Un centro per la quarantena allestito a Nuova Delhi, in India (Anindito Mukherjee/Getty Images)
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  • giovedì 22 Aprile 2021

La terribile seconda ondata in India

Due mesi fa i contagi erano così bassi che si parlava di immunità di gregge: oggi è cambiato tutto, anche a causa di alcune decisioni del governo di Narendra Modi

Un centro per la quarantena allestito a Nuova Delhi, in India (Anindito Mukherjee/Getty Images)

Tra febbraio e marzo in India è iniziata una nuova grande ondata di contagi da coronavirus che ha raggiunto livelli estremamente preoccupanti: nell’ultima settimana, per sette giorni consecutivi, si sono registrati più di 200mila nuovi casi giornalieri, e mercoledì 21 aprile sono stati superati per la prima volta i 300mila contagi. È la seconda ondata che colpisce il paese, dopo quella che si era verificata tra giugno e settembre del 2020: in quel caso però i contagi giornalieri non avevano mai superato i 100mila.

La nuova ondata è arrivata proprio quando a febbraio l’India aveva raggiunto un sensibile calo dei contagi, facendo parlare anche di immunità di gregge.

Quello che è successo tra febbraio e aprile, secondo diverse analisi, si può spiegare innanzitutto con un insieme di decisioni politiche considerate tardive o poco efficaci, sia a livello nazionale che locale, e basate su una grossa sottovalutazione del rischio. All’attuale situazione di emergenza ha contribuito anche una nuova variante del virus, la cosiddetta “variante indiana” (B.1.617), che sembra avere reso il coronavirus più contagioso, ma su cui ci sono ancora studi in corso.

Le cose da sapere sul coronavirus

La situazione attuale
La nuova ondata sta creando gravi problemi a tutto il sistema sanitario indiano: in alcune città sono terminati i posti in terapia intensiva e ha iniziato a scarseggiare l’ossigeno a disposizione dei pazienti. Il governo centrale ha cercato di evitare un lockdown generalizzato per non danneggiare troppo l’economia, ma diversi stati stanno ricorrendo a misure intermedie, come divieti di assembramenti e coprifuochi.

Una delle zone in cui i contagi sono più elevati è quella di Delhi, il territorio che comprende la capitale indiana Nuova Delhi, in cui abitano più di 16 milioni di persone, dove da lunedì è stato imposto un lockdown di una settimana. Martedì il primo ministro di Delhi, Arvind Kejriwal, ha parlato della disperata situazione degli ospedali del territorio, dicendo che le scorte di ossigeno basteranno ancora solo per poche ore, chiedendo aiuto al governo centrale. Per venire incontro alla crescente domanda di ricoveri, le autorità dei vari stati hanno creato ospedali di emergenza per il coronavirus in sale per banchetti, stazioni ferroviarie e hotel.

Insieme all’aumento dei contagi degli ultimi due mesi, in tutto il paese sono aumentati anche i morti a causa dell’infezione da coronavirus: negli ultimi giorni ne sono stati registrarti circa 2mila al giorno, per un totale di più di 182mila morti dall’inizio della pandemia, ma il numero è certamente molto più alto di quello ufficiale. I dati che gli stati indiani forniscono sui morti giornalieri provengono dai crematori, che non riescono però a cremare tutti i corpi: in molte città sono stracolmi, e pire funerarie sono state allestite in maniera improvvisata in luoghi all’aperto.

La seconda ondata ha avuto ripercussioni anche sul piano vaccinale dell’India: da fine marzo il governo ha sospeso le esportazioni di vaccini, prodotti in gran parte dal Serum Institute e destinate soprattutto ai paesi più poveri, per privilegiare la vaccinazione della popolazione indiana: al momento, comunque, solo l’8 per cento della popolazione ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino, e solo l’1,3 per cento anche la seconda dose.

