(Theo Wargo/ Getty Images for The Recording Academy)
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  • mercoledì 14 Aprile 2021

La grande mobilitazione dei fan dei BTS contro il razzismo verso gli asiatici

Gli appassionati della celebre band di k-pop se la sono presa con uno sketch comico cileno, ottenendo ampio riscontro

(Theo Wargo/ Getty Images for The Recording Academy)

Nel fine settimana i tantissimi e organizzatissimi fan dei BTS, la band k-pop sudcoreana più famosa di sempre, hanno criticato duramente uno sketch televisivo cileno in cui la band veniva presa in giro con un atteggiamento giudicato razzista. Il tema del razzismo verso le persone asiatiche era diventato molto dibattuto dopo la strage ad Atlanta (in Georgia) compiuta lo scorso 16 marzo, quando erano state uccise otto persone di cui sei di origine asiatica. Non è scontato che i fan di una band riescano a mobilitarsi per sostenere i loro beniamini e al tempo stesso avere un impatto rilevante su campagne antirazziste o proteste più ampie; nel corso del tempo i fan dei BTS sembrano però esserci riusciti.

I BTS sono la band più celebre di k-pop, un fenomeno musicale e culturale sudcoreano che è una sorta di pop locale mescolato o ispirato alla musica statunitense pop, R&B, rock e hip hop. Si sono formati nel 2013 e sono diventati famosissimi tra gli adolescenti di molti paesi del mondo: per dare l’idea, nel 2019 sono diventati il secondo gruppo della storia della musica dopo i Beatles ad avere avuto nello stesso anno tre dischi al numero uno della classifica Billboard 200, la più importante classifica musicale statunitense. I loro fan sono molto attivi sui social network, e anche molto agguerriti, tanto che si fanno chiamare ARMY, che è l’acronimo di “Adorable Representative MC for Youth” (adorabili rappresentanti della gioventù) ma significa anche “esercito”.

Le critiche dei BTS erano iniziate sabato 10 aprile, dopo la messa in onda di uno sketch nel programma “Mi Barrio”, sul canale televisivo cileno Mega Channel. Nella parodia, i cinque membri della boy band – nella realtà sono sette – venivano presi in giro per il loro ruolo e per il modo in cui parlano, e tra le altre cose venivano chiamati “Kim Jong-uno”, “Kim Jong-dos”, “Kim Jong-tres” e via dicendo, alludendo a un legame della band sudcoreana col dittatore nordcoreano Kim Jong-un.

Il giorno successivo i fan dei BTS cileni avevano cominciato a condividere il video dello sketch e a commentarlo tra di loro sui principali social network; poco dopo, le battute del programma erano state diffuse sul profilo Twitter dei fan dei BTS in Cile con un comunicato in inglese in cui si segnalava il problema più ampio del razzismo e della xenofobia nei confronti delle persone asiatiche. Le proteste erano state identificate sui social network con l’hashtag #ElRacismoNoEsComedia (il razzismo non è uno spettacolo comico): domenica sera il suo equivalente inglese, #RacismIsNotComedy, aveva raggiunto il primo posto nella sezione di Twitter che raccoglie le notizie più discusse negli Stati Uniti.

Nel giro di poche ore la discussione sul problema del razzismo verso gli asiatici nata dalle segnalazioni dei fan dei BTS era stata raccontata sia dalla stampa cilena che da quella sudcoreana, come anche dal New York Times e dalla nota rivista musicale britannica NME, tra gli altri.

Tramite il loro account Twitter, che ha più di 150mila follower, i fan cileni dei BTS avevano incoraggiato i componenti della “BTS ARMY” a fare un reclamo al Consiglio nazionale televisivo del Cile nei confronti di “Mi Barrio” affinché l’ente regolatore «assicurasse che l’atteggiamento razzista e gli stereotipi venissero eliminati dalla televisione cilena». Lunedì, quando il Consiglio aveva ricevuto più di mille segnalazioni, il canale televisivo Mega si era scusato, dicendo che «non era mai stata sua intenzione offendere, insultare o danneggiare alcuna comunità».

Oltre a sostenere la band e a rafforzarne l’enorme successo, già in passato i fan della BTS ARMY avevano dimostrato di sapersi coordinare e di poter avere un grande impatto sia sulle manifestazioni contro il razzismo che su altre iniziative.

Lo scorso giugno, dopo la morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso da un agente di polizia durante un arresto violento a Minneapolis, i BTS avevano donato un milione di dollari a diverse organizzazioni che si occupano di diritti dei neri, compresa “Black Lives Matter”; la stessa cifra era stata raccolta in breve tempo dai fan della band, che si erano mobilitati sui social network. Poche settimane dopo, migliaia di fan si erano organizzati per boicottare il comizio a Tulsa, in Oklahoma, dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prenotando biglietti con l’intenzione di non andarci (anche se è improbabile che l’insuccesso del comizio sia dipeso esclusivamente da loro).

– Leggi anche: Perché i BTS diventeranno ancora più ricchi

Il 17 marzo, il giorno dopo la strage di Atlanta, i fan dei BTS erano riusciti a ottenere che l’azienda statunitense Topps ritirasse dal commercio delle figurine realizzate in occasione dei Grammy Awards perché ritenute offensive e razziste: i sette membri della boy band erano raffigurati con graffi, botte e cerotti sul volto come se fossero nel gioco “Acchiappa la talpa”, quello in cui bisogna colpire con un martello il maggior numero di animali che spuntano con la testa dalla plancia.

I BTS non hanno commentato ufficialmente le polemiche relative al programma televisivo cileno. In un comunicato condiviso su Twitter a fine marzo, però, avevano detto di aver sofferto discriminazioni in quanto asiatici e di sostenere la lotta contro le violenze e le discriminazioni di questo tipo. Il tweet, accompagnato dall’hashtag #StopAsianHate, ha ottenuto quasi 2 milioni e mezzo di “like”.