(Manuel Dorati/ANSA/ZUMA Wire)
  • Italia
  • martedì 1 Giugno 2021

Che succede ora all’ex ILVA

Nei prossimi giorni il Consiglio di Stato potrebbe decretare la chiusura dell'area a caldo dell'acciaieria di Taranto, e di conseguenza di tutto l'impianto

(Manuel Dorati/ANSA/ZUMA Wire)

Il 31 maggio la Corte d’Assise di Taranto ha disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’acciaieria ex ILVA di Taranto. Gli impianti, però, per ora resteranno operativi fino al giudizio finale della Corte di Cassazione. Continuerà quindi a funzionare, ma a giorni è attesa un’altra sentenza da parte del Consiglio di Stato – organo di secondo grado della giustizia amministrativa italiana – che potrebbe anticipare la sentenza della Cassazione, decretandone lo spegnimento.

Quella del Consiglio di Stato sarà la decisione definitiva da parte della giustizia amministrativa, quindi difficilmente impugnabile e con enormi implicazioni economiche. Lo spegnimento è poi un’operazione tecnologicamente delicata, e anche in caso di futuri ribaltamenti giudiziari potrebbe comportare di fatto la chiusura dell’acciaieria: accendere nuovamente l’area a caldo è costoso e richiede tempi lunghi, e interruzioni prolungate possono compromettere la futura produzione e la sostenibilità dello stabilimento, di cui lo Stato è diventato azionista.

La decisione della Corte d’Assise di lunedì è arrivata insieme alle sentenze di primo grado del processo chiamato “Ambiente svenduto”, sulle irregolarità nel controllo ambientale dell’acciaieria. Nel processo sono stati condannati tra gli altri Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’azienda, rispettivamente a 22 e 20 anni di carcere, con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Anche l’ex presidente della Puglia Nichi Vendola è stato condannato a 3 anni e mezzo di carcere per concussione aggravata.

Cosa deve decidere il Consiglio di Stato
Lo scorso 13 febbraio il tribunale amministrativo (TAR) della Puglia aveva stabilito che entro 60 giorni l’area a caldo dell’acciaieria avrebbe dovuto essere spenta, perché continuava a inquinare. Al TAR si era arrivati dopo un’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, sulle emissioni inquinanti: Melucci, col suo provvedimento, aveva disposto che ArcelorMittal Italia e ILVA in amministrazione straordinaria (cioè gestore e proprietario dell’acciaieria) dovessero individuare le fonti inquinanti e rimuoverle. Il provvedimento era stato impugnato, ma il TAR aveva sostanzialmente confermato le ragioni alla base dell’ordinanza.

ArcelorMittal aveva impugnato l’ordinanza del TAR davanti al Consiglio di Stato, che il 19 febbraio aveva respinto la richiesta della multinazionale di sospendere la decisione di spegnere l’area a caldo dell’acciaieria. Il 13 maggio era attesa la decisione del Consiglio di Stato che avrebbe dovuto confermare o meno la sentenza del TAR, ma quel giorno era stato annunciato che si sarebbe preso altro tempo per esaminare la questione e che la decisione sarebbe stata presa entro poche settimane: è attesa nei prossimi giorni.

Perché si discute della chiusura dell’ex ILVA
La questione della chiusura o meno dell’area a caldo dell’acciaieria ex ILVA di Taranto si trascina da mesi tra i ricorsi in tribunale di chi sostiene che gli altiforni del polo siderurgico – gli impianti dell’area a caldo – siano altamente inquinanti, e le dichiarazioni della società che gestisce l’impianto, che invece respinge queste accuse.

L’impianto di Taranto è infatti considerato strategico per l’economia nazionale, e nonostante nel 2012 la Procura di Taranto avesse ordinato il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo, da allora questi hanno potuto continuare ad operare. Gli impianti dell’area a caldo sono sotto sequestro penale da allora, ma con una facoltà d’uso, stabilita sulla base di un programma di interventi di risanamento ambientale per ridurre gli effetti inquinanti e l’impatto sul territorio.

La questione è di importanza fondamentale per il governo italiano non solo per la rilevanza dell’acciaieria nell’economia nazionale, ma anche perché il ramo della multinazionale ArcelorMittal che gestisce gli stabilimenti dell’ex ILVA è stato acquisito lo scorso aprile da Invitalia, agenzia controllata interamente dal ministero dell’Economia.

Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha commentato la sentenza sulla confisca dell’area a caldo dell’ex ILVA dicendo che «rispettiamo la sentenza, ma manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione. A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo ad ILVA e all’acciaio in Italia».

Della possibilità che l’ex ILVA venga chiusa ha parlato anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani: «Dobbiamo aspettare la sentenza che arriva del Consiglio di Stato e capire cosa succede. Io ho fatto un piano per togliere il carbone all’altoforno, elettrificarlo e passare subito al gas per abbattere la CO2 del 30%, sperando di essere velocissimi sull’ulteriore passaggio all’idrogeno. Se però non si potrà andare avanti, è ovvio che questa cosa la dovrò fermare. Taranto va tutelata a tutti i costi, però le sentenze ci diranno che cosa succederà. Per me prima viene la salute, poi viene il PIL, poi viene il resto».

– Leggi anche: Le condanne per la gestione dell’ex ILVA di Taranto