Pire funerarie allestite a Nuova Delhi (Anindito Mukherjee/Getty Images)

Di chi è la colpa
All’inizio di febbraio l’India sembrava uno dei paesi che meglio di tutti avevano reagito alla pandemia, riuscendo a contenere i contagi e a evitare una nuova ondata. I casi giornalieri erano poco più di 10mila, un numero estremamente basso per un paese con più di un miliardo di abitanti. In molti si erano addirittura chiesti se il miglioramento fosse uno dei primi indizi del raggiungimento della cosiddetta “immunità di comunità” (o “immunità di gregge”), la condizione in cui la maggior parte degli individui ha sviluppato una risposta immunitaria a un virus (o a un altro patogeno) che è circolato molto tra la popolazione.

Quello che sembrava un successo è però diventato presto un disastro: già nelle prime settimane di febbraio i contagi hanno iniziato a salire rapidamente, per arrivare infine ai numeri enormi degli ultimi giorni. Come sia stato possibile passare da una situazione ottimale a quella attuale è quello che si stanno chiedendo esperti e analisti, per capire cosa non abbia funzionato nel sistema indiano.

Secondo molti la colpa sarebbe da imputare in primo luogo al governo indiano, che si sarebbe dimostrato totalmente impreparato all’arrivo di una seconda ondata. In particolare il primo ministro Narendra Modi è stato accusato di aver voluto sminuire la gravità dei contagi per consolidare la sua popolarità.

Modi ha continuato per esempio a tenere comizi politici con migliaia di partecipanti in vista delle elezioni locali che si sono tenute tra fine marzo e inizio aprile in cinque stati, e ha consentito lo svolgimento del Kumbh Mela, una festa religiosa induista che raduna milioni di persone provenienti da tutto il paese: Modi è il leader del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP), e la decisione di permettere i festeggiamenti del Kumbh Mela sarebbe stata presa proprio per non perdere consensi tra la persone di fede induista, che sono la maggioranza in India.

Quest’anno la festa è stata celebrata nella città di Haridwar, nello stato settentrionale dell’Uttarakhand, dove tra il tra il 12 e il 14 aprile centinaia di migliaia di persone hanno fatto un bagno rituale nel fiume Gange. Molti di quelli arrivati, si è scoperto durante i controlli effettuati dalle autorità, erano positivi al coronavirus.

Martedì, in un discorso alla nazione, Modi ha voluto rassicurare la popolazione dicendo che il governo sta facendo di tutto per contrastare la seconda ondata di contagi, che ha paragonato a una “tempesta”: «Il paese oggi sta combattendo una grande battaglia contro il COVID-19. La situazione era migliorata per un po’, ma la seconda ondata è arrivata come una tempesta. La battaglia è lunga e difficile, ma dobbiamo affrontarla insieme, con dedizione e coraggio».

Secondo altri, però, la colpa non sarebbe solo dell’attuale governo e sarebbe da ricercare nella storia del sistema sanitario indiano. Secondo Vineeta Bal, scienziata dell’Istituto nazionale indiano di immunologia, i problemi affonderebbero in anni di trascuratezza delle infrastrutture sanitarie: «Il problema non è solo l’attuale governo, ma la gestione del sistema sanitario fatta da tutti i governi degli ultimi 50 anni. E non è una cosa che si risolve in un anno quando arriva una crisi. È una costante da molti, molti anni», ha detto al Financial Times.

Oltre alle negligenze politiche, c’è però un altro fattore che potrebbe aver contribuito a rendere questa seconda ondata più difficile da contrastare. Lo scorso ottobre è stata infatti individuata in India una variante del coronavirus, la B.1.617, che è si è diffusa anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e che secondo gli scienziati potrebbe rendere più contagioso il virus ed essere più resistente ai vaccini. Gli studi sulla variante sono però ancora in corso, e non si sa con certezza quanto sia effettivamente più contagiosa, come lo sono quella brasiliana e sudafricana, e se sia effettivamente la causa dell’aumento dei contagi degli ultimi due mesi in India.