protagonismo di alcuni parlamentari e partiti di estrema destra vicini all’integralismo cattolico, ma anche di alcuni vescovi «tentati dall’uso politico dei sacramenti, come stanno facendo i vescovi americani con Joe Biden, con incalcolabili conseguenze di delegittimazione dei politici cattolici».

Sul Corriere della Sera, Massimo Franco ha scritto a sua volta che la nota va inserita in un contesto più ampio: quello degli equilibri precari all’interno del mondo cattolico, del rapporto complicato tra il papa e l’episcopato italiano, e infine dell’insoddisfazione di parte della gerarchia ecclesiastica nei confronti del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e della stampa di area cattolica, accusati entrambi di eccessiva timidezza. Franco dice anche che «nell’iniziativa vaticana si avverte un calcolo: quello di dividere partiti e schieramenti meno granitici nel sostegno alla legge di quanto appaia ufficialmente».

A che punto siamo, con il ddl Zan
Il ddl Zan aveva cominciato a essere discusso alla Camera lo scorso agosto. Lega e Fratelli d’Italia avevano depositato più di 800 emendamenti e avevano presentato anche l’eccezione di costituzionalità, con un chiaro intento ostruzionistico. Dopo diversi rinvii, il 4 novembre del 2020 il ddl era stato approvato in prima lettura, a scrutinio segreto, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto. Contrari al ddl erano stati i parlamentari del centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), che al momento del voto alla Camera si trovavano all’opposizione.

Dopodiché il ddl era passato in Commissione Giustizia del Senato, dove il presidente Andrea Ostellari (della Lega e fortemente contrario alla legge) si era autonominato relatore sostenendo che così avrebbe garantito alla legge un percorso imparziale. Aveva anche deciso autonomamente – e senza passare da una votazione – di abbinare il ddl Zan a un ddl parallelo, il Ronzulli-Salvini, che interviene dichiaratamente sullo stesso tema, pur con modalità diverse e che è di fatto contrario allo spirito e ai contenuti del ddl Zan.

Nel frattempo, e sempre con l’obiettivo di rallentare i lavori, in Commissione sono state depositate 225 richieste di audizioni, poi ridotte a 70. Le audizioni sono ancora in corso.

Quali saranno le conseguenze dell’intervento del Vaticano?
Non è chiaro che cosa succederà ora e a quali conseguenze concrete porterà la nota vaticana. Da giorni, diversi partiti favorevoli al ddl Zan ipotizzano di chiederne la calendarizzazione d’urgenza in aula e di portarlo dunque subito e senza relatore, aggirando così l’ostruzionismo dei partiti di destra, di Italia Viva e altri.

Ieri, martedì 22 giugno, dopo la notizia dell’intervento del Vaticano, il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva commentato brevemente durante la conferenza stampa convocata dopo l’incontro con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. A chi gli aveva chiesto che cosa avrebbe fatto il governo, aveva risposto: «È una domanda importante, domani (mercoledì, ndr) sono in Parlamento tutto il giorno, mi aspetto che me lo chiedano e risponderò in maniera più strutturata di oggi».

Ma mercoledì, dopo i suoi discorsi alla Camera e al Senato in vista del Consiglio Europeo, nessun parlamentate ha chiesto esplicitamente a Draghi qual è la posizione del governo al riguardo, e nella sua replica in Senato ha affrontato la questione «senza voler entrare nel merito» e rimanendo vago sull’interferenza del Vaticano. Draghi ha ribadito che «il nostro è uno stato laico, non è uno stato confessionale, e quindi il Parlamento è libero di discutere e legiferare. Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie perché si rispettino i principi costituzionali e gli impegni internazionali. Vi sono controlli preventivi del Parlamento che valuta la costituzionalità delle leggi e successivi da parte della Corte Costituzionale».