Una manifestazione per la liberazione dei leader indipendentisti nel 2019 (AP Photo/Emilio Morenatti)
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  • martedì 22 Giugno 2021

La Spagna ha concesso la grazia ai leader separatisti catalani

Lo ha deciso il governo di Pedro Sánchez per «ristabilire la convivenza», ma il percorso di riconciliazione è ancora lungo

Una manifestazione per la liberazione dei leader indipendentisti nel 2019 (AP Photo/Emilio Morenatti)

Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato la grazia ai nove leader dei separatisti catalani che attualmente stanno scontando una condanna per l’organizzazione dell’embrionale (e fallito) tentativo di secessione della Catalogna dalla Spagna nell’ottobre del 2017. La decisione, già annunciata lunedì, è stata presa dopo una riunione durata oltre quattro ore, a seguito della quale il presidente del governo, Pedro Sánchez, ha annunciato i provvedimenti di grazia.

Per ciascuno dei nove leader catalani (l’ex vicepresidente della regione Oriol Junqueras, gli ex ministri regionali Raül Romeva, Joaquim Forn, Jordi Turull, Josep Rull e Dolors Bassa, l’ex presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e i leader di due organizzazioni indipendentiste della società civile, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart) è stata commutata la pena detentiva ma non l’interdizione dai pubblici uffici: questo significa che non potranno ricoprire cariche pubbliche, anche se potranno ricoprire cariche all’interno di organizzazioni e partiti (Junqueras per esempio è tuttora il presidente di ERC, il principale partito indipendentista catalano).

La concessione della grazia è inoltre sottoposta ad alcune condizioni, come per esempio quella di non commettere delitti gravi per un certo periodo dopo la scarcerazione, pena la revoca della grazia. Per esempio per Junqueras, che aveva ricevuto la condanna più grave, a 13 anni di carcere, questo periodo corrisponde a sei anni.

I nove leader indipendentisti si trovano in custodia cautelare dal 2017 e nel 2019 erano stati condannati per il reato di sedizione, che punisce una rivolta pubblica contro l’autorità. Quattro di loro avevano anche ricevuto una condanna per malversazione, cioè gestione illecita di fondi pubblici.

La scarcerazione dei nove dovrebbe richiedere poco tempo: per ciascuno di loro il Consiglio dei ministri ha preparato un decreto apposito, che entro 48 ore dovrà essere essere firmato dal re e pubblicato sul Bollettino ufficiale dello stato (l’equivalente della Gazzetta ufficiale italiana). A quel punto il Tribunale supremo, il principale organo giudiziario del paese, che aveva condannato i nove leader catalani, dovrà ordinare l’esecuzione della grazia, e comunicare alle autorità penitenziarie la liberazione dei detenuti. Il tutto dovrebbe avvenire nel giro di poche ore, o eventualmente di qualche giorno.

La decisione di concedere la liberazione ai nove politici catalani, ha detto Sánchez in una breve dichiarazione subito dopo il Consiglio dei ministri, è il «primo passo» verso la riconciliazione tra l’indipendentismo catalano e il resto della Spagna: «Questa decisione nasce dalla necessità di ristabilire la convivenza», ha detto, aggiungendo che «questa misura di grazia non richiede che chi ne beneficia cambi le proprie idee. Di fatto, queste persone non furono punite per le loro idee, ma per i loro atti contrari alla legalità democratica».

Sánchez ha aggiunto che è giunto il momento di trovare una soluzione al conflitto sulla Catalogna: «Viviamo assieme e assieme dovremo affrontare le stesse preoccupazioni e gli stessi problemi. Troveremo difficoltà lungo il cammino, ma credo che valga davvero la pena percorrerlo».

Il percorso verso la riconciliazione tuttavia è ancora lungo, sia perché c’è una forte opposizione all’interno del paese alla clemenza nei confronti dei protagonisti del tentativo secessionista del 2017, sia perché gli stessi indipendentisti catalani ritengono la grazia concessa dal governo come un gesto adeguato ma non sufficiente.

L’opposizione al governo, guidata dal Partito Popolare (PP), di centrodestra, da diverse settimane è molto attiva contro la concessione della grazia. Assieme a Vox, partito neofranchista di estrema destra, ha organizzato grandi manifestazioni nelle principali città spagnole, a cui hanno partecipato migliaia di persone che hanno chiesto di non liberare i protagonisti della tentata secessione, considerata come “un golpe contro la democrazia e la Costituzione”.

