Il metodo Moreno

«Un ristoratore ha più o meno letteralmente detto che con quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo, con le chiusure, la crisi e tutto ciò che ben sappiamo, trova impensabile che chi cerca lavoro voglia sapere quanto sarebbe pagato, quante ore al giorno lavorerebbe, quando sarebbero i riposi e così via. Ed ecco che allora la figura di Alex Moreno mi è sembrata meno comica, e meno ipotetica»

Il metodo Kominsky è una piccola, meravigliosa serie che si è appena conclusa su Netflix con la terza stagione: ha per protagonisti due uomini ormai anziani, entrambi nello show business, mirabilmente interpretati da Michael Douglas (77 anni) e Alan Arkin (87). Una delle gag ricorrenti consiste nel fatto che da Musso & Frank, il posto in cui si ritrovano per bere e mangiare, vengono serviti da Alex Moreno, un cameriere così vecchio da essere più vecchio di loro, così vecchio che l’età di Ramon Hilario, l’attore che lo interpreta, sull’Internet Movie Database non compare. Nella serie lo vediamo portare i drink al tavolo dei due protagonisti, ingobbito, reggendo un vassoio traballante – “ma senza far cadere neanche una goccia”, commentano i due – in un’età in cui dovrebbe essere da un pezzo a casa a badare ai nipotini. Un giorno Alex si fa coraggio e propone ad Alan Arkin una sceneggiatura, intitolata “Il cameriere più vecchio del mondo”. E lo è davvero.

Il caro, vecchio Alex Moreno mi è venuto in mente in questi giorni, assistendo alle lagnanze di alcuni imprenditori che si lamentano di non trovare personale per le loro attività. Uno fra questi, un ristoratore, ha più o meno letteralmente detto che con quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo, con le chiusure, la crisi e tutto ciò che ben sappiamo, trova impensabile che chi cerca lavoro voglia sapere quanto sarebbe pagato, quante ore al giorno lavorerebbe, quando sarebbero i riposi e così via. Ed ecco che allora la figura di Alex Moreno mi è sembrata meno comica, e meno ipotetica. Mi sono insomma chiesto se può essere auspicabile, parafrasando il titolo della serie, che la nostra economia si basi su un “Metodo Moreno”, che suona un po’ come quelle condanne a “fine pena mai”. Il lavoro nella ristorazione, peraltro, non è per tutti: per gli orari, per i giorni in cui si è di servizio, per la frequente stagionalità – quella in cui tutti gli altri sono in vacanza – per il suo essere spesso temporaneo, cosicché dopo qualche mese si rischia di dover cercare altrove. Certo chi gestisce ci mette il rischio d’impresa, quello che cantava Vinicio Capossela in “All’una e trentacinque circa” – “Lui guadagna sempre poco, tasse, Iva e forniture, mamma mia quante paure, con gli incassi son dolori” – ma è abbastanza curioso che in questo già descritto annus horribilis vi sia stata così tanta attenzione nei ristori, nei giusti aiuti alle imprese più colpite, mentre l’ipotesi di un modesto reddito di cittadinanza ai tanti che, dopotutto, il lavoro l’hanno perso per le stesse identiche ragioni, si scontri con quasi tutti i giornali uniti in una crociata contro chi non ha voglia di lavorare. A meno che chi opera queste strumentalizzazioni non si auguri davvero un futuro in cui a ottant’anni suonati intere generazioni saranno ancora in livrea a servire cocktail da Musso & Frank, ancora alla ricerca di una prospettiva che non hanno mai avuto e non avranno mai. Sono abbastanza sicuro che la ricchezza di questo Paese, e dell’occidente in generale, non sia stata costruita così: e quanto a quella che è sfumata, beh, sarebbe davvero stupido credere che è così facendo che tornerà.

Pippo Civati
Pippo Civati è il fondatore e direttore della casa editrice People. È stato deputato eletto col Partito Democratico e ha creato il movimento Possibile. Il suo nuovo libro è L'ignoranza non ha mai aiutato nessuno (People).