Una manifestazione di protesta della comunità uigura in Turchia, l'anno scorso (AP Photo/Emrah Gurel, File)
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  • venerdì 26 Marzo 2021

L’aggressiva reazione della Cina alle sanzioni occidentali

È cominciata con H&M ma sta diventando una cosa più grossa, che mostra quanto sono temibili le ritorsioni cinesi

Una manifestazione di protesta della comunità uigura in Turchia, l'anno scorso (AP Photo/Emrah Gurel, File)

Negli ultimi giorni il governo della Cina ha organizzato un’intensa campagna di propaganda e di pressione internazionale contro governi, aziende e organizzazioni in risposta alle sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi dell’Occidente per le violazioni dei diritti umani compiute nei confronti degli uiguri nella provincia nordoccidentale dello Xinjiang.

Rispetto ai paesi occidentali, che si sono limitati a imporre sanzioni, l’azione del governo cinese è stata molto più ampia e aggressiva, ha coinvolto grandi aziende multinazionali e personaggi famosi e sta mostrando come il regime cinese sia pronto a usare la sua enorme influenza economica per raggiungere i propri obiettivi politici all’estero. La vicenda è diventata anche il pretesto per una grande campagna di propaganda domestica che, con toni nazionalistici e qualche complottismo, rappresenta la Cina come vittima di un’ingiustizia perpetrata da nazioni ostili.

All’inizio della settimana gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito e il Canada avevano imposto sanzioni contro alcuni funzionari locali dello Xinjiang, accusati di essere tra i responsabili di «un esteso programma di repressione che include forti restrizioni delle libertà religiose, l’uso del lavoro forzato, la detenzione di massa in campi di prigionia, sterilizzazioni forzate e la distruzione sistematica del patrimonio culturale uiguro». Per gli Stati Uniti le sanzioni alla Cina non sono una grande novità, soprattutto perché in questo caso non sono state colpite figure di altissimo livello, ma lo sono per Unione Europea e Regno Unito, che non imponevano sanzioni contro il paese da oltre trent’anni e che di solito nei confronti della Cina hanno un atteggiamento più cauto e in alcuni casi remissivo.

Per mettere in evidenza che i principali paesi democratici del mondo stavano agendo assieme, in concomitanza con l’imposizione delle sanzioni i ministri degli Esteri dell’Australia e della Nuova Zelanda hanno reso pubblici comunicati di approvazione dell’operato degli alleati e di forte condanna della Cina: anche quest’azione coordinata è per certi versi inedita.

La risposta della Cina è stata piuttosto aggressiva – specie se si considera il valore tutto sommato simbolico delle sanzioni – e non è ancora terminata. Più che rispondere agli Stati Uniti, con cui è in corso una disputa ben più ampia, il regime si è concentrato sui loro alleati, a ragione individuati come più riluttanti: dapprima ha imposto sanzioni piuttosto pesanti contro politici, funzionari e organizzazioni dell’Unione Europea, tra cui alcuni centri di ricerca rispettati come il tedesco Merics, poi ha fatto lo stesso con il Regno Unito.

L’Unione Europea si è particolarmente preoccupata per questa risposta aggressiva, perché ha da poco concluso i negoziati per un importante trattato commerciale con la Cina, e adesso si teme che la crisi diplomatica ne renderà impossibile la ratifica.

Dopo le ritorsioni diplomatiche, sono cominciate quelle economiche. L’obiettivo più noto è stato H&M, il marchio di abbigliamento svedese diffuso in tutto il mondo: la Lega della gioventù comunista cinese, la principale organizzazione giovanile del Partito comunista, che ha una forte influenza politica, ha diffuso online un vecchio comunicato dell’anno scorso in cui H&M annunciava di non volersi più rifornire di cotone raccolto nello Xinjiang, per il sospetto che i lavoratori uiguri fossero sottoposti ai lavori forzati. Si è scatenata così una campagna di boicottaggio molto estesa, con giornali e tv che hanno invitato i cittadini a non comprare vestiti di H&M, personalità pubbliche cinesi che hanno condannato l’azienda e rinunciato a sponsorizzazioni, piattaforme di ecommerce che hanno tolto i vestiti di H&M dai loro cataloghi.

– Leggi anche: La Cina contro H&M

Dopo H&M la campagna in difesa del cotone dello Xinjiang si è ampliata, grazie a un misto di azione concertata da parte delle autorità e indignazione spontanea da parte dei cittadini.

Alcune aziende hanno cercato di rispondere in maniera maldestra: per esempio la compagnia madre di Zara, Inditex, ha cancellato dal suo sito un vecchio comunicato simile a quello di H&M. Muji, il marchio giapponese di accessori, mobili e abbigliamento, è andato nella direzione contraria e ha reso noto tramite un portavoce che considera il cotone dello Xinjiang di cui si rifornisce privo di problemi etici: venerdì, sul sito di ecommerce cinese dell’azienda, c’era in evidenza una nuova linea di abbigliamento chiamata “Cotone dello Xinjiang”. Altri marchi, come Hugo Boss, hanno fatto comunicati in difesa del cotone dello Xinjiang.

Le aziende di abbigliamento vittime del boicottaggio cinese sono state comunque molte, tra queste Nike, Adidas, GAP, Uniqlo, New Balance e Fila. L’azienda britannica Burberry è diventata il primo marchio di alta moda coinvolto nel boicottaggio.

Questo tipo di pressione economica è particolarmente pericoloso per le aziende multinazionali. In questo caso specifico i marchi di abbigliamento si sono trovati tra due fuochi: nei mesi scorsi avevano reso pubblici comunicati contro l’utilizzo del cotone dello Xinjiang per non incorrere nell’indignazione dei governi e del pubblico occidentali, ma poi quegli stessi comunicati li hanno messi nei guai davanti al governo e al pubblico cinesi.

Più in generale, via via che i rapporti politici tra la Cina e l’Occidente si deteriorano, la prontezza mostrata dal regime cinese nell’applicare ritorsioni contro le aziende europee e americane che hanno sede in Cina crea per queste ultime una situazione praticamente insostenibile. Bill Bishop, esperto di Cina autore della newsletter Sinocism, ha scritto che il messaggio per le aziende è che «se scelgono di stare dalla parte sbagliata sullo Xinjiang e su altri temi sensibili per il Partito comunista, il loro business può essere distrutto dall’oggi al domani». I paesi occidentali non possono ovviamente permettersi questo tipo di minacce e ritorsioni.

Alla campagna diplomatica e a quella economica ha fatto seguito la propaganda interna, che come in molti casi simili ha avuto tre caratteristiche principali: le prime due sono nazionalismo, cioè la difesa degli interessi cinesi, che secondo la propaganda corrisponderebbero agli interessi del Partito comunista, e vittimismo, secondo cui la Cina sarebbe oppressa ingiustamente da una campagna di intimidazione di un gruppetto di paesi occidentali. Queste due caratteristiche sono bene espresse in un editoriale uscito sul Quotidiano del popolo, il principale giornale del Partito comunista.

La terza caratteristica è il complottismo, che è diventato parte della propaganda cinese di recente. In questi giorni, per esempio, è molto circolato il video di un ufficiale in pensione dell’esercito americano che, parlando nel 2018 a una conferenza minore, ipotizzava che se la CIA avesse voluto destabilizzare la Cina avrebbe potuto servirsi degli uiguri. Il vecchio video è circolato così tanto in questi giorni che venerdì è stato citato perfino da Hua Chunying, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, che l’ha descritto come prova del fatto che dietro alle accuse sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang ci sarebbe un piano segreto del governo americano.