Pablo Casado, il leader del PP, ha detto che si appellerà contro la grazia presso il Tribunale supremo (il Tribunale però deve ancora decidere se Casado ha diritto a farlo), e subito dopo l’annuncio di Sánchez ha scritto su Twitter che il presidente del governo ha «mentito agli spagnoli».

Anche l’opinione pubblica spagnola è piuttosto scettica nei confronti della riconciliazione con gli indipendentisti: secondo un recente sondaggio del Mundo,  condotto prima della concessione della grazia, il 61 per cento degli spagnoli era contrario alla misura, mentre solo il 29,5 si diceva a favore.

All’altro estremo del dibattito, per gli indipendentisti catalani la grazia non è sufficiente. I nove leader detenuti si sono sempre qualificati non come criminali condannati, ma come “prigionieri politici”, e hanno compiuto invano una lunga lotta per vedersi riconosciuto questo status. In questo senso, a un provvedimento di clemenza come la grazia avrebbero preferito un’amnistia, che estingue completamente il reato.

Pochi giorni fa, in un comunicato l’Assemblea nazionale catalana, un’associazione della società civile favorevole all’indipendenza, aveva fatto sapere che «non si può concedere la grazia per un delitto inesistente, e ancor meno sperare che questa sia la soluzione al conflitto catalano». Raül Romeva, uno dei leader catalani detenuti, poco prima dell’annuncio della grazia aveva scritto su Twitter: «Graziare nove persone non nasconde la repressione che [le autorità spagnole] continuano a esercitare contro centinaia di attivisti indipendentisti. Non ci arrenderemo: amnistia e autodeterminazione!».

In ogni caso, nessuno dei leader catalani detenuti per ora ha annunciato che non accetterà la grazia, che nell’ordinamento spagnolo può essere concessa unilateralmente dal governo.

Il provvedimento di grazia inoltre non risolve il problema dei leader catalani in esilio all’estero: dopo il referendum del 2017, mentre alcuni dei politici più in vista del governo locale sono rimasti in Spagna e sono stati arrestati, altri sono fuggiti all’estero, e sono tuttora ricercati dalle autorità spagnole. Attualmente si trovano tutti tra Belgio e Svizzera. Tra questi ci sono l’ex presidente della regione, Carles Puigdemont, che attualmente è eurodeputato, e l’ex ministro regionale della cultura, Lluís Puig.

Mentre i nove leader detenuti sono stati graziati anche perché, come ha detto Sánchez, «si assunsero la responsabilità delle loro azioni», lo stesso non vale per chi è fuggito: il governo finora ha sempre continuato a sostenere che se Puigdemont e gli altri torneranno in territorio spagnolo saranno arrestati e sottoposti a giudizio.

Questa è una condizione inaccettabile per il movimento indipendentista catalano, che continua a chiedere l’amnistia completa sia per i leader detenuti sia per quelli fuggiti. Una soluzione allo studio del governo, hanno scritto in questi giorni i giornali spagnoli, è una riforma del reato di sedizione per ridurre la pena prevista (attualmente tra gli 8 e i 15 anni) e poter così consentire ai politici catalani fuggiti di tornare e sottoporsi a processo senza il timore di dover trascorrere del tempo in carcere.

In ogni caso la maggior parte degli analisti considera la decisione del governo Sánchez come una mossa piuttosto coraggiosa, e come un miglioramento concreto nel lungo conflitto che aveva contrapposto il governo centrale agli indipendentisti catalani e che per molti anni era sembrato senza una possibile risoluzione.

Secondo il quotidiano Diario, la decisione di concedere la grazia ai leader catalani è «una delle decisioni più rilevanti» del presidente del governo, che potrebbe comportare notevoli rischi politici ma che al tempo stesso è stata presa in un momento molto favorevole (le prossime elezioni non saranno prima della fine del 2023, e il governo si appresta a ricevere gli ingenti finanziamenti del Recovery Fund, che dovrebbero favorire la crescita economica) e potrebbe portare a risultati concreti nel processo di riconciliazione.