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Il presidente russo Vladimir Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel durante un incontro a margine del G20, a Osaka, in Giappone, il 29 giugno 2019 (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Le conversazioni non durano quasi mai quanto vorremmo

Non è una vostra impressione, lo dice anche un innovativo studio che ha analizzato i dialoghi tra centinaia di persone

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Il presidente russo Vladimir Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel durante un incontro a margine del G20, a Osaka, in Giappone, il 29 giugno 2019 (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Uno studio da poco pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, e ripreso da numerose riviste di divulgazione scientifica, ha offerto una serie di spunti riguardo al rapporto tra la durata delle conversazioni e i desideri a riguardo degli interlocutori. Secondo i risultati dello studio, condotto da un gruppo di ricerca del dipartimento di psicologia dell’Università di Harvard a Cambridge, nel Massachusetts, le persone coinvolte negli esperimenti hanno quasi sempre dialogato di più o di meno di quanto avrebbero voluto, e hanno molto spesso sbagliato a interpretare le intenzioni dell’interlocutore.

Una prima parte dello studio ha coinvolto 806 persone, di cui 367 donne e 439 uomini, reclutate casualmente sulla piattaforma di crowdsourcing Amazon Mechanical Turk. È stato chiesto loro di rispondere ad alcune domande riguardo alle loro conversazioni più recenti, e nello specifico di dichiarare se il momento in cui avrebbero voluto concludere la conversazione e il momento della fine effettiva della conversazione coincidessero. La maggior parte dei dialoghi, come emerso durante le interviste (condotte online), era avvenuta con un familiare o un amico.

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Alla seconda parte dell’esperimento hanno partecipato 252 persone volontarie – tra cui 157 donne, 92 uomini e tre che non hanno specificato il loro genere – reclutate all’interno del dipartimento di psicologia dell’Università di Harvard. Alle persone è stato chiesto di avere una conversazione in laboratorio con un altro partecipante che non conoscessero già, per un totale di 126 coppie. Le istruzioni erano di dialogare liberamente di qualsiasi argomento per un tempo massimo di 45 minuti. Poi i ricercatori hanno parlato individualmente con ciascun partecipante per sapere quando avrebbe voluto concludere la conversazione e quando, secondo lui o lei, avrebbe voluto concluderla l’altra persona.

Soltanto nel 2 per cento dei casi le conversazioni sono terminate nel momento esatto in cui entrambe le persone lo desideravano, è emerso dai risultati dello studio. E soltanto nel 30 per cento dei casi sono finite nel momento in cui una delle due parti lo desiderava. In circa la metà dei casi entrambe le persone avrebbero voluto conversare meno a lungo, pur senza trovarsi d’accordo sul punto esatto in cui avrebbero preferito smettere. Ma ci sono stati anche casi – circa il 10 per cento – in cui entrambi i partecipanti avrebbero voluto chiacchierare di più. Nel 31 per cento circa delle conversazioni, infine, almeno una delle due parti avrebbe voluto proseguire.

I risultati complessivi degli esperimenti indicano che mediamente la durata desiderata delle conversazioni è di circa la metà rispetto a quella effettiva. È emersa inoltre una generale incapacità di intuire i desideri dell’altra persona nella conversazione faccia a faccia. Alcuni partecipanti hanno sovrastimato le intenzioni dell’altro, altri le hanno sottostimate: nel complesso le ipotesi erano sbagliate, in una direzione o nell’altra, nel 64 per cento dei casi.

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Quasi tutte le conversazioni tra estranei si sono concentrate su argomenti generici come le città di nascita e gli studi dei partecipanti. Erano così noiose che è stato «difficile assistere», ha spiegato Adam Mastroianni, uno degli autori dello studio. Ma è stato piuttosto sorprendente, secondo Mastroianni, scoprire scarti estesi tra la durata desiderata ed effettiva delle conversazioni anche nella prima parte dell’esperimento, quella dei dialoghi tra parenti e amici. In fin dei conti «proprio come non taglieresti con uno sconosciuto e te ne andresti via, allo stesso modo non lo faresti con tua madre», ha detto Mastroianni.

Dale Barr, uno psicologo dell’Università di Glasgow, ritiene quello dell’Università di Harvard il primo studio che prova a misurare con precisione quanto sia difficile per le persone bilanciare i propri desideri con ciò che desiderano i loro interlocutori. Altre ricerche affini a questa condotte negli ultimi anni indicano in generale quanto le persone siano meno capaci di decifrare cosa pensano gli altri rispetto a quanto potremmo immaginare.

La maggior parte delle ricerche sulle conversazioni, scrive Scientific American, era finora stata condotta da linguisti e sociologi. E gli studi di psicologia che si sono concentrati sulle conversazioni le hanno prevalentemente usate come mezzo per affrontare altri temi, come per esempio il modo in cui le persone usano le parole nei tentativi di persuasione. Secondo Thalia Wheatley, psicologa sociale del Dartmouth College, il fatto che le persone non siano capaci di giudicare quando è il momento di interrompere un dialogo spiega quanto le conversazioni siano una «elegante espressione di coordinamento reciproco». È probabilmente uno dei motivi per cui preferiamo parlare davanti a un drink o mangiando un boccone, dice Wheatley: perché a un certo punto il bicchiere vuoto o il conto da pagare offrono un appiglio per porre fine alle conversazioni.

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Sebbene lo studio sia stato da più parti definito pionieristico, in molti hanno segnalato anche alcuni aspetti che, da un lato, rappresentano un possibile condizionamento degli esperimenti di cui tener conto e, dall’altro, indirizzano la ricerca verso nuove domande rilevanti. Lo studio ha coinvolto soltanto persone provenienti dagli Stati Uniti, ricorda il New Scientist (tra i pochi a specificare anche che tre quarti dei partecipanti al primo esperimento erano bianchi). Le conversazioni potrebbero seguire regole anche molto differenti, nel caso di culture e lingue diverse, e comprendere segnali e dinamiche molto varie. Secondo Alison Wood Brooks, docente alla Harvard Business School, «la fiorente scienza della conversazione» richiede studi descrittivi rigorosi come questo ma anche altri esperimenti casuali necessari in futuro per testare questi risultati e raccoglierne altri.